LA MAGNIFICA INVISIBILE | Una donna in controluce | Gaëlle Josse racconta Vivian Maier

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di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Vivian Maier è la magnifica invisibile. Una luce trattenuta nell’ombra. Un enigma forse anche per se stessa. Come raccontarla? Come restituirla a quel mondo che l’ha vista passare di sfuggita, silenziosamente? A parlare in sua vece restano montagne di fotografie, molte delle quali ancora prigioniere di vecchi rullini. Istantanee di un mondo ai margini che ritraggono tutto un esercito di esclusi, di emarginati, di reietti, altrettanti fantasmi senza una vita da vivere e una storia da raccontare. Vivian è un’artista, una grande fotografa, testimone preziosa e insostituibile di un’epoca che fu la sua, sebbene visse sempre sottraendosi e negandosi senza rivendicare alcunché né come artista né come persona. Oggi risorge in pompa magna dalla sua arte taciuta, senza aver fatto nulla perché ciò accadesse. Farebbe piacere tutto questo clamore a una donna così schiva e blindata? Cosa ci direbbe ora Vivian Maier? Cosa fotograferebbe? Quel poco che sappiamo di lei ce lo dobbiamo far bastare. Tutto il resto, tutto quello che ci è dato immaginare, attiene più alla letteratura che all’indagine biografica.

Vivian Maier nasce a New York nel 1926. Sua madre, Marie, è francese, originaria delle alpi provenzali. Quando il padre abbandona il tetto coniugale madre e figlia condividono un piccolo appartamento con la fotografa Jeanne Bertrand. Sarà Jeanne a trasmettere alla piccola Vivian l’amore per la fotografia. Nel 1932 madre e figlia si trasferiscono nel paesino francese di Saint-Bonnet-en-Champsaur. Faranno ritorno a New York solo nel 1938. Nel 1950, all’età di ventiquattro anni, Vivian riceve una piccola eredità da una prozia, denaro che le consente di viaggiare (Cuba, California, Canada) e di realizzare le prime fotografie. È in questo periodo che inizia a lavorare come bambinaia. L’indipendenza economica le consente di riscattarsi dalla sua famiglia disfunzionale (un padre alcolizzato, una madre anaffettiva e un fratello con problemi psichiatrici). Nel 1952 acquista una Rolleiflex biottica e comincia a cimentarsi nella street-photography; a catturare il suo interesse sono quelle scene casuali di cui è costellata la quotidianità, istanti fugaci di vita metropolitana, piccoli gesti, l’inavvicinabile e transitorio mondo degli altri. Spesso Vivian ritrae anche i bambini delle famiglie dove presta servizio. Nel 1956 comincia a lavorare per la famiglia Gensburg di Chicago (un sodalizio che si protrarrà per diciassette anni).

All’inizio degli anni Ottanta Vivian, senza che se ne conosca la ragione, smette di fotografare e deposita tutto il suo materiale in un magazzino. Morirà nell’aprile del 2009, sola, incompiuta come uno dei suoi tanti rullini mai sviluppati. Negli ultimi anni fu aiutata economicamente dai Gensburg. Vivian Maier deve il suo successo postumo a John Maloof, un giovane intraprendente che, per puro caso, si è imbattuto nel suo immenso archivio fotografico. Oggi Vivian Maier è un’artista apprezzata a livello internazionale. Il suo talento non ha nulla da invidiare a colleghi come Diane Arbus, Cartier-Bresson, Willy Ronis o Robert Doisneau.

Molto è stato ricostruito della sua biografia, ma su molto altro regna un’ombra fitta. Cosa ha spinto la fotografa-bambinaia a vivere fuori dall’inquadratura? Boccone ghiotto per un romanziere. Le opere letterarie ispirate dalla sua figura si moltiplicano anno dopo anno. Già nel 2018 la scrittrice milanese Francesca Diotallevi, muovendosi tra biografia e interpretazione personale, ne aveva improntato un ritratto autentico e aderente nel romanzo Dai tuoi occhi solamente (Neri Pozza). Ora è Gaëlle Josse, poetessa e scrittrice francese, a presentarci la sua Vivian Maier. In Una donna in controluce (Solferino, 2020) emerge il ritratto mosso e sfocato di un’esistenza inafferrabile. Per restituire luce, nitidezza e definizione a quest’immagine sottoesposta Gaëlle Josse impronta un’indagine comparata analizzando in profondità tanto la scarna documentazione biografica quanto la nutrita produzione artistica. La sua intenzione è innanzitutto quella di «tentare di decifrare un destino nei suoi controluce».

