LA GRANDE TRIBOLAZIONE | Latte arcobaleno | un romanzo di Paul Mendez

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Black Lives Matter. Se i disumani secoli dello schiavismo sono solo un lontano ricordo, è pur vero che la società biancocentrica continua più o meno velatamente a dettar legge, a spadroneggiare, a separare. L’integrazione è un processo lento, molto lento. Le cronache internazionali riportano quotidianamente episodi di intolleranza e di insofferenza, lasciando emergere il ritratto di una contemporaneità irrisolta, xenofoba, classista e fintamente moderna. Le minoranze – tutte, nessuna esclusa – vivono un problema. E sono i neri, ora come allora, a pagare forse il prezzo più alto. Lo sa bene Paul Mendez, classe 1982, scrittore inglese di origini giamaicane, al suo esordio con il romanzo semiautobiografico Latte arcobaleno (Edizioni di Atlantide, 2021).

La storia si snoda su un doppio arco temporale, un arcobaleno che fa da ponte tra gli anni Cinquanta e gli anni Duemila. Da un lato c’è Norman Alonso, un giamaicano che, nel 1957, si trasferisce per lavoro nella Black Country inglese. Dall’altro c’è Jesse McCarthy, anche lui di origini giamaicane, che nasce nella Black Country, a Wolverhampton, nel 1982. Per capire cosa lega la Giamaica (stato insulare delle Grandi Antille, bagnato dal mar dei Caraibi) con l’Inghilterra è necessario rispolverare un po’ di storia. Dal 1655 al 1834 la Giamaica è stata per due secoli sotto il dominio britannico. Gli intraprendenti inglesi popolarono l’isola con migliaia di schiavi importati dall’Africa per impiegarli nella coltivazione dello zucchero. La popolazione attuale è composta prevalentemente da discendenti di popolazioni provenienti dall’area Sub-Sahariana schiavizzate dai Britannici. La schiavitù in Giamaica fu abolita nel 1834. Nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la nave passeggeri Empire Windrush trasportò quasi 500 giamaicani sulle coste britanniche. Questa fu la prima grande ondata migratoria dalle Indie Occidentali al Regno Unito. Norman Alonso è solo uno dei tanti giamaicani sbarcati in Inghilterra con la speranza di costruirsi una vita migliore.

Nella Black Country però Norman Alonso non trova il paradiso. Approda in un territorio ostile dominato dalla White Supremacy, «dove ogni cosa che non vuoi costa poco, e ogni cosa che vuoi costa cara.» La sua dedizione al lavoro e alla famiglia, il suo talento per la coltivazione dei fiori, la sua propensione all’onestà non bastano a garantirgli il rispetto degli autoctoni. Dovrà lottare ogni singolo giorno per i suoi diritti elementari. Dovrà difendersi ogni giorno dagli sguardi sospettosi, dalle battute, dalla ritrosia, dalla diffidenza, dal malcelato disprezzo. Tra il nero e il bianco, nei grandi numeri, agiscono le mille sfumature grigie del pregiudizio. «Il governo non parla ai bianchi poveri (…) Nessuno gli dice che gli immigrati vengono perché il governo ci invita come liberi cittadini britannici, perché dopo la guerra molti di noi sono stati ridotti a macerie e così tanti sono rimasti uccisi. Questi pensano (…) che ci possiamo prendere il loro perfetto paesaggio inglese e ridurlo a campagna incolta e savana (…) Hanno paura che li possiamo violentare a morte, come loro ci hanno violentato a noi a sangue per secoli, solo che il nostro cazzo è un re ed è più grosso del loro cazzetto da combattimento? Poveri bianchi che non hanno le informazioni giuste…»

È in questo mondo che Norman Alonso si ritrova a crescere i suoi quattro figli. Cambierà qualcosa nelle generazioni successive? La “neritudine” cesserà di essere una condizione di svantaggio sociale? L’integrazione avrà fatto il suo corso? All’altro capo dell’arcobaleno, agli inizi degli anni Duemila, troviamo il diciannovenne Jesse McCarthy. Come Norman, anche Jesse vivrà sulla sua pelle – nera – «la Grande Tribolazione». Nero, omosessuale e Testimone di Geova, Jesse McCarthy cresce nella Black Country inglese, nelle Midlands occidentali, una vasta area industriale composta prevalentemente da bianchi. Il Territorio Nero – così chiamato per l’elevata quantità di fuliggine esalata dalle industrie del carbone e dell’acciaio – abbraccia la zona nord e ovest dell’area di Birmingham e quella sud ed est dell’area di Wolverhampton; nei confini della Black Country rientrano anche le aree metropolitane di Dudley, Walsall e Sandwell. L’industria pesante ha caratterizzato la Black Country fino alla fine degli anni Sessanta (la chiusura delle grandi fabbriche avrebbe poi consegnato la popolazione a una disoccupazione cronica).

Jesse, alter ego di Paul Mendez, ha un patrigno bianco di nome Graham. Del suo vero padre non ricorda nulla e sa solo che è morto. Sua madre, donna arida e anaffettiva, ha sempre evitato di toccare l’argomento. Fin dalla più tenera età Jesse subisce la rigida dottrina dei Testimoni di Geova. Ha solo otto anni quando fratello Thomas Woodall, un bellissimo predicatore bianco e biondo, bussa alla porta di casa McCarthy per distribuire le riviste Torre di Guardia e Svegliatevi!. Jesse se ne innamora all’istante. Era solo un bambino, ma in quanto a orientamento sessuale aveva già le idee chiare. Fratello Thomas Woodall (chiamato poi affettuosamente zio Tom) sarebbe poi divenuto il suo archetipo di bellezza, l’ideale di uomo che avrebbe ricercato in ogni partner futuro. Fino all’età di diciannove anni Jesse è nella parte e fa tutto ciò che gli altri – la famiglia, la congregazione, gli amici – si aspettano da lui. Tra gli eletti di Geova si è guadagnato una buona reputazione. Fine conoscitore delle Scritture e brillante predicatore, si apprestava a diventare un servitore del ministero, ed era già a metà del percorso per assurgere al ruolo di anziano. Quella fede, con tutti i suoi innaturali dettami, l’aveva accettata e assimilata più per via del suo temperamento mite che per un intimo convincimento, e va da sé che, a quell’età, non disponeva certo degli strumenti per smascherare le sottili dinamiche del plagio. «Spesso da bambino Jesse si era chiesto come sarebbe stato Armaghedon (…) La Terra avrebbe tremato a tal punto che tutti i malvagi sarebbero morti. Ogni edificio sarebbe crollato come le mura di Gerico, o il World Trade Center, e avrebbe schiacciato a morte i piccoli umani che non veneravano Dio: non un qualsiasi vecchio dio, ma solo Geova. Come sarebbero cominciati i tremori? Lentamente, per poi raggiungere un crescendo distruttivo a livello universale?»

Tutto crolla quando la natura omosessuale di Jesse viene timidamente alla luce. Ecco la vera Armaghedon. La congregazione lo dichiara disassociato e la famiglia lo mette letteralmente alla porta. «Si era censurato, si era punito, aveva ingabbiato emozioni che non potevano essere peccaminose tanto erano forti e manifeste in un bambino così piccolo; ma dovevano essere naturali, erano là sin dalla nascita; lui si era trattenuto ed era stato lo stesso disassociato.» La fede, che fino a quel momento lo aveva guidato, non gli offre nessun conforto. «La Bibbia in teoria aveva una risposta a tutto, ma non offriva guida a quei figli che erano stati traditi dalle proprie famiglie e cacciati di casa.» Il vero conforto Jesse lo troverà nella musica e in libri come La stanza di Giovanni di James Baldwin.

A Londra, duecento chilometri lontano da casa, Jesse si ritrova a improvvisare una sopravvivenza. «Si chiese cosa dovesse fare, materialmente, con se stesso. (…) L’idea di diventare uno scrittore gli sembrava buona, all’altezza, senza però includere il fatto che era un ragazzo nero, giovane e magro, con un bel viso che non doveva essere sprecato a una scrivania. La scrittura poteva aspettare finché non si faceva vecchio e aveva qualcosa di cui raccontare. Non sarebbe stato meglio, per ora, fare qualcosa col suo corpo?» A Londra, solo e senza un soldo, Jesse inaugura una ricerca di sé attraverso il compiaciuto esercizio della prostituzione, abituandosi presto a una «nuova definizione della parola “carne”: qualcosa da godersi, e non da sopportare.» I clienti che predilige sono i paparini bianchi, maschi della classe operaia sulla falsariga del suo patrigno, «uomini forti e muscolosi dopo una vita di lavoro manuale. Erano quelli gli uomini che voleva lui», uomini «che desiderava e allo stesso tempo temeva.» Da un lato la fascinazione erotica nei confronti del bianco oppressore, e dall’altro la verità storica sul brutale terrorismo che, per secoli, i bianchi hanno inflitto ai neri.

Più o meno consapevolmente, Jesse vive il conflitto dicotomico tra «il risveglio storico-socio-culturale e l’attrazione di leccare, succhiare e fottere il culo del maschio bianco». Ad agire non è tanto la sublimazione di una vendetta, quanto il disagio sociale e relazionale sotteso alla condizione di “neritudine”. Jesse «è stato educato ad odiare se stesso, e ad amare e desiderare loro, i bianchi.» Solo con il tempo comprenderà che non è colpa sua, che sono stati gli altri a insegnargli «che Dio è un uomo bianco, e che gli uomini bianchi sono l’incarnazione terrena di Dio.» Sono stati gli altri a portarlo ad amare «i loro sorrisi, la loro pelle, la loro bellezza, le loro voci, le loro parole, il loro sesso.» Latte arcobaleno tenta di sviscerare proprio questo nodo, riflettendo sia sul privilegio dei bianchi, sia sul senso di inferiorità dei neri.

Lavorando come sex worker (e successivamente come cameriere) Jesse tenta di ritagliarsi un proprio posto nel mondo. La brutta esperienza con un cliente brutale segnerà un doloroso spartiacque, ma sarà soprattutto l’incontro (insperato) con Owen – un poeta, un bianco – a cambiare positivamente il corso della sua vita: «Tu stai cercando qualcuno che ti guardi come se ti appartenesse, e tu gli appartenessi. Tu stai cercando l’amore vero. (…) Niente, al di fuori di te stesso, può rovinarti.»

I due estremi del Raimbow Milk si congiungono in un abbraccio circolare quando Jesse scopre la vera identità del suo padre biologico: Robert, il figlio di Norman Alonso. Quello che scoprirà su suo padre, al di là dell’identità anagrafica, caricherà di un senso profondo (e misterioso) tutta la sua esistenza. Dall’amore di Owen e, soprattutto, dalla verità sulle sue origini, Jesse trae stimolo e ispirazione per perseguire la sua ambizione: scrivere. In questo suo esordio letterario, sospeso tra finzione e biografia, Mendez libera una scrittura nuda, capace di una profonda autoanalisi. Nelle descrizioni esplicitamente sessuali il linguaggio si fa crudo e tremendamente efficace. Il romanzo è attraversato da un lungo tappeto musicale che spazia dai Joy Division a Mary J. Blige, passando per Anita Baker, Janet Jackson, Kanye West, Rihanna, Massive Attack, Missy Eliot, fino alle Sugababes e alle Destiny’s Child. Un verso di una canzone di Beyoncé – le catene le rompo tutte da sola, non lascerò che la mia libertà marcisca all’inferno – sintetizza bene l’anima squisitamente nera del romanzo, una storia di disintegrazione e integrazione, di disassociazione e unione, di bianchi e neri fortemente contrastati che, coraggiosamente, virano nei colori puri e innocenti dell’arcobaleno.

Paul Mendez è legato sentimentalmente allo scrittore Alan Hollinghurst, noto al pubblico italiano per il romanzo La linea della bellezza (2004).

Massimiliano Sardina


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