AMMALATI DI BENESSERE | I bisogni artificiali | Razmig Keucheyan e la via d’uscita dal consumismo

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 45 | estate 2021

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Tutte le volte che giudichiamo qualcosa “utile ma non indispensabile” stiamo operando un giudizio critico su quella cosa, non solo in termini di costi e benefici, ma anche di reale necessità. In quel momento ci stiamo chiedendo: ne ho davvero bisogno? In una società governata dalla logica del produttivismo e del consumismo che ci vuole sempre desiderosi di qualcosa, prima ancora della cosa in sé è il desiderio stesso a dover essere passato al vaglio. Un po’ come l’antico dilemma dell’uovo e della gallina, dovremmo cercare di capire se sia nato prima il bisogno o la cosa, e quanto quel bisogno risulti in definitiva reale o indotto. Ma nel contesto di una pervasiva narrazione che incita costantemente a muovere l’economia, sotto i diktat “Produci-Consuma-Crepa”, porsi di queste domande rappresenta la vera eresia dei tempi moderni, perché inevitabilmente aprono a riflessioni eversive rispetto al sistema economico-capitalista cui, piaccia o no, siamo assoggettati.

La rivoluzione parte da qui, da questa semplice domanda: “Di cosa abbiamo davvero bisogno?” Se, come Socrate davanti alle tante merci esposte al mercato, riusciamo a esclamare: “Di quante cose non ho bisogno!” avremo già imboccato la via per emanciparci da questa subdola forma di schiavitù. Ma una rivoluzione e una libertà di questo tipo forse nessuno più le desidera realmente. La ripartenza postpandemia ce lo insegna. Non sappiamo e non possiamo immaginarci un mondo diverso da quello che abbiamo creato. Un mondo più sobrio ci fa paura perché sembra dover rappresentare una vita più povera, sebbene non siamo mai stati tanto poveri e indebitati come adesso. Il nostro stile di vita dissipativo ci rende doppiamente debitori, sia nei confronti degli istituti che ci accordano il credito finanziario grazie al quale viviamo al di sopra delle nostre possibilità, sia soprattutto nei confronti del pianeta in cui siamo ospitati, che aggrediamo pesantemente per strappargli le risorse naturali necessarie alla produzione dei beni di consumo. Stanchi ma mai sazi, intontiti e assuefatti come non mai, non sappiamo più distinguere i nostri bisogni reali da quelli artificiali, e non riusciamo nemmeno ad avere piena coscienza di quanto poveri siamo. Poveri di tempo da dedicare a noi stessi, alle relazioni, e alla coltivazione di interessi culturali e creativi; poveri di diritti e di tutele come cittadini, come lavoratori e come consumatori; poveri di qualità e genuinità in quel che produciamo, mangiamo, vestiamo; poveri di privacy, e persino di oscurità e silenzio.

Con un libro significativamente intitolato I bisogni artificiali – Come uscire dal consumismo (tradotto dal francese da Gianfranco Morosato, Ombre corte, 2021), il sociologo Razmig Keucheyan si inserisce a pieno in quel dibattito ambientale che inquieta, certo, ma al tempo stesso viene percepito come un fastidioso cicaleccio che fa da guastafeste all’euforica corsa produttivista-consumista apparentemente tanto necessaria e inarrestabile. Ripercorrendo i processi storici dello sviluppo economico delle società capitaliste, attraverso le interpretazioni e le riflessioni critiche espresse da vari filosofi e sociologi contemporanei (primi fra tutti André Gorz e Agnes Heller, passando per Jean Baudrillard, Serge Latouche, Amartya Sen, Pierre Bourdieu, Bruno Latour, e naturalmente Karl Marx e Antonio Gramsci, della cui opera è uno dei massimi conoscitori), Keucheyan propone una nuova teoria critica dei bisogni che si ispira soprattutto al pensiero di Gorz ed Heller, partendo proprio dalla domanda “Di cosa abbiamo bisogno?”. Nella congerie di bisogni che caratterizza lo stile di vita occidentale, risulta complesso rispondere a una domanda semplice come questa, perché presuppone una disamina delle nostre abitudini, dei nostri comportamenti, della definizione stessa di bisogno; significa essere disposti a mettere in discussione quel che troppe volte diamo per scontato o sul quale non riflettiamo abbastanza. «Interrogarsi in questo modo è già prevedere che parte di quelli che passano per “bisogni” non lo sono realmente. È prevedere che soddisfare determinati bisogni è nocivo per la persona e/o la società».

