GENEALOGIA DEL PADRE | Ascesa e decadenza della paternità

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Piaccia o no, la storia, da qualunque parte la si voglia guardare, è in massima parte frutto di una paternità. È tutta una sequela di padri quella che si dipana nel grande libro della civiltà: Padri delle lettere, delle arti  e delle scienze. Padri della filosofia. Padri della Chiesa. Padri della nazione. Padri delle rivoluzioni. In breve, la Storia, quella con la S maiuscola, tutto ciò che costituisce e regola il nostro vivere civile lo dobbiamo a un parto paterno.

Eppure è proprio la figura del padre quella che oggi siede al banco degli imputati, e rischia di finire schiacciata sotto le macerie di una civiltà occidentale smarrita e agonizzante. Il Padre, inteso come soggetto di sesso maschile che crea, inventa, produce, legifera e siede ai posti di comando viene sempre più percepito, specie tra le frange più intransigenti ed estremiste della critica femminista, come un usurpatore di ruoli, competenze e aspirazioni per troppo tempo alienati alla donna. La lenta e accidentata affermazione del principio di uguaglianza uomo-donna è tuttora un campo di battaglia che vede consumarsi la guerra fredda tra i sessi, e sembra dover necessariamente coincidere con la lotta al patriarcato e all’atavico predominio maschile tout court.

La femminista militante, oggi più agguerrita che mai, intende bruciare tutte le tappe, portandosi alla conquista di ambiti fino a ieri esclusivo appannaggio degli uomini. Ad affiancarla in questa sua legittima aspirazione di scalata sociale trova molti uomini disposti, non solo a supportarla, ma anche a ritenere che con ogni probabilità essa saprà far di meglio della controparte maschile. Il ritenere che le donne posseggano una maggiore capacità organizzativa unita a doti morali superiori all’uomo è ormai un luogo comune. Quel che sfugge è che già in questa maggiore aspettativa nei loro confronti, quel concetto di uguaglianza, non solo cade in contraddizione, ma è destinato a rivelarsi una trappola proprio per le donne stesse. Su di loro ricade l’onere di dover dimostrare di valere di più o quantomeno di essere in grado di competere con l’uomo. Questo perché, nonostante il contributo di molte donne, la società in cui cercano di farsi spazio resta comunque una costruzione maschile, un impianto sociale all’interno del quale la donna viene ancora vista come beneficiaria passiva piuttosto che come fautrice attiva. Lo stesso principio di parità viene troppe volte travisato in un concetto di uguaglianza che di fatto annulla le specificità proprie di ciascuno dei due, rischiando di rivelarsi una trappola ideologica che anziché risolvere acuisce l’antico conflitto.

Fatto salvo il principio di uguaglianza sul piano politico, dei diritti e delle opportunità, resta una diversità oggettiva e ineludibile tra i sessi che nel bene e nel male ne ha condizionato la storia: due universi diversi e distanti tra loro, il maschile e il femminile si esprimono in un diverso orizzonte di bisogni, di sentimenti, di approccio generale alla vita e al mondo, in cui a fare da discriminante al loro agire è proprio la natura. Una diversità che, per quanto sancita e rimarcata come costruzione culturale soggetta all’evoluzione dei tempi, non è quindi solo un fatto culturale. Sarebbe utile riflettere su quanto proprio questa diversità e complementarietà tra i due sia risultata fondamentale per l’organizzazione sociale, e che proprio l’elemento conflittuale innescatosi fin dalle origini tra l’uomo e la donna abbia fatto da propulsore nella costruzione di una civiltà.

Più semplicemente potremmo affermare che la guerra, anche quella dei sessi, insieme alle devastazioni, alla violenza, agli abusi e ai soprusi abbia liberato nuove energie, nuovi impulsi, nuove riflessioni, nuove rinascite e avanzamenti sociali. E come vedremo, questa guerra di affermazione tra l’uomo e la donna in origine vedeva proprio il primo in una posizione deficitaria rispetto alla seconda. La prevaricazione dell’uno sull’altra, non era affatto un risultato scontato, dal  momento che tutto sembrava giocare a sfavore dell’uomo, quando tutto intorno a lui, a partire proprio dalla donna così simbiotica con la natura e così autosufficiente, dichiarava la propria indipendenza e la conseguente sua inutilità. Non avendo ancora nemmeno la consapevolezza del proprio ruolo riproduttivo, l’uomo si percepiva in definitiva inserito in un contesto dal quale era fattivamente tagliato fuori, soprattutto in un’epoca governata dal mito della fecondità. Possiamo solo minimamente immaginare quale sforzo intellettivo abbia dovuto compiere per darsi una ragion d’essere, uno scopo, un ruolo in tutto questo.

