NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LA PRIMA LUCE

0 0
Read Time10 Minute, 11 Second

testimonianza di Carlotta Schweiger

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

SFOGLIA LA RIVISTA

 

 

Carlotta Schweiger, 41 anni, originaria di Bielefeld, oggi residente a Troisdorf (Renania Settentrionale-Vestfalia), racconta la sua esperienza di premorte.

Una veloce presentazione. Mi chiamo Carlotta, Lotte per gli amici, sono una non vedente dalla nascita e lavoro da circa vent’anni come operatrice telefonica addetta alla gestione e all’utilizzazione di banche dati. La mia esperienza di premorte risale al lontano 1987, quando avevo all’incirca sette anni. Penso che parlarne sia doveroso. Ogni volta che l’ho fatto ho incontrato un muro di scetticismo, talvolta anche una sottile derisione, ma non mi sono mai censurata. La gente mostra sempre diffidenza verso ciò che non conosce, verso ciò che non ha mai vissuto. Lo comprendo, e non me la prendo più di tanto. Quello che sento di dover fare, nel mio piccolo, è trasmettere semplicemente quanto mi è stato dato di sperimentare. Nella mia condizione, poi, non posso che considerarlo un dono, il dono più grande ch’io abbia mai ricevuto dopo la nascita.

Come dicevo, avevo solo sette anni. La mia disabilità visiva non mi ha permesso di vivere un’infanzia spensierata. Di quei primi anni ricordo il dolore ogni volta che il mio corpo gracile e scoordinato urtava improvvisamente contro qualche ostacolo, un muro, lo spigolo di un tavolo, lo stipite di una porta, quando mi andava bene il bracciolo di un divano. O quando i miei piedi inciampavano su un gradino, un dislivello, le gambe di una sedia o la piega di un tappeto. Hai l’impulso di correre, tutti i bambini ce l’hanno, ma ti ritrovi su un campo minato, in uno spazio traditore e respingente. Per farmi sfogare mio fratello mi portava “al prato”. Solo lì potevo dimenarmi e correre libera, cadere e rotolare senza farmi male, volteggiare, volare. La felicità per me era andare “al prato”. È lì che ho conosciuto la carezza del vento, il solletico della pioggia, il profumo dell’erba, il calore del sole, il brivido della neve. Solo lì, in quell’immensa piattaforma morbida e sgombra, la mia cecità trovava pieno sollievo. Adesso quel prato non c’è più. Lo hanno recintato e, al centro, così mi hanno detto, ci hanno piantato un’enorme antenna-ripetitore per telefonia mobile.

La rivedo ancora quella ragazzina disorientata e piena di lividi. Fa parte di me. Il tempo mi ha fortificata, mi ha insegnato a destreggiarmi, a percepire i volumi e i suoni nello spazio, fino a rendermi, giorno dopo giorno, quella che sono. Ma è da lì che sono partita, da quelle cadute, dalle contusioni, dalle fratture, dalle slogature, dalle croste su gomiti e ginocchia, dai bernoccoli. Diventi come di gomma, alla fine ti ci abitui, quasi relativizzi il dolore. Era il prezzo che dovevo pagare per esperire la conformazione del mondo. Non è che avessi tante alternative. La vita è una e te la devi giocare. La vita fugge e tu devi starle dietro, pedinarla, rincorrerla, acciuffarla con ogni mezzo.

Del mio svantaggio, chiamiamolo così, presi coscienza subito. Capivo che, in me, qualcosa non andava. Capivo che mi mancava una specie di strumento che tutti gli altri intorno a me avevano in dotazione. Ho imparato presto però a cavarmela comunque, vedendo attraverso le mani, i suoni e i profumi. Quando qualcuno, talvolta anche indelicatamente, mi chiedeva che cosa vedessi io rispondevo seccamente: non vedo nulla di quello che vedi tu. E chiudevo il discorso. Era una cosa più grande di me. Che risposte potevo dare? Che cosa mai potevo descrivere? Una bambina nata cieca non può figurarsi nulla, né il buio e né la luce, né tantomeno il concetto di colore. Fu intorno ai quattordici o quindici anni che cominciai ad elaborare e verbalizzare i primi concetti meta-visivi. E devo ringraziare tutti quelli che, negli anni, mi hanno supportato e guidato, fornendomi di volta in volta nuovi strumenti e nuove strategie. Sono percorsi difficili. Non mi dilungo oltre, perché non è questo l’oggetto della mia testimonianza.

Una premessa era necessaria per inquadrare questa bambina di sette anni. (…) Una delle mie tante cadute, una mattina, mi fu fatale. Il ricordo è netto. Ce l’ho ancora qui davanti. Il mio piede destro che si flette su un rigonfiamento dell’asfalto. La radice nodosa di un pino. Il corpo che si piega. La testa che schianta con violenza sulla base del tronco. La corteccia che si sbriciola. Il sangue. Io che, nel volgere di un brevissimo secondo, perdo i sensi. Segue qui il racconto di chi mi ha soccorso: l’arrivo dell’ambulanza, la corsa disperata nel più vicino ospedale, il coma. Il mio ricovero è durato all’incirca due mesi. Sono passata inspiegabilmente dall’immobilità totale a un improvviso, quanto insperato, risveglio. In quel tempo di mezzo, quando il mio corpo statico e intubato lottava tra la vita e la morte, io… Come posso spiegare? Ogni volta che racconto questa storia c’è qualcosa che mi frena. Incontro un impedimento.

La verità è che non so dire quanto sia durata esattamente la mia fase d’incoscienza. Ho subìto una specie di sdoppiamento meta-corporeo: una Carlotta giaceva nel letto – non la vedevo, certo, ma ne percepivo la presenza – e un’altra Carlotta era in piedi, scalza, al centro di quella stanza d’ospedale. La mia coscienza albergava nella Carlotta in piedi, non in quella sdraiata. Sentivo distintamente le voci del personale medico, ogni piccolo rumore che filtrava dal corridoio e anche quello delle automobili al di là della finestra. Percepivo il lezzo dei medicinali e dei disinfettanti. Le vibrazioni prodotte dal passaggio dei carrelli. I colpi di tosse dalla camera adiacente. Tutto acuito, amplificato. Più forte di tutto percepivo il freddo della pavimentazione sotto i miei piedi nudi. Non mi muovevo di un passo. Restavo lì. La porta della camera alle mie spalle e l’altra Carlotta di fronte a me. Il tempo non lo saprei quantificare. Forse il tempo non c’era. C’era solo lo spazio, uno spazio fisico, concreto, dove però nessuno sembrava accorgersi della mia presenza.

Mi è stato chiesto se, in questo frangente, i miei occhi vedessero qualcosa di diverso. No. Assolutamente. Saggiavo tutto con gli altri sensi, esattamente come facevo prima dell’incidente. Davanti a me il solito sipario incolore, né chiaro né scuro. Il sipario dei non vedenti dalla nascita. Per sua natura indescrivibile. (…) Ed ecco che, a un certo punto, è intervenuto qualcosa. Prima la sensazione dell’erba fresca sotto i piedi, poi – per la prima volta nella mia vita – la visualizzazione del buio. Del nero. Ansimai per lo stupore. Era un nero bellissimo, corposo, profondo, tridimensionale. Non percepivo più la presenza dell’altra Carlotta sul letto, perché ora davanti a me c’era il buio, la notte. Rimirare quell’oscurità densa mi appagava, mi commuoveva. Non mi facevo domande, ne gioivo e basta. Anche qui non saprei dire quanto si sia prolungato, nel tempo, questo stato contemplativo. Non fu né breve né lungo. Fu intenso. (…) Da questo buio – come sovrapposto al sipario cui ero da sempre abituata – cominciò poi a sprigionarsi qualcosa.

Ancora oggi tremo nel ripercorrere quel momento. Forse immaginate a cosa mi sto riferendo. Tutte le NDE experience parlano di una luce. Ebbene, anche la mia esperienza è stata graziata dal misterioso riverbero. Io non sapevo che cosa fosse la luce. Può forse concepire e descrivere la luce una bambina cieca dalla nascita? Fatevela questa domanda. Ho replicato così tutte le volte che qualcuno ha tentato di demolire la credibilità della mia esperienza. Ho sempre detto: “Come me la sarei potuta figurare?” Solo chi vede la luce può raccontarla e restituirne l’emozione. E io la vidi. Non la percepii semplicemente, la vidi davvero. Vedere: un verbo impossibile per chi vive la mia condizione. Vedere attraverso gli occhi. La mia immaginazione di bambina non sarebbe mai stata in grado di comporre una siffatta visione. Non lo dico io, è l’oftalmologia a confermarlo.

Da quel buio, già per me di per sé spettacolare e meraviglioso, vidi emergere qualcosa che mai avrei potuto immaginare: un chiarore caldo, quello che tutti mi descrivevano quando mi sdraiavo a prendere il sole. Mi dicevano “la luce è bianca e gialla, è trasparente e calda”, e io annuivo fingendo di aver inteso a cosa alludessero. Ma non capivo. Sentivo il caldo sulla pelle, ma nient’altro che quello. Al cospetto di quell’apparizione, però, tutto mi divenne chiaro e comprensibile. Quella era la luce. Quello era il sole che stava in cielo, in alto, tanto in alto. Ridevo, piangevo, lacrimavo… La luce mi feriva gli occhi perché non ero abituata a tanta radiosità. La scoprivo così, all’istante, poco dopo aver scoperto il buio. Bellezza, stupore, incanto. Quella luce era il mondo, la vita che da sempre mi aveva circondato. Troppe emozioni tutte assieme. Troppe per una bambina di sette anni. Davvero troppe. Ma ero grata, infinitamente grata per quella concessione.

