IL LEGGENDARIO CAPPELLO RAGGIANTE | Un gendarme | un racconto crudele di Octave Mirbeau

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Sulla lavagna mirbelliana la linea di demarcazione tra buoni e cattivi non è mai così netta. Sagace osservatore delle pieghe più nascoste dell’animo umano, Mirbeau ha imparato fin dalla tenera età che, sotto il vello candido del mite agnello, può celarsi quello ispido e grigio del lupo. Nelle pungenti invettive giornalistiche, e più ancora nella sua audace opera letteraria, il severo e pungente fustigateur ha fatto le pulci a tante categorie di intoccabili.

Nei Contes cruels, storia dopo storia, assistiamo al progressivo smantellamento delle impalcature sociali; a collassare è il grande caleidoscopio di imposture che agisce, troppo spesso impunemente, al riparo di posticce rispettabilità e maschere istituzionali. La società – illuminata dalle angolazioni più impietose – è restituita per quello che è, nient’altro che un concentrato di convenzioni e connivenze, terra fertile per gli scaltri, i furbi e gli opportunisti. Tonache, toghe e divise – baluardi borghesi della misericordia, della giustizia e della sicurezza – si rivelano il più delle volte i travestimenti ideali sotto cui i peggiori criminali agiscono indisturbati. L’agnello sfuma così nel lupo, il santo nel demone, l’onesto nel disonesto, la guardia nel ladro, e in molti casi (con il beneplacito del popolo bue) il travestimento non è neanche dissimulato. Nella giungla della civiltà, Mirbeau lo sa bene, la tonaca fa il monaco, la toga fa il giudice e l’uniforme fa il gendarme. Ed è proprio un gendarme – il buon diavolo Barjeot – il protagonista di questo racconto.

La vicenda è ambientata in un tipico paesino della campagna francese. Il narratore ci informa subito, introducendo così d’emblée l’oggetto della narrazione, come fin da piccolo gli fosse stato inculcato il rispetto per l’arma. Nell’immaginazione del fanciullo, ingenua per definizione, «tutto era grande nel gendarme: l’arma, l’uomo e la missione.» Nel pensiero acerbo e puro del giovinetto, ancora ignaro di come va il mondo, la divisa assurgeva a una sorta di incorruttibile e luminoso emblema del bene, e chiunque la portasse indosso non poteva che riverberarne la luce. «Ero stato allevato al rispetto del gendarme e, posso dirlo, il gendarme fu la mia prima concezione della società.» La fascinazione, nutrita dalla «verginità delle impressioni d’infanzia», lo induce a discriminare due categorie umane ben distinte: «Da una parte, il ladro; dall’altra, il gendarme eroico e paterno che sotto il suo grande mantello ripara tutte le brave creature di questo mondo e le difende con il suo gran sciabolone.» Una divisione netta, senza sfumature tra i due estremi: il cattivo da una parte, il buono dall’altra. Si può forse sottrarre a un fanciullo il suo supereroe?

Per descrivere meglio come questo rispetto sfociasse in una vera e propria venerazione, il narratore ricorre addirittura a uno schema visivo: «(…) se io avessi dovuto allegorizzare la società con un disegno sintetico a matita, l’avrei rappresentata non altrimenti che con un tempio greco, avente un gendarme alla base e un altro al vertice. Forse mi sarebbe sembrato pure grandioso aggiungere, al di sopra di un paesaggio simbolico, nel cielo chiaro, il leggendario cappello raggiante sul mondo, come un sole.» Qui Mirbeau, con involontaria veggenza e squisita grazia letteraria, spinge il suo impressionismo fino a certe suggestioni delle avanguardie novecentesche: nel quadretto descritto (con il tempio, i due gendarmi e il sole raggiante) sembra quasi di intravedere certa metafisica dechirichiana. Va da sé che il narratore, una volta raggiunta la consapevolezza, ispirato dal disincanto, impronterà uno schizzo di ben altro tenore allegorico. «Serbai questa generosa illusione fino all’età dei quattordici anni e fu proprio un gendarme che si incaricò di togliermela: si chiamava Barjeot.»

