LES MORTS VONT SEULS… | I due viaggiatori | un racconto crudele di Octave Mirbeau

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Il lavoro che fagocita il tempo. Il lavoro che abbruttisce, svilisce e condiziona. Il lavoro che riduce l’individuo a lavoratore, a ingranaggio di una macchina sociale religiosamente produttiva. Il lavoro ad ogni costo e ad ogni prezzo. Il lavoro che, prima del corpo, usura l’animo, l’intelletto e la percezione di un sé nel rapporto con il mondo. Su questo verte Les deux voyageurs (I due viaggiatori), uno dei racconti più crudeli di Octave Mirbeau.

Con proverbiale lungimiranza Mirbeau ambienta la storia nella Chicago del 1899. È l’America vista con gli occhi di un francese, un non-luogo dove la modernità accelera senza mai fermarsi o guardarsi indietro. Non è la città, ma già la metropoli. Un ufficio-fabbrica a cielo aperto, attivo giorno e notte, dove il passato non conta e dove il presente ha ragione di essere soltanto in virtù del futuro che continuamente rincorre. Cyrille Barclett, chef de bureau della “Moon of Chicago”, una Compagnia d’assicurazione sulla vita con capitale di cento milioni di dollari, vive e lavora in questo non-luogo. Al suo fianco c’è Earl Butwell, vice direttore del personale, suo superiore e suo cugino. Cyrille vive con l’anziana madre e non ha altra velleità all’infuori della sua carriera professionale. Il lavoro e solo il lavoro. Mirbeau lo mette in scena con la sua entrata in ufficio il primo dicembre 1899. Di lui non ci è dato sapere nulla al di là della sua mansione strettamente impiegatizia. Cyrille Barclett esiste solo sul suo luogo di lavoro.

Assolto il rito dello «shakehand», Cyrille chiede al suo superiore un congedo di un mese per potersi sposare a New York. «Otto giorni per andare, otto giorni per tornare, quindici giorni per il matrimonio!… Sarò in ufficio il 2 gennaio alle dieci.» Il cugino Earl Butwell, per nulla commosso dalla notizia, impermeabile finanche alla più elementare empatia parentale, subito ribatte che non gli è possibile concedergli una vacanza così lunga. «A voi è affidata la sorveglianza dell’inventario sino alla fine dell’anno. Voi non potete partire prima del 5 gennaio.» Cyrille non demorde, deve proprio prender moglie, così, dopo aver consultato «una specie di orario illustrato ch’era inquadrato in una cornice nera, sulla parete dell’ufficio» riformula la richiesta sforbiciando il più possibile i tempi: «Io non resterò laggiù che tre giorni… il tempo appena necessario per ammogliarmi… e riprenderò il piroscafo che parte da New York il 14… Guardate, guardate voi pure…»

Messo alle strette, e sinceratosi che il collega Jeromy l’avrebbe sostituito nelle sue mansioni, il vice direttore finalmente acconsente. Cyrille appare sollevato. «All right!… È inteso… Il tempo appena di prender moglie!… Il 23 dicembre, alle dieci, voi mi rivedrete in ufficio!» Per pura curiosità, ed essendo quel mattino un po’ in vena di chiacchiere, Butwell chiede al cugino qualche informazione sulla sposa. Salta così fuori il nome di una certa Minnie Hookson. Cyrille confessa subito di averla vista solo in foto, di non averla mai incontrata e di esserne entrato in contatto epistolare attraverso una certa Miss Sanders (anche questa mai vista di persona). E, d’altra parte, ne avrebbe forse mai avuto il tempo? Il lavoro, si sa, richiede abnegazione. «Una graziosissima giovine, Earl!… Ventisette anni, sottile, alta, bionda… Credo, almeno…» La conversazione tra i due prosegue più nel dettaglio.

All’eccitazione di Cyrille, ansioso di poter condividere sul posto di lavoro la sua imminente realizzazione sentimentale, il vicedirettore opponeva «quella affabilità imperativa e breve che gli era consueta in tutte le circostanze della vita». Cyrille racconta di aver ricevuto da Miss Sanders le fotografie di Minni Hookson da quando aveva un anno fino al compimento dei ventisette. In tutto, dunque, ventisette fotografie, e, estraendole da una busta di cuoio, le mostra orgogliosamente al cugino. Questi, un po’ interdetto, gli chiede come fa ad esser così sicuro che le fotografie siano riconducibili effettivamente alla fantomatica Minnie, sentendosi subito rispondere: «E perché mai non dovrebbero esserlo?» Cyrille sembra proprio non aver tempo di porsi inutili domande. A Chicago il tempo è denaro. Sorridendo maliziosamente Cyrille capovolge le fotografie e invita il cugino a scorrere le didascalie che vi erano riportate. «Dietro a ciascuno dei ventisette ritratti era scritto, a grosse lettere e a grandi cifre, l’indicazione dell’altezza, della grossezza, del peso della Minnie infante, poi della Minnie adolescente, quindi della Minnie ragazza, poi della Minnie già donna… Tutta un’antropometria esattissima… Una contabilità rigorosissima, tenuta anno per anno, minuziosamente.» Letta l’ultima didascalia il vicedirettore si accende di entusiasmo: «Un metro e sessanta!…Sessantadue chili!…», aggiungendo poi prima di congedarsi dal neosposo: «Credo, Cyrille, che sarete felice.»

Tutto si compie nei tempi prestabiliti. Cyrille Barclett è un uomo di parola, perfettamente in grado di gestire il tempo che ha a disposizione. Per il giorno pattuito, il 23 dicembre, i novelli sposi fanno dunque ritorno a Chicago. Si era deciso che, almeno per i primi tempi, avrebbero diviso la casa con l’anziana signora Barclett, «résolution qui conciliait la tendresse et l’économie». La signora, malata di cuore, aveva speso i giorni precedenti a lustrare l’appartamento per ricevere degnamente la nuora, «che lei idolatrava di già per il suo peso di sessantadue chili e per il suo metro e sessanta di altezza!» Alle nove e mezzo Cyrille lascia la sua Minnie sulla soglia di casa e, dopo averla affidata al portinaio con la preghiera di condurla su da sua madre, si dirige di gran fretta verso l’ufficio per essere puntuale, come promesso, alle dieci in punto.

A distanza di soli dieci minuti riceve una telefonata. Lo informano che sua madre ha avuto un improvviso attacco di cuore, che è molto grave e che sta per morire. Cyrille, in preda all’agitazione, scrive velocemente un biglietto al vicedirettore per giustificare la sua assenza e corre al capezzale di sua madre. Corre, ma arriva tardi. Sua madre è già morta. «Cyrille pianse amaramente… Poi quando ebbe dato alle lacrime il tempo che un americano può concedere a queste dimostrazioni inutili del dolore, ritornò al suo ufficio…» Qui, ad aspettarlo, trova il cugino e vicedirettore Earl Butwell. Lo informa subito che sua madre è morta. Esisteva forse un motivo più valido per giustificare qualche ora di ritardo? Né un abbraccio, né una pacca, né una parola di conforto, neanche le formali condoglianze, ma solo: «Spero che non sarete venuto da me per domandarmi ancora un congedo di trenta giorni!» Cirylle non fa una piega. La sua disumanità è pari, se non superiore, a quella di suo cugino. Si limita solo ad esprimere una perplessità, ovvero riferendo del desiderio più volte manifestato dalla madre che, a morte avvenuta, il suo corpo fosse sepolto nella sua città natale. Per accompagnare la salma durante il viaggio gli sarebbero serviti altri giorni di permesso. Butwell nega fermamente il congedo. «Certamente: no… non la potete accompagnare…» Bisognava dunque che partisse da sola.

