NDE EXPERIENCE | esperienze di premorte | LUCE TRA I RAMI

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testimonianza di Andreas I. Becker

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Andreas I. Becker, 74 anni, originario di Herne, oggi residente a Bochum (Renania Settentrionale-Vestfalia), racconta la sua esperienza di premorte.

Sono sempre stato un gran camminatore. Un infaticabile. Datemi un sentiero tra i boschi e mi avete dato tutto. È sempre stato così. Fin da piccolo ho sempre sentito il bisogno di inoltrarmi nel fitto delle foreste. Meglio se da solo. Varcare l’intercolumnio tra un albero e l’altro mi ha sempre riempito di gioia. Nella foresta di Weitmarer Holz, situata a sud del distretto di Bochum, ho trascorso le più belle domeniche della mia giovinezza. Quando cammini sei ovunque e non sei da nessuna parte, sei tu nel tempo e con il tempo che ti è stato concesso, sei uno sguardo che si posa sullo scorrere della vita. Camminare mi ha sempre fatto sentire libero, e farlo in un bosco ancora di più. Dove altro puoi trovarlo il silenzio, quello vero, molto ben diverso da quello che possono suggerirti le quattro pareti di una stanza. Sebbene non sia proprio il silenzio quello che incontri nel ventre del bosco, quanto piuttosto un distillato di piccoli suoni che, uniti tutti insieme, creano l’illusione del silenzio. Dovevo farla questa premessa, perché quanto mi è accaduto – la mia esperienza di premorte – si è verificato proprio nel bel mezzo di una delle mie passeggiate.

Quel giorno la Weitmarer Holz era più cupa del solito e particolarmente umida. Primissimi giorni d’autunno del 1987. Ne sono passati di anni. Ero un quarantenne in perfetta salute, di sana e solida corporatura. Ho posteggiato la motocicletta – una Ducati Paso 750 nuova di zecca – e, zaino in spalla, mi sono incamminato com’ero ormai solito fare da anni. Quattro, massimo cinque ore di cammino tra andata e ritorno: più o meno questi erano i miei tempi, e difficilmente mi attardavo oltre il primo pomeriggio. Ero prudente, lo sono sempre stato. Senza condizioni di luce ottimali è facile perdere l’orientamento, chi frequenta abitualmente i boschi sa di cosa parlo. Occhio e croce saranno state le nove, nove e un quarto, quando ho cominciato ad inoltrarmi. In genere percorrevo per buona parte sempre lo stesso snodo di sentieri, ma ricordo che quel giorno imboccai sovrappensiero (forse attratto da qualcosa) una variante che lì lì mi sembrò potesse fungere da scorciatoia per immettermi nel tratto che desideravo raggiungere. La tentazione di deviare percorso per scoprire scorci nuovi è sempre stata una costante delle mie escursioni. Avevo, e ho tutt’ora, la capacità di dominare il perimetro della foresta dall’alto, quindi anche se mi allontanavo sapevo sempre dove mi trovavo e come tornare indietro. Sono abilità innate quelle dell’orientamento, difficilmente le acquisisci solo attraverso l’esperienza.

Mi dilungo su questi aspetti solo per rendere meglio l’idea di come, in quella vasta e intricata boscaglia, io mi sentissi a casa, rassicurato e protetto da volumi arborei e macchie di vegetazione che conoscevo a memoria. Quando un itinerario lo percorri più e più volte da bambino – e, nel tempo, diventi testimone di tutto quello che al suo interno stagionalmente si trasforma – finisci per assimilarlo e farlo tuo; ti ci muovi a passo sicuro, senza paura di inciampare, come quando percorri al buio il corridoio della tua casa. Non so se ho reso l’idea. Ho sempre considerato la Weitmarer Holz una sorta di propagazione ideale del mio misero giardino, sia quello della casa dove sono nato (un piccolo rettangolo di terra ricoperto da pacciame con tre nespoli rinsecchiti e una vecchia vasca da bagno in ghisa smaltata adibita a vaso per le piante aromatiche), sia quello della mia dimora attuale (un’aiuola striminzita di forma semicircolare dove anche le erbacce attecchiscono malvolentieri). Un grande giardino privato, che fosse tutto mio, l’ho desiderato per anni. Se avessi avuto le possibilità economiche lo avrei tirato su lasciando tutti a bocca aperta; niente fiori, niente laghetti artificiali né statue avviluppate dalle rampicanti, solo grandi alberi ad alto fusto, alberi e ancora alberi. Tutte le mie frustrazioni le ho sfogate nel verde pubblico, nei parchi naturali, nelle riserve, nelle campagne, ovunque non ci fosse traccia di asfalto e di cemento. Da buon camminatore – e con questo chiudo la generosa premessa – posso affermare orgogliosamente d’aver calpestato ogni filo d’erba qui in Germania, un paese, lasciatemelo dire, con un glorioso e monumentale patrimonio naturalistico.

Torniamo ora a quel cupo mattino d’autunno del 1987. Tra un passo e l’altro ricordo che cominciai ad avvertire una strana pesantezza alla testa e un leggero obnubilamento della vista. Presi il termos dallo zaino e mandai giù un sorso di caffè. Dopo pochi istanti mi sentii subito meglio e decisi così di proseguire. Non so dire con esattezza se camminai per altri cinque minuti o per mezz’ora… Ricordo però bene il mio stupore quando, aggirato l’ingombro di un vecchio tronco spezzato, mi ritrovai di fronte a… Cerco di spiegarmi meglio: immaginate di imbattervi improvvisamente, nel bel mezzo di una fitta boscaglia sempre uguale a se stessa nelle forme e nei colori, in uno scorcio di paesaggio completamente diverso, come decontestualizzato. Quello che vidi io fu una piccola radura di forma ovale, una mandorla di muschio e terra ben battuta, protetta tutt’intorno da una cintura di faggi. Al centro della radura si ergeva, solitaria, una maestosa conifera dalle fronde generose. Stupore. Mi correggo: incredulità. Com’era possibile che in tanti anni di escursioni nella Weitmarer Holz mi fosse sfuggito un posto incantevole come quello? E com’era possibile che non fosse segnalato negli itinerari? Era bastata una semplice deviazione per giungere fin lì, una piccola svolta su un percorso battuto decine di volte. Qualcosa non mi tornava. Mi rammaricai di non aver messo nello zaino la polaroid che avevo ricevuto in regalo qualche giorno prima per il mio compleanno.

Prima di varcare quello spazio anomalo esitai per qualche minuto, completamente rapito dalla bellezza di quel gigante solitario. I faggi, rigidamente piantumati in assetto militare, recingevano quella sorta di aiuola sacra e, solerti guardiani, sorvegliavano l’imponente architettura arborea della meravigliosa conifera. Lentamente, – e guardandomi più volte alle spalle come se stessi commettendo una qualche effrazione – raggiunsi la macchia d’ombra proiettata dalla grande chioma. Poggiai lo zaino a terra e, per sincerarmi che fosse tutto reale, saggiai con entrambe le mani la superficie ruvida e disomogenea della corteccia. Ed è a questo punto che è accaduto qualcosa.

Mi ritrovai di colpo a dovermi sorreggere, perché quella strana pesantezza alla testa si era improvvisamente ripresentata. Lunghe pulsazioni e poi un dolore sempre più forte proprio al centro della fronte. Stop. È qui che tutto si spegne, ed è qui che ha avuto inizio la mia, chiamiamola così, escursione interiore. Un salto oltre lo steccato, direbbe qualcun altro. In questa dimensione io ho la percezione fisica di me sdraiato faccia al cielo. Un cielo nero, pesantissimo, che preme come un coperchio. Sulla nuca, lungo la schiena e per tutto il corpo avverto ancora il pungente tappeto del bosco, ma più ovattato. Guardo verso l’alto anche se è tutto buio. Guardo e aspetto. Guardo e mi domando che cosa sta succedendo e se qualcuno mai potrà soccorrermi lì, in quella radura non contrassegnata nelle mappe, ignota anche agli escursionisti più navigati. Maledico la mia imprudenza, perché a quelle prime avvisaglie sarei dovuto tornare indietro… Come faranno a trovarmi? Arriveranno in tempo?

Ecco, all’inizio facevo pensieri di questo tipo. La contemplazione del nero mi portò poi, gradualmente, in un’altra disposizione mentale. Divenni sempre più calmo e arrendevole. In quel nero, prima così impenetrabile, cominciai a scorgere qualcosa. Come delle screziature più chiare. Piccole fenditure dai contorni frastagliati. Concentrare lì il mio sguardo mi distoglieva da tutta quella tenebra, e più guardavo più sentivo alleviarsi il mio disagio. Fissai con tanta ostinazione cercando di penetrare, di slabbrare per poter sbirciare oltre. Le sottili feritoie dentellate divennero prima flebili spiragli e poi, finalmente, squarci di luce. Credo che la separazione netta tra i due Andreas – quello corporeo e quello incorporeo – si sia prodotta esattamente in questo frangente. Quando vidi i rami. Quando capii che quei tagli nel buio altro non erano che i raggi del sole tra le fronde della grande conifera. Stavo morendo o forse ero già morto. Faceva poca differenza. Avvertivo bene l’affrancamento. Il me giacente nella radura e il me levitante, aggrappato alla luce che stillava dall’alto tra i ramoscelli e il fogliame.

Un richiamo irresistibile. Quella luce. Vibrava di un caldo oro autunnale, qua e la venato di sfumature color rame. Mi infondeva una grande pace e non desideravo altro che di poterla raggiungere, di potermici irrorare. Per quell’altro me che giaceva esanime sull’erba provavo solo una dolce tenerezza, nulla più. Io dovevo andare. Io dovevo salire. Lassù ci ero quasi giunto, mancava davvero poco. Forse potrei tentare di descrivere la sensazione di infinita leggerezza che albergava dentro di me ricorrendo all’immagine suggestiva di una fogliolina che oscilla impercettibilmente nella brezza. Un soffio ancora e sarei asceso, lasciandomi definitivamente alle spalle la mia esistenza terrena. Gonfio di gioia non attendevo altro che di congiungermi a tutto quell’oro. Tutto era lì lì per compiersi ma…

Ma accadde tutt’altro. Accadde che mi risvegliai in piena notte, con le ossa doloranti e tanto sangue colato dal naso. Non mi trovavo sotto la maestosa conifera, ma ai piedi del vecchio tronco spezzato che quel mattino avevo incrociato sul mio percorso. Il mio orologio da polso segnava un quarto alla mezzanotte. Dunque ero stato lì, privo di sensi, per tutte quelle ore? Com’era possibile? Cosa mi era successo? Ricordavo già tutto, ogni singola sensazione, ma mi rifiutavo di crederci. Avrei affrontato tutto dopo, a mente più lucida. Meccanicamente estrassi la torcia elettrica dallo zaino e mi incamminai verso la moto. Sebbene siano passati tanti anni il ricordo di quell’esperienza è ancora incredibilmente vivo in me. Posso ripercorrerlo senza fatica come un sentiero pianeggiante. Tutto si fa impervio solo quando inizio a pormi delle domande, ma è già da molto tempo che ho smesso di scervellarmi. Ho tratto da quell’esperienza quello che c’era da trarre e mi basta così. Già è una fortuna viverle certe esperienze. Inutile dire che quella radura l’ho cercata per anni. Intendo dire come luogo fisico.

Fatichiamo ad accettare ciò che fatichiamo a comprendere. Siamo fatti così. E qui mi fermo. Spero solo di non aver urtato la sensibilità di nessuno. Ho solo raccontato quello che mi è accaduto, una mattina di tanti anni fa, nel cuore misterioso della foresta di Weitmarer Holz.

Andreas I. Becker


Pubblicato sulla versione cartacea di  Amedit n. 44 | primavera 2021

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