Keucheyan ci invita a riassumere il controllo delle nostre vite, così pervicacemente prese in ostaggio da un sistema che ci ha ridotti a cavie, semplici pedine mosse dai meccanismi dell’economia globalizzata; ci induce a una consapevolezza troppe volte carente negli automatismi che presiedono certe nostre abitudini e il rapporto che instauriamo con le cose. Perché ciò possa realizzarsi è però necessario innanzitutto riflettere sul nostro modello di sviluppo e di benessere e sul rapporto costi-benefici che realmente produce; verificarne gli eventuali effetti devastanti, sul piano umano ed ecologico, i quali spesso sfuggono alla nostra consapevolezza perché abilmente celati da una narrazione rassicurante e affabulatoria, bugiarda nel suo promettere felicità e benessere diffuso, bugiarda anche quando si dichiara ecosostenibile. E questo significa assumere un approccio critico e attivo già nei confronti delle strategie di marketing e dei relativi spot pubblicitari che accompagnano un prodotto, riuscire a demistificare la rappresentazione che ne viene fatta, e via via farsi delle domande circa quanto realmente necessario sia quel prodotto, a quale bisogno reale o artificiale esso pretende di rispondere, quale sia la sua storia – ovvero quella dei suoi processi produttivi, del tipo di risorse necessarie alla sua produzione, delle condizioni di lavoro di chi fattivamente lo ha realizzato -, senza infine tralasciare una valutazione oggettiva sulla qualità dei suoi materiali, sulla sua durevolezza al di là delle garanzie offerte e, non meno importante, sull’impatto ambientale che realizza dalla sua produzione e immissione nel mercato al suo finire tra i rifiuti.

Ragionare in questi termini significa assumere un approccio responsabile che mai come ora si rende necessario; significa compiere un atto politico apertamente sovversivo rispetto al dogma economicista dominante, avendo come riferimento, non più il mero ed egoistico soddisfacimento di un bisogno più o meno reale, ma un’etica a tutto tondo che consideri finalmente l’uomo e la natura come un tutt’uno inscindibile e interdipendente, e che quindi faccia della tutela su entrambi i fronti il proprio fine ultimo. L’atto dell’acquisto è esso stesso un atto politico carico di molteplici implicazioni: esso può scoraggiare o incentivare tanto un comportamento virtuoso quanto uno lesivo dei superiori interessi della persona e della salvaguardia del pianeta in cui viviamo. Il reale benessere che tutti noi andiamo cercando, anche quando siamo nelle vesti di consumatori, dipende in ultima analisi proprio da questi nessi tra l’oggetto e il suo contesto. Si tratta di squarciare la cortina d’una opulenza perlopiù ingannevole, dietro la quale spesso si celano sfruttamento, abusi, contraffazioni, miseria e alienazione. Si tratta di capire quanto davvero questo sistema ci ha resi più ricchi, oppure materialmente e spiritualmente più poveri.

Produttivismo e consumismo, dicevamo, sono i due perni del sistema economico contemporaneo; caratterizzano un capitalismo che spinge costantemente alla produzione di merci strumentalmente diversificate al fine di suscitare sempre nuovi impulsi all’acquisto, spingendo alla loro rapida sostituzione; ciò si traduce in un processo che accelera sempre più le fasi della produzione, stritolando parallelamente i tempi, i diritti, la salute fisica e psicologica dei lavoratori. Solo prendendo coscienza delle molteplici modalità in cui il capitalismo ha colonizzato ogni ambito della nostra vita, tanto nella sfera pubblica che in quella privata, possiamo arrivare a desiderare una via d’uscita dal sistema che ci tiene in scacco.

Nel suo libro, Keucheyan dedica un capitolo al diritto all’oscurità, mostrandoci quanto l’inquinamento luminoso (generato non solo dall’illuminazione urbana, ma anche dai vari congegni elettronici di cui non riusciamo più a separarci) abbia ormai eliminato dalla nostra quotidianità anche l’esperienza del buio. Ciò ci induce a riflettere su una forma di alienazione alla quale dedichiamo forse poca attenzione. Non ci rendiamo conto di vivere in un giorno senza fine, reso tale anche dalla possibilità di poter effettuare acquisti giorno e notte; l’annullamento della scansione temporale tra giorni feriali e festivi, la possibilità di poter fare shopping in qualunque momento, smaterializza il denaro ma anche il tempo in un circolo vizioso che ci fagocita con le sue dinamiche monotone e circolari senza soluzione di continuità. Nella lettura di Keucheyan la deprivazione della notte fa emergere due aspetti fondamentali della colonizzazione della nostra vita da parte del capitalismo e che stanno alla base dell’alienazione di cui siamo vittime inconsapevoli. Dal biocapitalismo che affonda sempre più nei nostri processi biologici, moltiplicando i piani dello sfruttamento e assottigliando, fino a cancellarla del tutto, la separazione fra lavoro e non-lavoro, a un cosmocapitalismo che assoggetta «alla sua logica tutte le sfere dell’esistenza, vale a dire, in ultima istanza, il cosmo stesso, contaminando l’universo». In questa congiuntura «la merce cessa di essere unicamente un’entità separata dalla persona. L’individuo stesso, il suo corpo, la sua soggettività, la sua socialità si trasformano in merci».

Ammaliati e storditi da un benessere che consiste in questa radicale e subdola mercificazione delle nostre vite, non riusciamo nemmeno percepire quanto alienati siamo «La particolarità dell’alienazione è anche quella di mantenere coloro che ne sono vittime nell’ignoranza della loro condizione.». Il primo passo verso una presa di coscienza, lo ribadiamo, parte proprio dalla riflessione su tutto ciò che definiamo come bisogno. Keucheyan ci offre nel libro degli esempi piuttosto semplici per saper distinguere il necessario dal superfluo: «Chiamo artificiali i bisogni che, da un lato, non sono ecologicamente sostenibili, che danno luogo a un sovrasfruttamento delle risorse naturali, dei flussi energetici, delle materie prime; dall’altro, i bisogni che l’individuo o la collettività sentono che in qualche modo danneggiano la soggettività, i bisogni che non danno luogo a forme di soddisfazione duratura. Bisogni alienanti, in un certo senso. L’ossessione per l’ultimo ritrovato della tecnologia, per l’ultimo capo di abbigliamento, per l’ultimo modello d’auto, questa ossessione per la novità insita nel sistema capitalista è una delle dimensioni del carattere artificiale dei bisogni.» Colti dal demone della noia, troviamo nell’atto dell’acquisto la nostra pillola della felicità.

Distinguere tra i bisogni biologici assoluti (come il bere, mangiare, ripararsi dal freddo), i bisogni qualitativi e radicali (di natura affettiva, sessuale, culturale), e quei bisogni artificiali indotti dal sistema, non significa necessariamente tornare a un’epoca in cui si viva in uno stato primordiale o dover rinunciare in toto a un’estetica del vivere moderno che ci fa desiderare anche il superfluo (del resto anche tutto ciò che è arte – secondo Wilde – è inutile, ma non per questo dobbiamo privarcene). Significa piuttosto valutare criticamente la natura dei nostri bisogni e le modalità del loro soddisfacimento, ma anche, dal punto di vista meramente merceologico, esigere di più dagli oggetti di cui ci circondiamo. Insieme alla pubblicità, l’obsolescenza pianificata è una delle strategie messe in atto dal sistema capitalistico per irretirci nelle sue dinamiche consumistiche.

Il secondo passo verso una nuova consapevolezza passa attraverso la lotta allo scarto e allo spreco generati dal produttivismo e dal consumismo compulsivo. Centrale, nella sua teoria critica dei bisogni (e quindi anche dei consumi), è per Keucheyan la necessità di passare a un’ecologia degli oggetti, attraverso beni emancipati, dotati di robustezza, smontabilità, interoperabilità ed evoluzione. Ciò significa uscire fuori dalla dinamica dell’usa e getta, riducendo lo scarto tra il nuovo e il rifiuto. Una rivoluzione del nostro rapporto con le merci, oggi possibile solo partendo dal basso, ci farà privilegiare quei prodotti che oltre a soddisfare i criteri di qualità dei materiali, durevolezza e intercambiabilità dei loro componenti, abbiano dietro una storia produttiva che coniughi il rispetto dell’ambiente a un’etica del lavoro che restituisce dignità, diritti e tutele ai lavoratori.

Giuseppe Maggiore


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