Confessioni di un Ghostwriter

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testimonianza di N.N.

raccolta da Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Non esisto. Almeno sulla carta. Per chi non lo sapesse un ghostwriter è uno scrittore ombra o, più letteralmente, uno scrittore fantasma. Detto in parole più spicciole, uno che scrive cose che poi altri firmano e pubblicano. Ho cominciato da ragazzo con le tesi di laurea – mi ci pagavo l’affitto – e poi crescendo, come dire, ci ho preso gusto fino a farne una vera e propria professione. Molto ben remunerata, ci tengo a sottolinearlo. Basta chiedere e io mi metto all’opera. Scrivo di tutto: autobiografie, testi specialistici, saggi, sceneggiature, prefazioni, postfazioni, recensioni, contributi critici, discorsi per politici e soprattutto tanti – tantissimi! – romanzi. La narrativa è il mio pane quotidiano. La nostra conversazione sta avvenendo per telefono perché, come le ho già spiegato, non posso e non voglio espormi. Sono sempre stato un uomo di parola. In tutti i sensi… [ride] E soprattutto non voglio giocarmi la carriera. Tengo inoltre a precisare che le iniziali che ho fornito sono puramente fittizie.

Lavoro per i più grandi marchi editoriali del Paese. Le parti sono sempre tutelate da un contratto privato: io ricevo la commissione e un anticipo del 40%, il restante alla consegna del testo definitivo. Nel contratto io risulto solo un revisore, nulla più. In nessun modo, faccio un esempio, potrei dimostrare di essere l’autore del best seller 48 sfumature di indaco, mi segue? Non potrei rivendicare come mia una sola frase che sia una. E, francamente, poco me ne importerebbe. Non ho velleità di notorietà, né sete di gratificazioni. Io vivo bene così, sotto mentite spoglie o, se preferisce, dietro le quinte. Non c’è soddisfazione più grande – parlo per me – che fottersene del plauso e del consenso, della coppa e della targa, del Premio Strega e del Premio Campiello, del primo posto in classifica e della doppia pagina sul quotidiano nazionale. Della reputazione, soprattutto.

Prima le ho parlato di narrativa, ma avrei dovuto dire letteratura. Sì perché, mi creda, scrivo bene. Scrivo davvero bene. E se me ne vanto lo faccio solo fra me e me. E, d’altra parte, non potrei fare altrimenti. I patti sono questi, sono sempre stati questi. Io scrivo e poi me ne lavo le mani. Incasso e passo al lavoro successivo. Quest’anno festeggio trent’anni di onorata carriera. Se lei è una buona lettrice, e non dubito che lo sia, allora c’è un’altissima probabilità che abbia letto più di un mio libro. I nomi per cui lavoro sono molto, molto conosciuti. Di alcuni di questi ho scritto praticamente l’intera produzione. Non mi chieda indizi. L’onestà professionale per me è sacra. Vanificherei tutto quello che ho costruito fino ad ora, e non sarebbe leale verso i miei clienti. (…) Mi faccia un po’ riordinare le idee. Ho qui la lista delle domande che la vostra redazione mi ha inviato via mail; tengo a precisare che la mail mi è stata girata da una delle case editrici a cui avete inoltrato la vostra richiesta, che se non ricordo male recitava così: «…Vorremmo intervistare un ghostwriter. Avete, gentilmente, un buon contatto da suggerirci?»

La prima domanda è la più interessante di tutte: mi chiedete perché ho accettato di rilasciare alla vostra rivista la mia testimonianza. Beh, innanzitutto perché Amedit è una rivista che leggo da anni e che reputo tra le migliori nel panorama italiano; aggiungo, tra parentesi, che avete recensito molti miei testi, e uno anche molto recentemente (e anche qui acqua in bocca). La ragione principale, però, è che trovo deliziosamente paradossale che un ghostwriter accetti di parlare di sé, e a cuore aperto, come sto facendo io. Non ho nulla da perdere né da guadagnare. La verità è che, forse, ho bisogno di alleggerirmi un po’ e di fare un piccolo bilancio esistenziale e professionale. Per definizione poi un invisibile incallito, quale io sono, non dovrebbe essere passibile di visibilità, ma parlare in stretto anonimato ha pur sempre il suo fascino. Questa cosa mi diverte. La vivo un po’ come una piccola trasgressione.

Nessuno sa che lavoro faccio. Nessuno sa come faccio a permettermi un certo stile di vita, un appartamento nel centro di Milano e tanti lunghi viaggi in giro per il mondo. Lascio credere di essere ricco di famiglia e di aver fatto dei buoni investimenti. Ad alcuni, i più insistenti, dico genericamente che lavoro nell’editoria, ma non mi spingo oltre. La gente è curiosa, e soprattutto pettegola. Non posso rischiare. Anche i miei amici più stretti non sanno. Uno di loro credo che abbia capito, ma non fa domande, rispetta la mia evasività. Fare il ghostwriter è come lavorare per i servizi segreti. Se parli sei fottuto… [ride] E ripeto, trovo tremendamente intrigante tutta la situazione in sé, questa reiterata segretezza, questa riservatezza. Serbo un segreto così grande…, ed è una sensazione meravigliosa. Soprattutto in un’epoca dove tutti scalpitano per esporsi, per mettersi in mostra, per autocelebrarsi. Forse il mio ego è ancora più grande, più gonfio, più autoreferenziale. Non mi concedo, non mi espongo, sono oltre. Traggo soddisfazione dalla mia compiaciuta ritrosia. Forse escludendomi, eludendomi, celandomi non alimento altro che un monumentale senso di superiorità.

Come vede sono in grado di farmi anche un po’ di autoanalisi… [ride], nessuno può sottrarsi fino in fondo all’ambizione e alla necessità di distinguersi. Scrittori e artisti non sono che eterni bambini desiderosi dell’attenzione di mamma e papà. Il pubblico non è che un’estensione del genitoriale. Scrissi qualcosa, tempo fa, non ricordo dove, sulla sindrome del “Mamma, guardami!”, e naturalmente non lo firmai io… [ride]. Un’altra domanda interessante è “cosa penso degli scrittori per i quali scrivo”. Tutto il male possibile, sono franco. Gente miserabile. Frustrati. Perdenti di natura. Disonesti nel profondo. Fingersi autori, scrittori – intendo di letteratura, non certo di libriciattoli – è molto più di un reato. È una profanazione. È un atto contro l’umanità. Se mi sento in un qualche modo responsabile? Vuole chiedermi questo? Forse sì, forse no. Io esisto e non esisto. Sono e non sono. La mia invisibilità mi purga a priori. In un certo senso, vede, il mio è un atto performativo. Il ghostwriting è un’arte, una specie di vocazione all’annullamento di sé. Ci nasci.

Un’altra domanda è se firmo mai qualcosa col mio vero nome. Certo che sì, ma poca roba. Poca ma buona, certo. Non romanzi però. E non aggiungo altro. Se sono conosciuto? Direi quel tanto che basta. E anche qui non aggiungo altro. State intervistando uno scrittore fantasma, non me. Uscireste fuori traccia… [ride], e qui dobbiamo restare nel pezzo. Continuo a scorrere la lista delle domande, vediamo un po’… ah, ecco, se c’è un testo di quelli che ho scritto, uno in particolare, sul quale vergherei a chiare lettere il mio nome. Certo che c’è. È stato il mio capolavoro. Tutti gli scrittori ne hanno uno e solo uno. Lo considero il mio primogenito, anche se non lo ho partorito per primo. È il romanzo che ti accorgi di aver scritto in quello che molti chiamano “stato di grazia”. È stato tradotto in otto lingue e ha vinto non so quanti premi. Ristampato ancora oggi. Ne hanno tratto anche un film, assai mediocre a dire il vero. Una manna per chi ne detiene i diritti. Non nascondo che, per questo libro, ho ricevuto negli anni anche dei compensi extra. Molti preferiscono tenermi buono. Pensano che, da un momento all’altro, possa tradirli e spifferare tutto. Sono fatto di ben altra pasta.

Il denaro mi serve, certo, ma non mi interessa più di tanto. Ho sempre avuto di che vivere molto dignitosamente. Mia moglie è una professionista. I soldi non ci mancano. Ripeto, ho preso questo mestiere sul serio e non ho secondi fini. Quando morirò il mio segreto morirà con me. Nessun colpo di scena sul gran finale, nessuna rivendicazione. Mi darei la zappa sui piedi. Rovinerei tutto. Un po’ come Mina se tornasse sotto i riflettori. Ci vuole coerenza nella vita e io, modestamente, ne ho tanta. (…)

Altre domande, vediamo… se c’è un libro che mi ha disgustato scrivere. Certo che c’è. Un’autobiografia di una soubrette televisiva finita nel dimenticatoio e imbruttita non tanto dalla vecchiaia quanto dalla miseria morale. Per questo libro acchiappa-popolino mi è stato chiesto di inventare di sana pianta l’episodio di uno stupro subito in tenera età da un fantomatico vicino di casa: la donnetta in questione, non avendo altro da giocarsi, aveva scelto di suscitare nei suoi lettori quantomeno un sentimento di pietà cristiana. Ne ho incontrata di gente squallida. Politici in primis di tutti gli schieramenti. Nella maggior parte dei casi perfetti analfabeti. Una categoria a sé, con un linguaggio a sé.

Ma parliamo di cose belle. Dei testi umoristici, per esempio, sia per la carta stampata che per gli sketch televisivi. Il sense of humor è sempre stata una delle mie carte vincenti. Lì mi diverto sempre molto. (…) Canzoni? No, quelle no. C’è pur sempre un limite, mia cara… [ride], non sono mica Mandrake. Però, ora che mi ci fa pensare, mi è stato chiesto almeno in un’occasione. Va bene l’elasticità, però… Ecco, un’altra domanda interessante è “quanti siamo”. Bella domanda. Le rispondo subito che non siamo tanti ma che non siamo nemmeno pochi. È un mestiere non riconosciuto, privo di qualsivoglia ufficialità, un lavoro nero a tutti gli effetti. Nero su bianco, aggiungerei. Si ricorre a noi per un prestigio sociale. Viviamo in un Paese dove non si legge e dove si scrive tanto e male. Chi vuole scrivere bene ricorre dunque a quelli come me. Con i soldi si compra tutto. Anche una cultura da sfoggiare. Io la vendo senza problemi perché non è un problema mio. Non l’ho scelto questo lavoro, mi ci sono trovato. E mi ci trovo bene, glielo dico in tutta sincerità. La mia è un po’ una missione, una performance artistica in seno alla letteratura.

La cosa più divertente è vedere i miei clienti alla tivù quando presentano i miei libri. A volte mi capita di scrivere anche quello che dicono nelle interviste. Provi per un attimo a mettersi nei miei panni. Le sembrerebbe di assistere a una sorta di esperimento sociologico… [ride], piuttosto inquietante direi. Beh, a questo punto credo che ci siamo detti tutto. Ora non le resta che sbobinare la registrazione di questa lunga telefonata. Non mi richiami perché il numero dal quale l’ho chiamata non è il mio… vede quanti accorgimenti servono per garantirsi un anonimato? Spero di aver soddisfatto la sua curiosità e, naturalmente, quella dei lettori di Amedit. Le giuro che non vedo l’ora di leggere questa confessione su carta stampata. Per me, glielo assicuro, sarà un’esperienza al contempo straniante e illuminante. Come da accordi sarà firmata N.N. ma, per la prima volta, mi sembrerà di leggere qualcosa di autenticamente mio.

N.N.

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