Sorgeva però un altro problema perché, per quel tipo di trasporto, il primo battello a vapore utile non sarebbe partito che a distanza di otto giorni. Poteva forse Cyrille Barclett tenere in casa il cadavere di sua madre per tutto quel tempo? Come risolvere la situazione senza compromettere l’indiscutibile priorità del lavoro? Butwell, dopo aver riflettuto un istante, trova la soluzione: «Cyrille, bisogna comprare una bara molto solida… mettervi la vostra cara madre… la stimabile signora Barclett… e depositarla… al bagagliaio… della stazione!» Ecco come si lavorava alla “Moon of Chicago”, Compagnia d’assicurazione sulla vita con capitale di cento milioni di dollari. Di sicuro, «un cercueil très solide» era tutto quello di cui necessitava «l’honorable mistress Barclett» per raggiungere la sua destinazione. «E siccome Earl Butwell non mancava di qualche bella frase retorica, a tempo perso, aggiunse: – I morti vanno soli… I morti vanno presto!…» (Les morts vont seuls… Les morts vont vite!…). Con un gesto del capo, senza tradire alcuna emozione, Cyrille approva. Nella sua posizione non può fare altro che rimettersi alla decisione del suo superiore. Certo potrebbe trasgredire gli ordini e lasciar prevalere i suoi sentimenti, la sua coscienza, la sua morale. Se non lo fa è perché ogni suo poro trasuda obbedienza e sudditanza da un sistema di pensiero assimilato troppo nel profondo.

Cyrille Barclett è un alienato. Il denaro (e il lavoro che lo produce) lo ha definitivamente disumanizzato. Rimettendosi «a sgobbare sull’inventario» – dopo un matrimonio e un lutto consumati in tutta fretta e senza alcuna empatia – lo chef de bureau della “Moon of Chicago” si rivela per quello che è: null’altro che un ingranaggio inconsapevole e infinitamente sostituibile della mostruosa macchina commerciale capitalistica. I due viaggiatori, ci lascia intendere Mirbeau alla fine del racconto, non sono Cyrille e Minnie, ma Cyrille e sua madre: due cadaveri, uno chiuso in «una bara molto solida» e passato a miglior vita, e l’altro, quello di Cyrille, consacrato a un’esistenza sepolta in se stessa. Les morts vont seuls… Les morts vont vite!…

Superfluo forse sottolineare quanto certe lungimiranti intuizioni mirbelliane – qui nello specifico riconducibili alla grave alienazione disumanizzante generata da una strutturazione distorta del lavoro – trovino inquietanti riscontri con la nostra più stretta contemporaneità. Cyrille Barclett, più che al 1899, sembra appartenere a questo nostro tempo impermeabile: l’era dei social e delle relazioni a distanza (la misteriosa Miss Sanders che fa da tramite tra i due sposi ci rimanda alle attuali piattaforme di incontro via internet), l’era del cinismo e del mordi e fuggi, l’era della velocità e del cieco profitto.

Nei Contes cruels (Racconti crudeli) – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Octave Mirbeau enfatizza il lato oscuro della natura umana creando nel lettore quello che Pierre Michel definisce uno «shock pedagogico». Ogni singolo racconto si offre come tassello di una sofferenza universale, una condizione esistenziale patita e inferta da una collettività connivente destinata a progressiva frantumazione. Leit motiv della disamina mirbelliana è la ferocia sempre sottesa alla natura umana, la barbarie che sonnecchia nell’etica. Il racconto Les deux voyageurs è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: I due viaggiatori, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920). Per ogni approfondimento sulle opere di Octave Mirbeau si rinvia al nutrito archivio storico-critico curato da Pierre Michel. È possibile inoltre consultare su internet il portale “Studi Mirbelliani Italia” e l’esaustivo “Dictionnaire Octave Mirbeau”.

Massimiliano Sardina


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