GIOVINI DI GENIO DISCOLO E SEDITIOSO | Criminalità e Scolari dello Studio patavino nei secoli XVI e XVII

0 0
Read Time9 Minute, 44 Second

di Ruggero Soffiato

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

SFOGLIA LA RIVISTA

 

Il contesto – “Concorrono a questo celeberrimo Studio scolari in gran numero non solamente dalle provincie circostanti, e dalli paesi d’Italia, ma da tutte le parti d’Europa così per la gran fama, e celebre nome delli Dottori leggenti, come per la salubrità dell’aria, fertilità del paese, e governo moderato delli Signori Venetiani”. (Portenari A., Della felicità di Padova, 1623).

La presenza dell’Università a Padova fin dal 1222, il cosiddetto “Studio”, ha determinato non solo prestigio culturale e politico, oltre che benessere economico per la città, ma anche la necessità di gestire i rapporti e i conflitti tra gli studenti e i cittadini, avendo presenti i privilegi dei primi e i diritti dei secondi. La serie di crimini commessi dagli “scolari” nel periodo 1580-1699, la rissosità e le rivalità tra le diverse “Nazioni”, (ossia le città e gli stati di provenienza degli studenti) permettono di comprendere, attraverso le  sentenze della Corte pretoria del Podestà, sia le modalità della loro gestione da parte delle Autorità, sia l’impatto sulla vita della città e dello Studio stesso.

Tra i documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Padova, le sentenze emesse dalla Corte sopracitata hanno assunto un ruolo di grande importanza per i ricercatori, in quanto i fascicoli processuali prodotti dall’attività della Corte, il massimo tribunale penale della città,  nel corso dell’età moderna sono stati quasi completamente distrutti. I verdetti, quindi,  costituiscono la testimonianza diretta e praticamente esclusiva del funzionamento del tribunale pretorio.

Liti, duelli, risse, aggressioni, rapine, stupri, ma anche sedizioni, sommosse e frequenti scontri con gli odiati “sbirri”: queste le fattispecie di reati che si trovano descritte nelle sentenze. Il comune denominatore di questi comportamenti criminali può essere individuato, quasi sempre, nell’abuso, da parte degli scolari, del loro diritto di portare armi. Privilegio ambito da molti, in una società in cui era consuetudine mettere  mano alla spada  prima che al codice. Ma ciò che provocava la maggior parte degli eccessi era il reiterato utilizzo di alcune armi da fuoco, specificamente proibite dalle leggi: le terzette, o terzaroli, gli archibugi corti e le pistole, tutte armi di modeste dimensioni, ma letali, atte a essere celate sotto i mantelli, utilizzate, spesso, anche con motivazioni pretestuose. Queste infrazioni alle leggi provocavano  la rivalità esplicita tra gli studenti e gli sbirri del Podestà o del Capitano, che avevano il compito di accertare il legale possesso e il porto delle armi in loro possesso.

Alcuni fatti criminosi – Tra il 1580 e il 1700, sono 35 le sentenze che si occupano della criminalità studentesca, riassumendo, spesso, fin nei dettagli, le vicende oggetto dei processi. Per il periodo succitato, un’altra fonte, molto utile per completare le informazioni sui fatti, sono le cronache di Nicola Rossi, Storia di Padova e, di Francesco Abriano, gli Annali di Padova. Ed è proprio la cronaca di Nicola Rossi, per l’anno 1587, che ci racconta un fatto, anche per quei tempi così violenti, inusuale e di una gravità estrema. Protagonista uno “scolaro” milanese, molto particolare: si tratta, infatti, di un abate, monsignor Ansilboldo, il quale, accompagnato da due servi armati, entra in casa del dottor Panfilio Salice, un avvocato, “con animo pensato di violar, come fece, una sua figlia che egli haveva da marito, bellissima fra tutte della città di Padova e virtuosa, di cui egli fieramente se n’era innamorato”.

Dopo aver trattato alcune questioni, l’abate, con la scusa di voler ascoltare la ragazza cantare, non appena questa entra nella stanza “spinto dal furore d’amore, non considerando il caso e la ruina che ne poteva succeder, prese la giovine, et il padre fu spinto fuori della camera da quelli due servitori, minacciando e mostrandoli le pistole, che havevano nelle mani, di ucciderlo se havesse detto cosa alcuna; il strepito di tutta la famiglia fu grande, et il delitto grave, per haver in quel ponto anco la giovine persa la sua verginità”.