Entra qui in scena un omone vigoroso dalla faccia rubiconda e il muso tirato a lucido come la custodia del suo fucile. Barjeot è, in ogni suo tratto caratteristico, il gendarme caricaturale che imperversa nelle barzellette popolari più scucite. Buon camerata, tonto, burlone, assiduo bevitore d’acquavite e sempre ubriaco, era molto popolare nel paese per il suo fare accomodante e bonaccione. Pur rappresentando la legge era percepito come un’entità innocua, di quelle sempre disposte a chiudere un occhio per quieto vivere o per mera indolenza. Neanche i monelli del paese erano intimoriti dalla sua divisa e, per burlarsi di lui, talvolta «gli attaccavano, dietro alla tunica, una lunga cordicella alla quale avevano legato un gatto morto o qualche altra cosa buffa e sudicia.» Lui non se la prendeva, lasciava correre, animato da ben altre priorità. «Il prestigio della gendarmeria veniva ad essere certo diminuito da tutte le corbellerie di Barjeot, ma egli era così poco gendarme e un così buon diavolo che non ci si badava.» Verrebbe da pensare che Barjeot del prestigio della sua uniforme non sapesse proprio che farsene. In verità però, di questa sua posizione privilegiata, egli godeva eccome.

La gendarmeria dove prestava servizio, un alto fabbricato di forma quadrangolare in mattoni rossi, era situata alle porte del paese, in aperta campagna. Qui, come gli altri quattro colleghi, Barjeot esercitava solo simbolicamente la sua professione. Da anni, di tutto ci si occupava in quella gendarmeria fuorché del rispetto della legge, a cominciare dal brigadiere Luton. Sul tetto una bandiera sbiadita e sbrindellata, «che, ad ogni colpo di vento, cigolava girando sull’asse rugginoso», sembrava piantata lì proprio per testimoniare tutta quella compiaciuta inoperosità. Anziché coltivare il rispetto della giustizia, come ci si attenderebbe da chi per ufficio è preposto all’esercizio della suddetta mansione, i cinque gendarmi letteralmente coltivavano l’orto. Il giardino della gendarmeria era suddiviso in cinque appezzamenti, ciascuno pertinenza di un gendarme. Il migliore se lo era riservato per sé il brigadiere Luton per «diritto di superiorità».

Deposta l’arma e impugnata la zappa i gendarmi «scerpavano erbe, piantavano, vangavano, annaffiavano, potavano», arrotondando così la rendita mensile regolarmente percepita in qualità di tutori dell’ordine. Il brigadiere, inoltre, non si faceva scrupolo di vendere attraverso sua moglie gli ortaggi e le verdure in eccedenza al mercato del lunedì. Nelle sere d’estate Luton «sotto un pergolato di viti e convolvoli, ch’egli stesso si era costruito in un angolo del giardino, sbracato, sbuffante, le mani terrose, coltivava il proprio spirito leggendo romanzi d’appendice, tragici racconti di delitti che gli imprestava il maestro, il quale li aveva dalla tabacchina, la quale, a sua volta, li aveva dall’esattore, che era un uomo molto al corrente della letteratura del suo tempo.» Di tutto insomma si coltivava in quella gendarmeria fuorché il rispetto della legge.

«Frattanto i bracconieri cacciavano cervi e caprioli nei boschi, pernici e lepri nel piano: non avevano più bisogno di nascondersi, ma cacciavano con lo schioppo, la tagliola, le panie, in barba ai gendarmi i quali avevano completamente abbandonata la bandoliera per la cesoia e la carabina per l’annaffiatoio.» Qui il confine tra guardia e ladro – lascia ben intendere Mirbeau – sfuma non tanto per via della fannulloneria (vizio comune di tante altre categorie professionali), quanto per lo sfacciato abuso di potere e la compiaciuta amoralità: nel soddisfare un mero tornaconto personale i gendarmi delegittimano pubblicamente l’istituzione stessa della legge, favorendo la convinzione diffusa che sia proprio l’occasione a fare l’uomo ladro (e indipendentemente dal ruolo che ricopre nella società).

Barjeot, a differenza del brigadiere e dei colleghi, non si occupava nemmeno di giardinaggio. «Seminar patate e legar cicorie non era affar suo.» Al buon diavolo, sempre di casa al bar della piazza, bastava l’acquavite. Tutto qui? Ma cosa combinò allora Barjeot di tanto eclatante? Cosa infranse la «generosa illusione» del narratore? Presto detto. All’origine di tutto l’amicizia di Barjeot con un bracconiere soprannominato Milord. Tra la guardia e il ladro correva un’amicizia cordiale e clandestina, fatta di bevute e bravate notturne con belle forestiere. Un giorno Milord invita il suo amico a prender parte a un appostamento notturno di caccia clandestina. Barjeot all’inizio è titubante, – …Ma io son gendarme! – ma presto si lascia convincere. I due si appostano così in una radura e, distesi sull’umida brughiera, decidono di sparare solo a caprioli e cerve. Un guardiacaccia armato li sorprende. Barjeot tenta di fuggire, ma questo gli spara ferendolo ad un braccio. Barjeot, sanguinante, fa allora il suo ragionamento: «Quest’uomo mi ha riconosciuto, certamente… Se non mi uccide con un secondo colpo, mi denuncerà… Il Consiglio di Guerra… son perduto.» A dettargli la migliore soluzione non è il buonsenso ma il più bieco istinto di sopravvivenza, o sarebbe forse meglio dire la sua amoralità: fingendo di arrendersi, si avvicina al guardiacaccia e lo fredda all’improvviso scaricandogli sul petto l’intero caricatore. Per non aver scomodi testimoni decide di sparare anche al bracconiere.

Alle prime luci dell’alba Barjeot rientra in paese con l’uniforme macchiata di sangue e il braccio sinistro fasciato. Non è da solo. Accanto a lui c’è un contadino alla guida di una carretta. «Nel fondo della carretta, sotto un copertone di tela impermeabile, si scorgevano le forme irrigidite di due cadaveri.» Alla sua versione dei fatti avrebbero creduto tutti. Chi mai dubiterebbe di un gendarme? Aveva sorpreso il bracconiere curvo sopra il cadavere del guardiacaccia. Gli aveva intimato di arrendersi, ma questi era determinato a sparare ancora, così la situazione era precipitata. Come gendarme, beninteso, aveva solo fatto il suo dovere. La folla lo applaude commossa. Gran Barjeot! «Ma non era più il “gran Barjeot!” grido beffardo cacciato dai monelli che si divertivano con l’ubriacone; era un “gran Barjeot!” grave, raccolto, profondo, era il grido di ammirazione che esaltava l’eroe.» Tre mesi più tardi il valoroso gendarme Barjeot, dopo anni di onorata attività al servizio della comunità, va in pensione insignito della meritata medaglia al valore. Così va il mondo.

Nei Contes cruels (Racconti crudeli) – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Octave Mirbeau enfatizza il lato oscuro della natura umana creando nel lettore quello che Pierre Michel definisce uno «shock pedagogico». Ogni singolo racconto si offre come tassello di una sofferenza universale, una condizione esistenziale patita e inferta da una collettività connivente destinata a progressiva frantumazione. Leitmotiv della disamina mirbelliana è la ferocia sempre sottesa alla natura umana, la barbarie che sonnecchia nell’etica. Il racconto Un gendarme è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: Un gendarme, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920). Per ogni approfondimento sulle opere di Octave Mirbeau si rinvia al nutrito archivio storico-critico curato da Pierre Michel. È possibile inoltre consultare su internet il portale “Studi Mirbelliani Italia” e l’esaustivo “Dictionnaire Octave Mirbeau”.

Massimiliano Sardina


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