PAROLE E IMMAGINI DELLA DIVERSITÀ | Lo sguardo interiore di Simona Fiori

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di Agata Keran

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Ormai qualche anno fa, a sorpresa, sulla mia scrivania sommersa da molti, impazienti e sovrapposti pensieri progettuali, approdò una lettura destinata a lasciare una profonda breccia nel mio immaginario: Paciv Tuke. Sporchi, cannibali e ladri di bambini, un romanzo di Simona Fiori, pubblicato nel 2017 dalle Edizioni Saecula. Fu infatti l’editrice Gabriela Gavioli a propormi la lettura e la successiva presentazione del libro, perché a conoscenza del mio interesse per i temi attraversati dall’autrice. Devo ammettere che partivo un po’ guardinga, considerando l’estrema spinosità di una questione sempre bruciante – quella del “Porrajmos”, ossia dello sterminio dei rom e sinti perpetuato durante la Seconda guerra mondiale – sottaciuta nei libri di storia e affrontata sovente in modo poco equilibrato. Ma già dopo le prime righe, mi lasciai coinvolgere pienamente nella trama di una fiaba noir, carica di un raro senso di empatia che pervade tutta la trama e dona un particolarissimo soffio vitale ai protagonisti del racconto, tre circensi accumunati dalla stessa origine etnica e dalla medesima tragica esperienza di prigionia nel campo di sterminio.

Il calzante ritmo narrativo, il costante anelito onirico e lo sviluppo in chiave visiva e scenografica delle situazioni mi fecero tornare in mente il sentimento drammaturgico di Heinrich von Kleist espresso in Käthchen di Heilbronn (1810) e, più in genere, lo spirito fiabesco e fantasmagorico dell’Ottocento tedesco. Dolcezza e orrore, colore e tenebra, sogno e realtà si concatenano in una sorta di danza macabra, che mette a nudo tutta l’assurdità dell’odio antisemita. Esasperato e tenerissimo, il romanzo invita a riflettere non solo sulla tremenda circostanza storica ma anche sui pregiudizi radicati da secoli nella cultura occidentale, che tuttora incombono sulla coscienza collettiva, spesso preclusa ad accettare questo tipo di diversità, considerata ancora da troppi un’inconciliabile alterità. Non a caso, l’incipit del libro riporta alla grida milanese del 13 marzo 1663: “Ogni cittadino è libero di ammazzare gli zingari impune, e di levar loro ogni sorta di robbe, di bestiame e denari che gli trovasse”.

«La storia di Tania, Gwenna e Ferdinand si dipana con la surrealtà di una fiaba, tra zuppe speziate e tripudi di stoffe dai mille colori. A bordo di una carrozza gitana, sulle note vibranti di un violino, le piccole vite dei tre protagonisti si annodano in una sorta di stramba famiglia, per riuscire a tirare avanti in un’esistenza che, per quelli come loro, comincia a farsi sempre più stretta. Il mondo verrà infatti presto sconvolto, schiacciato dal macigno della Seconda guerra mondiale. Catturati, caleranno in un limbo di dolore e privazioni, nell’indifferente vastità del campo di concentramento di Auschwitz.», questa è la sinossi riportata in seconda di copertina di un libro che ebbe una quasi immediata trasposizione scenica, grazie all’adattamento testuale e alla regia di Ketti Grunchi, intitolato Paciv tuke. Onore a te (2018) e prodotto da “La Piccionaia – Centro di Produzione Teatrale” nell’ambito del teatro per ragazzi.

«La grande orsa adorava quella vita e quella sua strana famiglia… una ragazzina che si credeva vecchia e invece era un incanto, una donna grande e grossa con una folta barba che a vederla l’anima ti rideva, un uomo così piccolo da essere detto nano, con un cuore grande da gigante…»; lo struggente racconto di uno stigma storico mai guarito diventa una potente metafora delle diversità di ogni genere e un invito ad abbattere le barriere culturali che ostacolano l’interazione e l’inclusione tra persone.

Conosciuta quindi prima come scrittrice, in occasione della presentazione del libro a Padova, presso la libreria “Il mondo che non vedo”, fu per me una sorpresa scoprire in seguito, attraverso i social, la sua vocazione artistica. In realtà nulla di imprevedibile, perché il timbro cromatico della sua narrazione faceva ben intuire una particolare sensibilità artistica. Tra l’altro, la trovo in perfetta sintonia con la dimensione letteraria: sembra che le creature letterarie prendano vita e corpo attraverso i dipinti. I loro volti, soprattutto gli occhi “stralunati” trasudano la medesima perturbante melancolia che pervade il romanzo. Inquieti e pensosi, i personaggi ritratti fanno presagire i loro intimi turbamenti tramite quelle iridi giganti che si configurano sul viso come perle irrorate della luce diafana della Luna.

“Un occhio vede, l’altro sente”, sosteneva in modo esplicito Paul Klee, riferendosi anche alla sua esperienza autobiografica di pittore e musicista. Ma già ben prima di lui tanti altri artisti e pensatori accarezzavano tenacemente questo binomio, alla base della ritrattistica spirituale di ogni tempo. Gli sguardi asimmetrici, divergenti delle figure che popolano il fervido immaginario di Simona rivelano la nostalgia di un qualcosa di indefinito e inafferrabile, affine per alcuni aspetti – sebbene in modo radicalmente più candido e naïf – a quel disagio che morde e pizzica senza requie i protagonisti dei racconti di Milan Kundera, riassunto con estrema efficacia in uno dei suoi titoli: L’insostenibile leggerezza dell’essere. Un’espressione che ben si accosta al ritratto dell’esile Ninfea, la cui identità fantastica si confonde ineluttabilmente tra una pianta acquatica e una creatura umana di temperamento acqueo, ossia propenso all’instabilità e a repentine metamorfosi nell’anima e nel fisico.

Riflette un amico dell’artista, Massimo Tosi: “La bellezza delle opere di Simona, oltre ad essere oggettiva, ha una qualità secondo me fondamentale: l’unicità. Io adoro Tim Burton e trovo nella sua arte la stessa voglia di parlare attraverso immagini favoleggianti e gotiche di argomenti seri come la solitudine e l’emarginazione. In un mondo che si esprime con le emoticon, l’arte viene considerata superflua, poco produttiva. L’arte è invece un nutrimento per le nostre anime, è rivoluzionaria perché esprime i nostri bisogni interiori.”

Ma chi è Simona Fiori? Nata a Legnano (Milano) nel 1978, frequenta prima il liceo artistico, per poi proseguire gli studi presso la Scuola di Cinema e Tecniche Cinetelevisive di Milano, specializzandosi in sceneggiatura e produzione. Per diversi anni ha lavorato come tecnico televisivo presso un’emittente lombarda, per poi dedicarsi a tempo pieno all’esercizio di scrittura e di arte. Risiede attualmente a Cassano Magnago (Varese).

Conversando con l’artista

AK: Mi colpisce molto la tua creatività poliedrica: dalla scrittura all’arte, lavorando al contempo nell’ambito cinetelevisivo. Sei riuscita ad armonizzare il lavoro quotidiano con la libertà espressiva?

SF: In realtà no, perché i miei sogni lavorativi, che mi vedevano operare su set cinematografici, si sono dovuti piegare alla realtà di un settore ben poco poetico, la televisione. Parallelamente però ho continuato a scrivere e dipingere, innanzitutto per sopravvivere sul piano interiore. Credo che in assoluto la scrittura sia il mio strumento preferito di estroversione. Per questo parla inevitabilmente di me, di come mi piacerebbe che fosse percepito il mondo. Amo le creature ultime, indifese e per qualcuno ripugnanti, proprio perché so che da svelare c’è tanto. So che c’è della poesia e dell’eroismo. Per questo cerco sempre di restituire questa verità agli altri con quello che racconto. I miei personaggi a volte sono apparentemente privi di dignità, ma mai di umanità, e sono comunque dei resilienti. Li racconto attraverso fatti sgradevoli o scomodi, cercando però una chiave che s’insinui nel cuore di chi legge in modo fantastico o surreale. Mi diverte l’idea di preparare un terreno comodo, per poi farlo franare improvvisamente, mi piace inquietare, creare turbamento, così da costringere a riflettere e porsi domande.

AK: So che stai preparando un nuovo progetto editoriale, in collaborazione ancora con le Edizioni Saecula. Puoi anticipare qualcosa riguardo al racconto che mi dicevi legato ai ricordi familiari?

SF: Tra poco uscirà il mio romanzo Le boie panatere, (non a caso le boie sono gli scarafaggi…) e posso dire che ho scritto queste pagine per non lasciar dissipare le memorie di mia madre che, sfiancata dalle mie domande e rassegnata a un eterno racconto della sua infanzia, continua a svelarmi. Da bambina non le chiedevo favole, piuttosto questi racconti tremendi, come faccio ancora oggi… E ogni volta hanno un sapore rinnovato, una luce nuova, una rivelazione diversa. Il libro racconta la storia di una bambina che resta sola molto piccola, orfana di madre con un padre alcolizzato, all’alba della Seconda guerra mondiale. La sua casa diventerà la ‘dimora delle orfanelle’ del Cottolengo a Torino e la sua famiglia sarà una bambina ancora più sfortunata di lei. La morte, sotto varie forme, le farà compagnia mostrandole infine la via per la vita (e per l’amore).

AK: Noto che la tua produzione si è intensificata e ramificata negli ultimi tempi. Oltre ai dipinti ti dedichi anche alla realizzazione dei burattini in pasta di legno e di magnifici segnalibri dipinti a mano.

SF: Solo di recente ho deciso di mettermi in gioco e pubblicare i miei lavori artistici. I dipinti sono la parte del mio prodotto che amo di più, perché sono legati al periodo in cui li facevo per me stessa e non su commissione. Soffro un pochino a lavorare con vincoli o scadenze di sorta, naturalmente per quanto riguarda questo tipo di attività. E credo che il fatto stesso di farlo rientrare nell’ambito del lavoro, un po’ mi disturbi.

AK: Qual è l’impulso interiore che muove le corde profonde della tua espressività, al contempo introspettiva ed empatica verso gli altri?

SF: Dipingo e creo cose sostanzialmente per stare bene, sono convinta che la mia produzione sia strettamente legata, e meglio riuscita, nei momenti di malessere e inappagamento. Essendo stata io per prima una bambina silenziosa, poco integrata e dai tragici natali, butto fuori ciò che avrei voluto si notasse di me. La povertà, la diversità, la malinconia, forse per riscattarmi. In tutti i miei soggetti, gli occhi raccontano questo. A volte le persone mi dicono che le cose che faccio sono inquietanti, forse perché percepiscono quell’atrabile senza riuscire a razionalizzarla.

AK: Quindi il sentimento della diversità si pone come cardine della tua poetica? È la cifra peculiare del tuo essere artista?

SF: Mi preme raccontare la diversità, ponendola dritta dritta nell’infanzia, per ribadirne la natura innocente e priva di arbitrio. Credo sia questo che mi esclude dalla definizione di artista. Ci ballo dentro e la trovo sgradevolmente scomoda, mi mette in imbarazzo. L’arte è un’altra cosa (sarò presuntuosa nella mia convinzione), è una cifra, una previsione del futuro, è arrivare prima della storia e dunque farla. Avere un’intuizione nuova che nessuno ti ha suggerito. Picasso, Caravaggio, i Dadaisti! Loro avevano sfere di cristallo, non io. Io preferisco definirmi una brava artigiana, una cantastorie a cui piace stupire, inquietare, suscitare.

Agata Keran


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