Un delitto così efferato non poteva certamente essere nascosto: il Podestà fa arrestare i due servitori, in realtà due veri e propri “bravi” che, il giorno dopo, vengono giustiziati (“appiccati per la gola”) senza alcun processo. Il Podestà fa arrestare anche l’abate e lo vorrebbe impiccare, ma interviene il vescovo che afferma la propria giurisdizione, essendo il reo un ecclesiastico, e ne richiede la custodia. La vicenda si conclude con l’invio del colpevole a Roma, dove viene condannato ad una semplice ammenda, seppur per  l’importo cospicuo di 500 ducati. La disparità di trattamento tra l’abate e i due bravi non può non essere rilevata, a conferma di quanto l’appartenenza a un ceto, oppure a un ordine religioso, determinasse, in età moderna, una diversa forma di giudizio. In questo caso è il ruolo di abate, soggetto quindi alla diretta giurisdizione papale, che fa la differenza; ma anche appartenere al ceto studentesco determina, spesso, una pena più lieve rispetto a quelle comminate ai comuni cittadini per lo stesso delitto.

È di qualche anno prima, il 1580, la sentenza che descrive un altro fatto davvero clamoroso che, per qualche giorno, vede coinvolta tutta la città, tanto che entrambi i cronisti sopracitati ne fanno un racconto vivace e ricco di dettagli che integra efficacemente il testo giudiziario. Un gruppo di studenti viene accusato, e giudicato dalla Corte pretoria, per le “feritte date alli 3 del detto mese de genaro appresso la Piazza et Palazzo per alcuni scolari di questo Studio nella persona del quondam Sigismondo Speronello, cavalier di noi Capitanio, che subito se ne morì et delle feritte mortali date nella persona di Sebastiano Giantino Contestabile di noi Podestà et di altre feritte date ancora ad altri officiali, con sparar anco delli schioppi, per le cause et nel modo come nel processo”.

La causa di questo scontro è, come sarà anche per i secoli a venire, la richiesta degli studenti di ottenere il rilascio di due colleghi, in questo caso due nobili milanesi, incarcerati perché trovati in possesso di armi proibite. Al rifiuto delle autorità di liberarli, molto insoddisfatti di questa risposta, gli studenti, in trecento secondo l’Abriano, secondo il Rossi in quattrocento, si radunano presso la piazza del Santo, “la maggior parte armati d’archibusi, et molti in arme bianche con piche, si posero in ordinanza, et con tamburi e bandiere si levarono per andar a Ferrara havendo mandato alcuni ad occupar la porta di Santa Croce affine che dalli Rettori non fosse mandata a serrare a ciò non partissero”.

Gli studenti, dopo aver tenuto la porta di Santa Croce per oltre quattro ore, per mezzo di alcune imbarcazioni, si dirigono verso Ferrara (allora territorio dello Stato pontificio, quindi fuori della giurisdizione veneziana), ma giunti a Monselice, una ventina di chilometri a sud di Padova, vengono affrontati dal Podestà locale e dispersi nelle campagne. Alcuni, nel tentativo di rientrare, nottetempo, a Padova, vengono intercettati dagli sbirri e arrestati. Qualche giorno dopo si apre il processo e le condanne sono piuttosto severe. L’Abriano ci fa sapere che: “doi che erano del Stato furono banditi da terra e luogo del Stato venetiano, doi che erano forestieri furono mandati in gallia [cioè a remare sulle galere], et il quinto che era cremonese, e prete però cogli ordini minori solamente, fu decapitato nella piazza del Vino”. La necessaria stringatezza della sentenza non consente particolari riflessioni; le cronache, invece, ci permettono di conoscere altri aspetti relativi alle conseguenze di questa vicenda sulla città e sulla cittadinanza.

Scrive il Rossi: “Questo fatto  dava tanto da ragionare al populo che per le case e su le pubbliche piazze, non si ragionava d’altro, essendo fama universale il Studio di Padova non dovesse esser per ritornar così in breve nel pristino suo stato ed essere”. Dal racconto dell’Abriano possiamo invece formarci un’opinione relativa all’importanza che aveva la presenza degli studenti per la città di Padova. È certamente emblematico quanto riferisce: “fu notabile in questo negotio la cortesia dei Padovani essendo partiti dalla città per ricovrare  et salvare li scollari ch’erano persi per la campagna del Moncelesano”.