La civiltà, la cultura, rappresentano proprio il frutto di questo immane sforzo che si risolve in una fuga dalla natura; portano il marchio maschile, perché, di riflesso, rappresentano anche una fuga dalla donna che col suo corpo, i suoi cicli, le sue misteriose gravidanze ne era la più tangibile e pregnante personificazione. La donna, dal canto suo, non aveva ragione di sognare fughe dalla natura, ossia da sé stessa. La sociologa Camille Paglia definisce la specificità dei sessi maschile/femminile nell’antitesi tra i principi apollineo e dionisiaco, quali erano stati teorizzati da Friedrich Nietzsche, associando l’estetizzante principio apollineo della razionalità, dell’ordine e dell’arte all’uomo, e quello dionisiaco del caos, delle forze ctonie della natura alla donna, e osserva come «la personalità e tutte le conquiste dell’Occidente sono, nel bene e nel male, in larga misura apollinee», cioè espressione di una tensione maschile verso il superamento di sé stesso. Alla donna fertile, procreante, autosufficiente e tutt’uno con la natura, si contrappone l’uomo creatore di cose, di concetti e di idee che hanno reso possibile il formarsi di una civiltà. Dobbiamo alle ossessioni e al sogno di riscatto dell’uomo l’inarrestabile avanzamento nei campi della scienza e della tecnica, il sedimentarsi di un patrimonio artistico e culturale che prosegue inarrestabile fino a oggi.

Pur essendo lei stessa una femminista, Camille Paglia non manca di criticare i movimenti femministi contemporanei, soprattutto quando, mossi da un esasperato sentimento di rivalsa, passano dalle giuste rivendicazioni a un’astiosa opera demonizzatrice di tutto quanto costituisce l’impalcatura della nostra civiltà perché figlia del patriarcato: «Il femminismo ha ereditato queste contraddizioni, vede ogni gerarchia come repressiva, come un artificio sociale; tutto ciò che suoni riduttivo nei confronti della donna è una menzogna maschile tendente a mantenerla al suo posto. […] La donna, paga dapprima della tutela che l’uomo le offriva ma infiammata ormai dall’aspirazione alla propria illusoria libertà, invade i territori maschili e cancella il suo debito verso di lui sottraendoglieli.» (Sexual Personae, Einaudi, 1993).

Come abbiamo visto, per uscire dallo stallo delle barriere ideologiche bisogna più proficuamente volgere lo sguardo molto indietro nel tempo, lì dove possiamo recuperare il senso e la ragion d’essere dell’agire dell’uomo, comprendere meglio ciò che dall’antichità fino a oggi ha determinato l’impostazione dei ruoli sociali, e rintracciare le tracce di quegli archetipi maschile/femminile che ancora oggi, più o meno consapevolmente, dominano la nostra psiche. Tornare quindi a quel sentimento primigenio di impotenza dell’uomo di fronte alle forze oscure e annichilenti della Natura, e al loro riflettersi tali e quali nel corpo e nella psicologia della donna. Scopriremo come il pensiero speculativo che osserva, crea delle associazioni, elabora idee e concettualizza fu una scintilla scaturita dalla mente dell’uomo, che per analogia non tardò a identificare la donna con la natura, e a farne oggetto di venerazione, ma anche di repulsione.

Tutti i miti fondativi pullulano di archetipi femminili che si fondano su questa associazione simbolica; rappresentano l’enorme sforzo concettuale che l’uomo delle origini, colto da timore reverenziale, dovette compiere di fronte ai misteri che lo circondavano. È ciò su cui ci invita a riflettere Paglia: «I suoi misteriosi poteri di procreazione e la somiglianza delle rotondità del suo petto, del suo ventre e dei suoi fianchi con il profilo della terra l’avevano posta al centro del simbolismo primitivo. […] La donna era l’idolo della magia ventrale. Pareva che si gonfiasse e che desse la vita per legge sua propria. La donna è stata una presenza inquietante fin dall’inizio dei tempi.» Una presenza che l’uomo onorava e temeva al tempo stesso, che celebrava nel culto della Grande Madre non per asservirsene ma per esorcizzarla e prenderne le distanze. I miti, i culti religiosi dall’antichità fino a oggi, sono frutto di questa graduale astrazione di pensiero tutta maschile, una elaborata trama di narrazioni con cui l’uomo ha cercato di interpretare e dominare concettualmente il demonico mondo ctnoio rappresentato dalla natura e dalla donna; lo strenuo tentativo di riscattarsene cercando una fuga verso l’alto, verso un culto celeste che finalmente «confina la donna nel dominio inferiore» a lei più connaturato.

A un’attenta analisi dei miti e degli archetipi femminili, risulta evidente come i culti materni delle origini, troppo superficialmente letti come espressione di un’epoca in cui sarebbero state le donne a detenere il potere (le presunte società matriarcali), dietro il loro simbolismo rivelino invece la concezione ambivalente che l’uomo aveva della donna, vista come pro-creatrice ma anche come distruttrice. Le dee madri sono più terribili che tenere, instabili, umorali, vendicative, fagocitanti; i loro culti non lievitano verso l’alto, ma gravitano sulla superficie del mondo infero, trattenendo l’uomo nel grembo della terra, che per analogia rimanda al mondo intrauterino della donna. È contro questo potere schiacciante, atrofizzante, castrante, avvertito più come una minaccia che come un caldo e confortante abbraccio, che l’uomo ha fin da principio lottato. Proprio a riguardo delle presunte società matriarcali, Luigi Zoja ne Il gesto di Ettore (Bollati Boringhieri, 2019), mette innanzitutto in guardia dalla tentazione di voler ricostruire i rapporti e i ruoli sociali nella preistoria basandosi unicamente sulle immagini che quelle remote civiltà ci hanno lasciato.

La sola abbondanza di raffigurazioni femminili, interpretata da certi storici come duplice indizio di maggiore prestigio religioso e sociale rivestito dalla donna in quelle epoche lontane, dice in verità ben poco circa la loro reale funzione. Potrebbe non trattarsi di divinità, bensì, come ipotizza Zoja, di «semplici donne, ricordate nel luogo in cui dimoravano o in cui erano morte», poiché le donne erano già allora più stanziali, soprattutto per via dell’accudimento dei figli, mentre gli uomini conducevano una vita nomade che li portava a trascorrere lunghi periodi altrove per procacciarsi il cibo, e spesso morivano in luoghi incerti e senza una degna sepoltura dopo aver lottato contro ogni sorta di ostilità.

La femmina ritratta, sia essa una comune mortale o una dea, è una costante di tutte le epoche, senza che a ciò corrisponda necessariamente un ruolo di maggior potere rispetto all’uomo. Del resto, ancora oggi la figura femminile domina lo scenario pubblico attraverso la pubblicistica e i media, in versioni più idealizzate e patinate, ma con la stessa enfasi sui suoi attributi fisici, tanto che Zoja giustamente osserva che: «Se le immagini fossero sufficienti a indicare il ruolo sociale e se per ipotesi l’attuale civiltà, proprio come è accaduto a quella neolitica, non lasciasse documenti scritti, fra qualche millennio un archeologo potrebbe disseppellirla e pensare di aver scoperto una civiltà matriarcale.» Perché mai dovremmo dunque assegnare una diversa valenza a immagini di migliaia di anni fa, che pur nella loro rudimentalità sono il corrispettivo dell’odierna rappresentazione femminile, solo per suffragare una presunta detronizzazione della donna da parte dell’uomo?

Seguendo un approccio psicologico possiamo invece rilevare con Zoja come fin dalle origini  fosse in atto un dominio della psiche maschile da parte delle donne, anche quando queste erano istituzionalmente sottomesse; un’ossessione che ha portato l’uomo a sviluppare quelle sofisticate facoltà intellettive che liberandolo da un passivo assoggettamento lo hanno spinto a un processo di attiva oggettivazione, dal mondo della materia a quello dello spirito, dall’orizzontalità alla verticalità. «Il culto celeste – ci dice ancora Camille Paglia – fu il passaggio più sofisticato di questo processo, perché con lo spostare il luogo creativo dalla terra al cielo operò il trapasso dalla magia del ventre alla magia della testa.» All’apice di questa straordinaria operazione di superamento dei culti materni sta il mito greco di Zeus che partorì dalla sua testa la figlia Atena: «In un colpo solo – ci dice Luigi Zoja – il nuovo re degli dei aveva stabilizzato il proprio primato, interiorizzato le qualità che più mancano al maschio primordiale e violento, creato il genitore unico – un padre che genera senza madre – e si era procurato un alleato insuperabile, valido anche come alibi. La dea Atena infatti conserverà tutti gli aspetti di figlia del solo padre: maschilista, sarà protettrice solo dei maschi vincenti.»

Nel guardare all’antica Grecia come culla della cultura occidentale, non tralasciamo di considerare che proprio lì l’umanità segnò il suo primo grande riscatto, attraverso uno slancio che la fece uscire definitivamente dalla preistoria e da tutto ciò che l’assoggettava nel misterico e astorico mondo delle Grandi Madri. A emergere dal buio dell’invisibilità è soprattutto l’uomo. Ha inizio la Storia, e con essa il patriarcato. La figura del padre ottiene finalmente un riconoscimento istituzionale, e ciò coincide con la nascita delle scienze, della filosofia, della democrazia, ossia con uno dei periodi più floridi della civiltà. Il patriarcato sta a fondamento della cultura greca, e per estensione di tutta la civiltà occidentale, ed è la cultura stessa, in primis, un patrimonio di produzioni estetiche, filosofiche, artistiche frutto di una tensione tutta maschile.

Nella Teogonia Esiodo ci narra le varie strategie messe in atto da Zeus per avocare a sé tutte quelle facoltà e quei poteri che fino allora erano stati prerogativa delle divinità femminili, le quali venivano dai greci sì venerate, ma guardate con un misto di ammirazione e diffidenza. Ma non si trattò di uno spodestamento dell’autorità femminile, dal momento che quelle stesse divinità e rappresentazioni primitive erano state anch’esse frutto di una concettualizzazione maschile. Da lì in poi la divinità e il culto a essa connesso saranno sempre di impronta patriarcale, come dimostrano ancora oggi le principali religioni monoteiste. La figura di Maria, per quanto posta quasi al pari di Dio, rappresenta la più alta espressione dell’idealizzazione maschile proiettata sulla donna, ma anche l’esito finale della sua epurazione: la Madonna non ha più quell’ambivalente carattere che rendeva le divinità femminili imprevedibili, capricciose e minacciose; possiede una grazia asessuata; è sposa, madre e serva del suo Signore; è insomma il nuovo archetipo su cui d’ora in poi si modellerà la moglie e madre ideale.

Con la civiltà greca l’umanità si elevò creando cultura, e ciò segnò l’avvio lungo la strada del pensiero laico, ricercando la verità nelle scienze e nella filosofia lì dove prima regnavano soltanto superstizioni e miti che rigettavano l’uomo in balia delle forze della natura. Fu una rivoluzione epocale, tanto quanto lo sono stati in seguito il Rinascimento, l’Illuminismo e, ultimo, il Capitalismo. Tutti processi culturali di segno maschile che sanciscono una presa di distanza dalla natura, il potere creativo della mente in risposta a quello procreativo del ventre. Si obietterà che ciò sia avvenuto attraverso l’abuso di potere da parte degli uomini, escludendo aprioristicamente le donne da ogni voce in capitolo e relegandole nella dimensione domestica, ma ciò non muta l’ascendenza di tali processi, dice solo della pretesa della donna di voler prendere parte in qualcosa che è stato concepito e messo in atto dall’uomo, partito da una sua precisa urgenza, volontà e necessità.

La critica al patriarcato e al maschilismo deve pur riconoscere che nel riscattare sé stesso l’uomo ha riscattato anche la donna, e che anzi proprio quest’ultima ha beneficiato in larga misura dell’inventiva dell’uomo. A riconoscerlo è proprio una donna, ancora una volta la nostra Camille Paglia: «La scienza e l’industria occidentali hanno liberato le donne dalle fatiche e dai pericoli. Il lavoro domestico è svolto dalle macchine. La pillola inibisce la fertilità. Il dare la vita non è più fatale. […] La rete di distribuzione capitalistica, la complessa catena che lega fabbrica, trasporto, stoccaggio e vendita al dettaglio è una delle maggiori realizzazioni maschili della storia della cultura. È un fulmineo circuito maschile innescato dal sodalizio maschile.  […] Potremmo stendere un catalogo interminabile delle realizzazioni maschili, dalle strade asfaltate alle condutture dell’acqua corrente, dalle lavatrici agli occhiali agli antibiotici e ai pannolini usa-e-getta. […] Il costruire è la poesia sublime del maschio.»

Riconoscere quanto di buono la tanto bistrattata cultura maschilista e patriarcale ha prodotto è segno di onestà intellettuale; significa dover riconoscere quanto essa ha fatto per liberare la donna stessa, non solo attraverso la tecnica, ma soprattutto attraverso lo sviluppo del pensiero occidentale, che le ha fornito una cornice concettuale a partire dalla quale ha potuto sviluppare quel grado di consapevolezza e di emancipazione di cui gode oggi. Mentre sembrava spingerla in un ruolo di subalternità l’uomo la stava in verità sollevando dalla sua condizione naturale. E ciò in ultima analisi significa, che anche quando la donna odierna aspira a un qualunque avanzamento sociale e professionale, lo fa all’interno di un sistema concettuale voluto e creato dall’uomo. Il Capitalismo, anch’esso oggi tanto deprecato, senza però essere disposti a rinunciare ai suoi benefici, è, come dice Paglia «una forma d’arte, un edificio apollineo che si contrappone alla natura» e il nostro, al di là di tutte le polemiche intorno ai temi etici su ciò che è pro o contro natura, è di fatto un vivere artificioso che sfida e supera le leggi della natura, dall’atto del concepimento fino al fine vita.

Se dalla sequela di padri tracciata all’inizio, che come abbiamo visto sta all’origine di tutto quel che chiamiamo cultura e civiltà, ci spostiamo nell’ordine inferiore dei padri della sfera privata, troviamo anche qui una lunga sequela di definizioni, ancora una volta tutta contemplata all’interno di un retaggio patriarcale che risente di archetipi, stereotipi, vecchi e nuovi modelli: Padri di famiglia. Padri padroni. Padri severi. Padri autoritari. Padri castranti. Padri anaffettivi. Padri amorevoli. Padri presenti. Padri assenti… e di tutte queste definizioni (che potremmo parimenti associare ad altrettante madri) forse proprio l’ultima risulta quella più frequente oggigiorno.

Storicamente e paradossalmente è proprio la figura del padre a risultare la più sfuggente e inafferrabile, proprio perché, più che un mero dato biologico, essa è una costruzione culturale vieppiù gravata da una problematicità che la maternità non conosce. Madri lo si è, padri lo si diventa. L’oggettività della maternità, consistente in quella fusione fisica che lega la madre al figlio e nel simbiotico rapporto che va dal concepimento fino almeno all’adolescenza, non trova corrispettivo nella paternità. Il padre ha dovuto compiere un lunghissimo percorso prima di riuscire a emergere dall’inconsapevolezza e dall’invisibilità delle epoche arcaiche e giungere ad affermarsi come ruolo e istituzione.

Ancora oggi, nonostante tutta la retorica dei tempi moderni, la paternità resta un’incognita, qualcosa che richiede un atto di volontà e di reciproco riconoscimento, tanto da parte del padre quanto da parte del figlio. La costruzione di un rapporto padre-figli avviene nel segno di un esitante disvelamento, in cui l’antica corazza non viene mai del tutto smessa; educato a governare i sentimenti, l’uomo, nell’ossessiva difesa della propria virilità che lo spinge a temere passi falsi nel mostrarsi, giunge alla paternità con un grave deficit di espressione affettiva. La sua corazza serve a difendersi non soltanto dall’esterno, ma anche dall’interno e dai propri familiari. È proprio questo eccesso di riserbo a rendere più desiderabile al figlio un suo abbraccio, a fare di una lacrima che solca il viso d’un uomo la più tenera e commovente delle umane manifestazioni. Una tenerezza che tentenna tra un aprirsi e chiudersi sempre in precario equilibrio, gravato dal dovere di preservare quelle doti di fermezza, contegno e autorità che da sempre gli sono richieste.

Anche la paternità, quindi, è stata e resta tuttora una sfida per l’uomo, soprattutto sul piano psicologico. «La ricerca del padre – ci dice Zoja – è tema antico e archetipico, che dice simbolicamente all’individuo e alla società come un padre sia uno sforzo che continua, mai compiuto del tutto. Un padre: non importa se da essere o da avere, se soggetto è lui o il figlio.» A dispetto dell’impronta patriarcale che reca la società, la figura del padre regna dunque nell’invisibilità. Mai come ora la società soffre dell’assenza del padre, che resta assente anche quando è presente. Ai padri dimissionari fanno da contraltare quelli che emulano la maternità. Se i primi hanno rinunciato all’impresa, i moderni mammi snaturano lo spirito e il ruolo della paternità scimmiottando quello della maternità. Mentre la madre provvedeva al nutrimento primario e materiale, il padre avrebbe dovuto fornire al figlio il nutrimento secondario e spirituale. Spettava a lui introdurre il figlio nella società, fornirgli gli strumenti per la costruzione della sua identità individuale e sociale. Era la legge, la disciplina, il rispetto, la progettualità, l’uscita dalla zona di comfort, la responsabilità del proprio agire.

Oggi si è ridotto ad essere uno sportello bancomat; lui può anche sparire, ma lo sportello resta. E del padre resta solo l’idea, per quanto sempre meno associata a una paternità anzitutto civile, progettuale, culturale. Latita in quanto figura della sfida e della tensione in avanti, dell’ambizione e dell’aspirazione verso un altrove, del limite e del suo superamento, della continuità storica e della memoria, dell’autorità da ossequiare e da contestare.

Giuseppe Maggiore


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