Dopo un po’ i miei occhi smisero di lacrimare. Potevo guardare la luce senza sentirmi ferita dal suo bagliore. Era l’oro della fede nuziale di mia madre, era l’oro dell’uva e dei limoni, l’oro del fuoco, l’oro delle ginestre, l’oro del mattino. Tutto quello che gli altri avevano tentato faticosamente di spiegarmi lì, di fronte a quell’emanazione rivelatrice, mi divenne chiaro. Se oggi ho tutti gli elementi per figurarmi e distinguere le cose lo devo a quella luce. La prima luce. Un’alba, per me. Lo ribadisco, c’è forse un dono più grande? (…) Non so dire poi quando tutto si è spento. Quando tutto è tornato com’era. Non ero più la Carlotta in piedi sul fresco dell’erba, ma ero quella distesa sul letto, quella piena di tubicini e mille marchingegni intorno.

Il mio risveglio provocò un gran fermento in tutto il personale medico. Ricordo il suono degli applausi e poi la voce dei miei genitori. Fin dai primi istanti il ricordo della mia esperienza era presente, nitido, vicinissimo. Ne parlai subito. Parlai della luce, che l’avevo vista, che sapevo com’era fatta, che era bellissima, che non l’avrei mai dimenticata. Ritornai alla vita di tutti i giorni portandomi questo dono prezioso dentro di me. Quella prima luce è stata anche l’ultima, ma è stata pur sempre miracolosa. Mi ha dischiuso tutto un mondo, mi ha illuminata, mi ha infuso quella consapevolezza che, chissà, forse non avrei mai conquistato. A distanza di tanti anni posso affermare che quella luce ha continuato a guidarmi, a orientarmi, a motivarmi.

Forse allora non era ancora giunto il mio momento. Avevo una vita davanti e dovevo viverla. È questa la spiegazione che mi sono data. Altre considerazioni, più spirituali, quelle le tengo per me. Per il resto posso solo ringraziare. Quella caduta non mi ha lasciato un livido, mi ha donato invece una carezza. Una luminosa carezza.

Carlotta Schweiger


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

Copyright 2021 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

 

LEGGI ANCHE:

NDE EXPERIENCE | esperienze di premorte | LUCE TRA I RAMI

NDE EXPERIENCE | esperienze di premorte | LA LUCE BELLA

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | SCHERMO DI LUCE

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LUCE DELLA CASA

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LA SCALA DI LUCE

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | IL DIAGRAMMA MISTICO

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | STATI D’ASSENZA

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | IL VIAGGIO DI JONAS

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | ACQUA DI LUCE

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | NOLI ME TANGERE

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | FUI AVVOLTA DA UNA CHIARITÀ

NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LA BELLA È ARRIVATA

ORFANI DI FIGLI | testimonianza di Rossella M.

ALTRA FREQUENZA | I defunti ci parlano sulle onde corte? C’è chi giura di sì.

LA SOPRAVVIVENZA DELLA COSCIENZA | La mano sullo specchio | Una testimonianza di Janis Heaphy Durham

QUEL CHE RESTA DELL’ANIMA. Il nuovo saggio di Edoardo Boncinelli

IL CORPO INCANTATO – Una genealogia faustiana di Michel Onfray

QUESTI ROMANTICI… Le sedute spiritiche di Victor Hugo

NATUZZA EVOLO | Luci e ombre della mistica di Paravati

About Post Author

Amedit rivista

Rivista Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Letteratura, Storia, Arte, Scienza, Cinema, Musica, Costume e Società. Per richiedere una copia della rivista scrivere a: amedit@amedit.it o visitare la sezione "Abbonati" di questo sito.

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Rispondi

Next Post

CASSANDRA FEDELE | Erudita del Rinascimento e patrimonio della Repubblica di Venezia

Sab Lug 10 , 2021
di Ruggero Soffiato Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021 SFOGLIA LA RIVISTA   La famiglia – Il cognome Fedele rappresenta, per antonomasia, l’attaccamento di questa famiglia milanese ai Visconti, signori della città, attaccamento che le costò l’esilio da quella nazione e la scelta di Venezia come nuova patria, quando la fazione avversa dei Torriani, tra l’undicesimo […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: