IL CORPO DI ADAMO | L’archetipo del Fallo nella storia del maschile

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di Giancarlo Serafino

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Il fascino del corpo di Adamo sta nel suo manifestarsi subito come potenza creatrice, l’ultimo anello di una catena di Co-Creatori che parte dal Principio. Mentre la donna racchiude nel suo corpo sinuoso il mito della Terra fertile, la Grande Dea Madre mediatrice tra il mondo umano e quello divino, il corpo maschile racchiude tutti gli archetipi del Padre, che come ha notato l’analista junghiana Jean Bolen nella sua opera Gli dei dentro l’uomo si esprimono in Volontà e Potenza, in Istinto ed Emozione, nell’Invisibile anelito verso il Cielo.

In tutte le mitologie la Potenza maschile ha rappresentato atto della forza generatrice, associata col Sole, potente Co-creatore a cui si deve la vita sul pianeta. L’antico Egitto, già in epoca predinastica, rappresentava la Potenza creatrice dell’Universo con Min,  che veniva raffigurato in varie forme, ma più di frequente con aspetto umano, con il  pene eretto stretto nella mano destra e la mano sinistra alzata. Era il dio fertile della riproduzione, del raccolto, del principio maschile e della virilità. Assimilato più tardi con Amon-Ra, riproduce perfettamente il vincolo tra il Padre Sole ed il Padre Uomo, il calore (energia) che dà la vita dal seme (sperma). Il Faraone quando generava un erede veniva paragonato a Min-Amon-Ra. Pare che nel Nuovo Regno durante la cerimonia dell’incoronazione, il Faraone che personificava il Padre, quale dio in terra della potenza sessuale maschile, dovesse dimostrare di essere in grado di eiaculare e spargere il proprio seme a simboleggiare l’annuale piena del Nilo e il germoglio delle sementi.

La potenza sessuale maschile era esaltata nelle società pro-sessuali, politeiste e naturaliste attraverso il nudo maschile, simbolo di bellezza ed armonia dell’universo, e con feste e cerimonie di carattere fallico. Nel corso della storia delle civiltà comunque bisogna distinguere una certa simbologia propria del corpo e una propria del pene in erezione, a volte trasformato in vera e propria divinità presso diverse civiltà e popoli del pianeta.

Il Nudo maschile, soprattutto dell’atleta, nella civiltà greca rappresentava l’armonia cosmologica, così come in seguito la rappresentò Leonardo da Vinci: anche l’organo genitale doveva avere le dimensioni giuste a rappresentare l’armonia e la bellezza del corpo. Questo almeno nelle arti. Un pene di buone dimensioni anche se apprezzato sessualmente (si dice che l’imperatore Eliogabalo si fece portare a corte il soldato Zotico che aveva fama di avere un pene enorme), veniva a volte canzonato o schernito scherzosamente sia tra i greci che tra i romani, ma  allo stesso tempo il pene in erezione era adorato attraverso le falloforie, processioni solenni in onore di  Priapo  e Dioniso, nelle quali si trasportavano enormi falli di legno, accompagnati in corteo con canti e manifestazioni sessuali. Tutt’oggi in qualche parte del mondo si tengono simili cerimonie, come a Kawasaki in Giappone, dove annualmente si tiene la prima domenica di aprile la festa della fertilità del “Pene di ferro”.

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Le cerimonie in onore di Priapo e di Dioniso si concludevano con orge sacre, tributi di sesso e di vino al dio. Nell’arte romana il dio veniva spesso raffigurato in affreschi e mosaici, generalmente posti anche all’ingresso di ville ed abitazioni patrizie. Il suo enorme membro era infatti considerato un amuleto contro invidia e malocchio. Per le matrone romane era il dio propiziatore di fecondità e il fallo veniva usato anche come monile da portare al collo o al braccio.

Diversamente nelle civiltà anti-sessuali e monoteiste la nudità diventa peccato e i genitali occultati da qualsiasi visibilità pubblica. Il Pene del Padre, simbolo di potere, è tabù a qualsiasi visione: Cam che aveva visto Noè ubriaco e nudo, fu dal padre maledetto con tutta la sua discendenza. Nella genesi la cacciata dall’Eden di Adamo ed Eva, dove vivevano nudi e felici, segnò la scoperta della vergogna in virtù della quale si coprirono le “pudenda” (termine che evoca la vergogna di esibire i propri genitali). Dall’ebraismo (che pure aveva esaltato nel Cantico dei cantici la bellezza del corpo e l’unione sessuale tra uomo e donna) il senso di negatività del nudo corpo umano è passato al Cristianesimo e all’Islamismo, soprattutto in alcune epoche di fanatico fervore religioso e rigore sessuofobico.

Nondimeno l’adorazione “fallica” traspare nelle religioni monoteiste con la costruzione di campanili e minareti o anche nei cippi delle strade (moltissimi in provincia di Lecce) a significare che l’inconscio “babelista” spinge sempre verso l’alto, perché il fallo è una immagine archetipa fondamentale nella  psicologia del profondo e tende a ricongiungersi al Principio attraverso una catena spirituale circolare. Nell’occidente progredito questa immagine archetipa pare desacralizzata: non è più centro di pulsione e di contatto con l’energia cosmica, ma immagine sfruttata e circoscritta nell’industria pornografica, in virtù proprio dell’energia che il fallo emana. La civiltà occidentale ha di fatto “castrato” la virilità del maschio, proprio quando l’immagine fallica è stata mercificata e il pene è diventato una “cosa” da esibire o possedere come puro piacere; il maschio sembra aver perduto la coscienza sulla propria identità di genere e sul significato della maschilità, e non riconosce l’importanza della centralità che il fallo riveste nella costituzione dell’identità maschile.

Chi esibisce misure e per questo si pone a gara con gli altri maschi (e chi in virtù di un malinteso senso di virilità restringe tutta la persona intorno alla funzione genitale) ha di fatto smesso di alimentarsi della forza dell’archetipo principe che, come tutti gli archetipi, è portatore di una forza e di un’energia che può consentire alla psiche di rigenerarsi. Nei casi di omofobia il disprezzo per il “diverso” si accompagna sempre con una virilità pompata di pregiudizi di fatto ristretta nell’essenza in misura inversa di quanto venga pomposamente esibita.

La difficoltà del maschio occidentale ha origine nella mancanza di riti d’iniziazione che gli svelino il senso profondo dell’aprirsi alla vita. Paolo Ferliga in un numero de «Il Covile» a proposito precisa: «L’iniziazione alla vita adulta richiede l’iniziazione ai misteri della sessualità e per i maschi, in particolare, al significato simbolico e psicologico del Fallo. L’assenza di tale iniziazione è oggi più grave per i giovani maschi che sembrano più insicuri delle ragazze nel riconoscere il valore della propria identità di genere. Infatti, mentre per le ragazze, la comparsa del mestruo resta un passaggio iniziatico, aiutato dalla confidenza con la madre, per i maschi la comparsa della prima polluzione spesso passa in famiglia sotto silenzio, senza alcun riconoscimento della sua importanza nella vita di un giovane uomo. La madre ne viene a conoscenza di solito prima del padre, talvolta con preoccupazione perché non sa cosa dire al figlio. Ma il fatto più grave è che spesso nemmeno i padri sanno come parlare con i figli del loro passaggio alla maturità sessuale.» Più in generale tutto quello che ha a che fare col sesso i maschi lo imparano da internet o da chi comunque non è in grado di trasmettere loro quel significato profondo, affettivo e simbolico, che è legato ad ogni iniziazione di tipo sessuale.

Fino alla prima metà del ‘900 nelle campagne, ma anche nelle gradi periferie delle città, per quanto paia paradossale, da parte degli adolescenti esisteva una conoscenza più diretta della sessualità di quanto ne esista oggi in pieno regime di libertà di proposte ed immagini. La masturbazione collettiva tra ragazzi e la prima eiaculazione avvenivano in un contesto di consenso nel gruppo dei pari (Amarcord docet) e non nella solitudine di una cameretta con un’immagine pornografica che racchiude il breve percorso dell’esperienza.

Le prime eiaculazioni “condivise” raggiunte solo dalla forza del pensiero nell’”esserci”, svelavano all’adolescente il mistero dell’energia trionfante, di cui pur non avendo immediata coscienza, ne sentivano profondamente la meraviglia. A questo seguivano in breve il primo radersi e i primi turbamenti amorosi.

Oggi, per recuperare il “maschile” è necessario entrare in contatto con la sua immagine, che presenta alcune caratteristiche fondamentali: Il Fallo è innanzitutto un simbolo che rappresenta il principio primo del maschile. Un simbolo che rappresenta il senso dell’Io (come per esempio la Croce rappresenta il senso per i credenti), non riducibile a qualcosa di fisico (come l’istinto) ma nemmeno a qualcosa di meramente psichico (come potrebbe essere un aspetto del carattere maschile). Un simbolo è qualcosa di vivo che tiene insieme fisico e psichico. «Nel Fallo dunque, come simbolo, si trova l’energia psicofisica del maschile. Se non abbiamo consapevolezza, come maschi, del suo valore, difficilmente possiamo vivere con pienezza la nostra maschilità.» (P. Ferliga, cit.). Il fallo rappresenta l’iniziazione alla vita: devi via via sfuggire dalle braccia amorevoli della madre e dalla protezione del padre e cominciare a percorrere i sentieri nella foresta della vita. Ciò che veramente fanno gli adolescenti di alcune tribù ritenute a torto primitive, che dopo il rito della circoncisione vengono abbandonati per alcuni giorni nella foresta a scuola di sopravvivenza. L’iniziando deve far leva sulla propria forza psichica che il nuovo status di circonciso attesta, per ritornare “guerriero” nella propria tribù. Il fallo è associato con lo sperma, quindi alla paternità.

Qui è tutto un discorso da fare. Innanzi tutto una premessa statistica: il maschio moderno ha perduto più della metà  di volume e di spermatozoi dell’uomo del primo Novecento (Cooper, The sexual disabilities of men), quindi è anche meno fertile rispetto a un secolo fa, ma ha perduto alche la vocazione alla paternità. Fatta questa precisazione bisogna dire che la paternità psichica racchiude anche quella fisica, ma può svilupparsi comunque al di fuori di essa con la creatività e l’amore. È importante alzare il proprio “campanile psichico” verso il cielo e avere la consapevolezza che si è figli e padri di un ciclo unico che parte e ritorna nell’Uno, o Dio Principio emanatore delle co-creazioni: il Pene del Padre è l’archetipo che ci impone la forza di Essere.

Bisogna ritornare a una religione naturale e cosmologica, pur sapendo di poter poco sfuggire alla seduzione consumistica, almeno riflettere sulla propria identità sessuale, non come se l’essere maschio sia solo o soprattutto una questione di conformazione fisica e biologica, un dato di fatto che nessuna presa di coscienza può modificare. La maggior parte dei maschi ha sempre sottovalutato l’importanza di una riflessione psichica sulla propria identità di genere.

Sfugge ai più che il fallo, non è solo l’organo genitale maschile, ma è soprattutto la chiave cosmica che apre al flusso di energia dell’Universo, e lo sperma non è solo plasma generativo, ma simbolo della continuità fertilizzante del Principio. Nella civiltà occidentale – lo si diceva prima – il maschio è svirilizzato e il pene, anche se di notevoli dimensioni, rimpicciolito dalla bramosia di un facile consumo o dall’occultamento stile “vittoriano”. Avvicinarsi al fallo, significa oggi restituirgli quella sacralità che gli conviene come chiave dello spirito, significa anche possibilità di vincere tutti i pregiudizi che lo riguardano da vicino, primi fra tutti i pregiudizi sessuali e di “liquidità” dei generi. Significa pure entrare in forte relazione con gli altri e superare lo scoglio del narcisismo che frena l’evolversi della vita. Il fallo non è “cosa sporca” ma un dono: l’investimento fallico è ben diverso dall’investimento capitalistico, che si preoccupa dell’accumulo, dell’aumento e della conservazione della ricchezza. Il Fallo invita piuttosto a espandersi: un Uomo deve essere capace di donare, donare se stesso, il suo affetto, il suo impegno, il suo tempo, la sua capacità generativa e creativa.

Giancarlo Serafino


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