Adottando una scrittura veloce, serrata, fotografica – in dichiarata adesione alla cifra visiva della Maier – Josse si getta all’inseguimento della fuggitiva. Consapevole che «per tutta la vita Vivian Maier non è altro che una verità che si sottrae», e che «la sovraesposizione postuma di cui gode è pari all’oscurità in cui trascorse la sua vita precedente», Josse chiama a raccolta tutta la sua capacità di immedesimazione per rischiarare il buio pesto e per dar voce al non detto. Ad affiorare è in primis una personalità tanto umbratile quanto determinata, in linea con la sua severa figura esteriore dalla sagoma «solida, ben piantata, austera, asessuata nonostante le camicette a fiori. Mai un sorriso, una civetteria, un gioiello (…) E quel viso di donna, sempre lo stesso, che appare in numerosi ed eccentrici autoritratti. A volte si riduce a un’ombra, un occhio, un cappello, oppure bisogna cercarlo in un angolo insospettabile dell’immagine, come in una caccia al tesoro, oppure appare moltiplicato all’infinito negli specchi.»

Si autoritrae ma al tempo stesso si cela. Attesta la sua assenza attraverso la sua presenza. Spesso fotografa la sua ombra allungata sull’asfalto o su un prato, oppure immortala il suo riflesso sulla carrozzeria di un’automobile o sulla vetrina di un negozio. Esserci e non esserci. Vivere e non vivere. Scattare e andare avanti, catturando tracce senza lasciarne alcuna. Forse l’unico dato certo e inconfutabile è il seguente: «Vivian Maier è prima di tutto un’artista, anche se non lo rivendica (…) Non è una bambinaia che scatta foto per diletto, ma un’artista che si accontenta di un lavoretto per vivere.» Non si espone. Non chiede nulla. Fotografa e basta. E accumula. Accumula stampe, provini, negativi, rullini e pile di giornali. I suoi grandi tesori custoditi negli scatoloni e trasportati di casa in casa, di famiglia in famiglia. Vivian tiene tutto dentro. Non si espone. Non si mostra. Forse non sa che farsene del consenso degli altri. «Non cerca né di piacere né di piacersi, forse solo di attestare la sua presenza nel mondo.» Circolano tanti aneddoti contrastanti su di lei. Chi la descrive bonaria, chi scontrosa. Chi socievole, chi rigida. Gli stessi bambini di cui si è occupata nel corso degli anni hanno riportato testimonianze poco convergenti. Ancora una volta: chi era Vivian Maier? Un’amabile Mary Poppins o una sadica strega?

In ogni trasferimento «Vivian avrà un’unica preoccupazione: mettere un chiavistello alla porta della sua camera.» Ancora una chiusura. Una censura. Una delimitazione. «Nessuno saprà se il chiavistello che fa mettere alla porta di tutte le camere in cui vivrà rappresenti un semplice desiderio di privacy o qualcosa di più oscuro. Nessuno saprà se il suo timore degli uomini, la tendenza a evitarli, l’abbigliamento austero riflettano paure latenti.» Forse, lascia intendere la Josse, qualcosa ci sfugge dell’infanzia di Vivian. Forse è lì, nei primi difficili anni vissuti con la famiglia nel Bronx di New York o nelle Alte Alpi francesi del Champsaur, che vanno ricercate le risposte a tutte le domande.

Attraverso la sua inseparabile Rolleiflex «Vivian si inventa una vita, una vita non contaminata da tutte le scorie familiari, tutti i conflitti, le lacerazioni, tutte le privazioni. Una pellicola vergine su cui si imprimerà ciò che è, ciò che vede, ciò che afferra, ciò che la commuove, la sorprende, la sconvolge. Ben presto trova il suo stile, la sua lingua…», una modalità tutta sua di incamerare frammenti di mondo, non un mondo in posa ma colto all’improvviso, talvolta di nascosto. Già dalla metà degli anni Cinquanta, in pieno clima di segregazione razziale, il suo obiettivo si posa sui neri, gli ispanici, i paria, i clochard, gli esclusi…, oppure sulla gente comune, semplici passanti, come lei erranti e smarriti nei quartieri periferici della grande metropoli. «Empatia, precisione e anche ironia emergono da un’opera sterminata e perfettamente padroneggiata. Le sue giornate sono fatte solo di ferite, rotture, pesanti segreti di famiglia e un’abissale solitudine (…) Per lei solo miseria, quotidianità. Il compito ingrato di badare ai figli degli altri.» È la fotografia a salvarla dall’immobilità, a farla muovere per le strade e a darle una motivazione profonda, una specie di missione.

A catturare il suo interesse è la stessa vita che le sfugge: due donne che leggono il giornale, lo specchio nella vetrina di un antiquario, un padre che allaccia la scarpa a suo figlio, i passeggeri di un autobus, un gruppo di operai, le folle ferme ai semafori, lo sguardo assonnato di un anziano giornalaio, le mamme con i passeggini, le tate come lei… Ad attrarla è la quotidiana ordinarietà, la vita della gente comune, e sa bene come coglierne l’essenza. «Di tanto in tanto compare una donna dei quartieri alti, con pelliccia e gioielli, immortalata con ironia mentre la guarda in malo modo, o un uomo d’affari, sigaro e completo doppiopetto, che la osserva infastidito. Ha il senso del dettaglio che racconta tutto di una storia, di un mondo, di una vita.» Il suo scatto è audace, verrebbe da dire maschile, ma discreto, rispettoso. «Uno sguardo posato, concentrato, che non dà mai l’impressione di essere in allerta, a caccia di qualcosa.» Nessuna intrusione, nessuna prevaricazione né compiacimento. Vivian non ruba l’anima, «non c’è voyeurismo nel suo lavoro», ma la accarezza, sa coglierla, sa eternarla nello spazio accogliente dell’inquadratura.

Ed è con la stessa gentilezza che Gaëlle Josse si accosta al suo mistero, senza premere compulsivamente sul click, senza dilatare troppo l’otturatore, senza cedere alla ghiotta tentazione del fotomontaggio. Sono le fotografie scattate da Vivian Maier a guidarla sulla giusta strada, per quanto buia e impraticabile. Quelle fotografie rappresentano le pagine del diario che Vivian Maier non ha mai scritto. Il nero su bianco delle pagine autografe lascia il posto a un altrettanto eloquente assortimento di grigi, dai più saturi ai più evanescenti, ed è qui che la magnifica invisibile ha manifestato se stessa. Ne percepiamo i contorni e certe profondità ma non la focalizziamo mai compiutamente. Vivian non si lascia afferrare. «Si limita a essere un ricettacolo, un rivelatore, una lastra sensibile della vita che ha di fronte, con tutto ciò che offre.» Ammantata dal mistero che la ricopre, la sua opera si carica di un surplus di fascinazione.  È come se Vivian avesse speso l’intera esistenza a costruire i singoli pezzi di una cattedrale senza alcuna intenzione di assemblarla. Tutta la sua gloria, lo ribadiamo, è postuma.

In una società egoica e autoreferenziale come la nostra avvince l’idea di un artista disinteressato al proprio riconoscimento tanto in vita quanto in morte. Se non fosse stato per l’intraprendenza di un John Maloof oggi nessuno saprebbe nulla di una certa Vivian Maier. Non a caso Gaëlle Josse si domanda: «è giusto creare un corpus artistico postumo, un fondo, senza conoscere la volontà dell’artista?» Fra tutte forse è questa la domanda che rimane più aperta.

Leone Maria Anselmi


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