In questa sede non è certamente possibile anche soltanto riassumere le sentenze emesse, però ci sembra opportuno citarne una, del 1655, dalla quale abbiamo tratto anche il titolo di questo articolo. “Giovini di genio discolo e seditioso” vengono, infatti, definiti due scolari veronesi ed un vicentino “li quali cambiato lo studio delle lettere nell’uso dannatissimo d’arcobuggi, […] fatti auttori dell’insolenza, et aperti nemici della quiete, con tali armi lunghe, e curte, accompagnati da altri loro adherenti, e sviati, ben spesso vagando la notte per questa città, facendo chi va lì, e sbarando arcobusate senza causa contro le persone”. Il fatto, molto grave, quindi, considerato quasi come un attentato alla sicurezza della città, al quale, tuttavia, si devono aggiungere ulteriori imprese criminali: spari di archibugiate su innocenti cittadini che camminano per la strada e, soprattutto, l’omicidio di uno studente vicentino incontrato casualmente lungo la via che conduceva alla sua casa.

La sentenza ci offre una descrizione efficace della situazione dello Studio patavino, ma anche in generale della città, alla metà del XVII secolo, anche se non può essere certamente estesa all’intero corpo studentesco. Emerge, tuttavia, dai documenti, dai racconti, dalle leggi, dagli statuti, dalle relazioni dei Podestà del tempo, come una parte degli studenti rappresentasse un vero problema per l’ordine pubblico della città e per il prestigio dello Studio stesso. Colpisce anche quanto viene descritto in una sentenza del 1623: un cittadino qualunque, che cerca di interporsi nella lite tra due gruppi di studenti rivali, viene colpito da un colpo vagante di archibugio, ma si salva, rimediando solo una forte contusione, perché indossa uno “zacco”, cioè un corpetto di maglia d’acciaio, vale a dire un giubbotto antiproiettile.

Conclusioni – La lettura dei documenti, delle sentenze, delle cronache, e delle relazioni dei Podestà, relativi al periodo considerato, 1580-1700, offre il quadro di una società, quella patavina del tempo, pervasa di comportamenti violenti e delittuosi, gestita dal Potere attraverso esenzioni, privilegi, leggi criminali, tribunali penali, in cui gli studenti – tutti appartenenti ai ceti più elevati – e quindi già privilegiati, male sopportano le limitazioni intimate dai governanti, e poste in esecuzione dagli odiati sbirri, alle quali reagiscono, spesso, con comportamenti delittuosi, poco consoni al loro status di persone dedite agli studi e alla scienza. Arroganza e manifesto senso di superiorità sono maniere condivise da un certo numero di giovani, di diversa provenienza territoriale, come di maggiore o minore levatura sociale, che spesso  restano nello Studio anche dopo essersi addottorati,  prevalentemente occupando il proprio tempo per scopi di prepotenza, sopraffazione e illeciti guadagni. Certamente la violenza non è da attribuire esclusivamente agli studenti: anzi, una trentina di casi, seppur tutti gravi, in più di un secolo non può, probabilmente, essere considerato un segno di violenza studentesca generalizzata ma, certamente, i delitti commessi dagli studenti sono tutti perpetrati all’interno delle mura cittadine, e quindi con un forte impatto sulla popolazione residente.

Ciò che intendiamo dire è che le azioni criminose degli studenti si possono inserire in un contesto sociale caratterizzato da una violenza diffusa, alla quale le autorità cittadine, anche se, spesso, investite di poteri straordinari, cercano di porre freno, anche se con risultati non sempre positivi.

Ruggero Soffiato


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

Copyright 2021 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

 

LEGGI ANCHE:

L’UNIVERSITÀ DEI GESUITI A PADOVA NEL 1591- UN TENTATIVO FALLITO

IL REATO DI FALSIFICAZIONE DI MONETE NELLA TERRAFERMA VENETA DEL SECOLO XVI

POLEMICHE EPISTOLARI NELLA VENEZIA DEMOCRATICA DEL 1797

ARCANGELA TARABOTTI | Protofemminismo di una monaca veneziana

About Post Author

Amedit rivista

Rivista Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Letteratura, Storia, Arte, Scienza, Cinema, Musica, Costume e Società. Per richiedere una copia della rivista scrivere a: amedit@amedit.it o visitare la sezione "Abbonati" di questo sito.

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Rispondi

Next Post

LA CASA CHIUSA | Un racconto di Paolo Schmidlin

Ven Lug 9 , 2021
Un racconto di Paolo Schmidlin Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021 SFOGLIA LA RIVISTA   Severa e sdegnosa ma non spettrale; così appariva la vecchia villa, impenetrabile nel suo isolamento, con le persiane color fegato serrate e la cupola a pagoda del corpo retrostante che si stagliava contro la massa scura dei pini. Incuteva una sorta […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: