IMMAGINARIO SIMBOLICO E GEOGRAFIA NELL’ARTE DI MARGHERITA MICHELAZZO

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di Agata Keran

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Se Eva avesse intuito il segreto della mela prima di cogliere la sua esuberante tondità, il mondo ora sarebbe di certo molto diverso. Forse si sarebbe scostata timorosamente dall’albero, lasciando il primo morso alla notturna Lilith, spirito muliebre della inquietudine. Perché il simbolo imprime un segno forte e indelebile nella realtà vissuta ogni giorno. Come è noto a tutti, la compagna di Adamo non riuscì a resistere alla tentazione del serpente e staccò un frutto dall’albero proibito, iniziando così un percorso che avrebbe dovuto protrarsi per millenni fino al rovesciamento della mela grazie al sì dell’umile ancella di nome Maria.

Metafora assoluta ed elemento simbolico importante in diversi miti e religioni, nella sua semplicità il pomo ha continuato a incantare lo sguardo di donne e di uomini di varie epoche e culture e ad abitare giardini più significativi del loro immaginario. Accenno fugacemente a due esempi: Ercole nel giardino delle Esperidi, posto all’estremo lembo occidentale della Terra, alle prese con la fatica di raccogliere le mele d’oro per Euristeo, e il re Artù nell’isola misteriosa e feconda Avalon, ossia l’isola “delle mele”. Infatti, nella lingua bretone la mela si dice “aval” ed è emblema dell’accesso in un modo altro, superiore, aperto ai soli eletti in grado di affrontare il difficile cammino sapienziale.

Assaggiare, infatti, un semplice pomo può essere davvero fatale per un’anima sensibile, e non necessariamente nel senso del boccone avvelenato di Biancaneve. Si favoleggia che una mela colpì la testa di Isaac Newton mentre sedeva all’ombra di un albero, sollecitando la domanda perché il frutto cade sempre perpendicolare, alla base dell’indagine sul principio di gravità. Anche il pittore Paul Cezanne dedicò ai pomi una parte sostanziale della sua poetica, tanto che un altro artista di grande talento, l’americano William Congdon, considerava questi ritratti di mela sacri alla stregua dei volti della Madonna dipinti da Raffaello. Ontologicamente prossimi al noumeno di platonica memoria: la “melità” colta nella sua purezza ideale e non un qualsiasi frutto soggetto alla naturale corruzione. Per dirla in breve: mela=eternità.

“Prendi una mela… Indagala: non ti basterà una vita!”. Fu questo il consiglio del venezuelano Jacobo Borges, uno dei più importanti esponenti dell’arte neofigurativa latino-americana, che Margherita Michelazzo ritiene suo maestro nel senso più profondo del termine. Non tanto un maestro di tecnica o di stile, ma la persona che ha saputo indicare la via della ricerca interiore, quella che si trova scavando con gli occhi della mente e con l’istinto creativo che si cela in modo peculiare dentro ogni individuo. L’incontro tra i due avvenne a Salisburgo presso la Sommerakademie e, in questa occasione, si instaurò un intenso rapporto di amicizia che continua nel tempo.

Lo studio approfondito del malus communis, nelle sue molteplici accezioni simboliche e varietà naturali, ha portato l’artista vicentina, originaria di Dueville, a riflettere sulle potenzialità espressive di questo archetipo, sul piano tematico e materiale. Analizzando in modo appassionato mille sfaccettature formali del frutto. La mela intera, tagliata, appena morsa o mangiata fino al torsolo diventa movente e soggetto principale di una serie di opere d’arte assai eterogenee: dalle installazioni ambientate nel paesaggio alle incisioni sperimentate e sviluppate presso la storica Stamperia Busato, fino a una serie di libri d’arte ideati impressionando la polpa succosa ricca di acido malico su “cartamela”, prodotta con scarti del medesimo frutto. “Sindoni di mela”, commenta con sorriso l’artista le delicate sagome catturate sul foglio con una delicatezza simile al tocco lieve di una farfalla.

Un universo poliedrico, mai scontato, sognante e gioioso: concepito con grazia e arguzia da una donna artista in grado di giocare abilmente con lo stereotipo spesso misogino della tradizione e vestirlo di significati nuovi. La memoria di Eva confluirà nel mito ancestrale della Grande Madre, divenuto soggetto di una delle incisioni esposte nella mostra Morso dopo morso (25 marzo – 12 aprile 2012), tenutasi presso il Museo della Stampa di Soncino, all’interno di una torre tardogotica nel borgo fortificato nei pressi di Cremona, ritenuta sede originaria della stamperia della famiglia ebraica Soncino, operante in Italia, in Grecia e in Turchia tra il 1483 e il 1527.

Un ambiente espositivo di grande fascino narrativo e scenografico, in grado di mettere in luce lo spirito unitamente storico e atemporale della riflessione figurativa dell’artista vicentina, espressa in questo caso con una combinazione di tecniche tradizionali, ma senza rinunciare alla consueta verve sperimentale che contrassegna il suo pensiero diametrale. Anche di fronte alla pratica rigorosa di un’arte per molti aspetti alchemica, l’autrice non frena il desiderio di trascendere il canone operativo e comincia a servirsi in modo creativo di “tarlatana”, ossia di quel panno a trama larga utilizzato regolarmente da stampatori per pulire le lastre, che presto diventa uno dei componenti peculiari del suo procedimento, in grado di trasferire sull’immagine stampata un particolare effetto di texture.

“Forma che evoca orizzonti di mele | simboli preistorici di sessualità femminile | astri, ruote, scudi… | ideali tavole rotonde a cui sedersi | circolarità misteriosa degli edifici di Tara | circolarità dinamica che nella fine ha il suo principio”, così Margherita sintetizza il suo pensiero nel libro d’arte dedicato all’installazione Mele sonore, realizzata in acciaio cor-ten ed allestita in modo permanente a Dueville presso la Holding Askoll.

Mito e indagine scientifica, rigore del metodo e giochi liberi d’invenzione, slancio lirico e severo calcolo razionale. Vulcano in subbuglio e acqua cheta che riporta all’ordine. Queste sono le istanze, solo apparentemente in contrapposizione, che animano il temperamento espressivo di Margherita, laureatasi in geografia economica e ritornata fattivamente all’arte solo in età più matura. Nessuno stridore tra i due profili di Giano: nella sua produzione artistica Margherita non abbandona mai la passione geografica e in genere scientifica.

Tale duplicità si manifesta innanzitutto nelle opere ambientate nel paesaggio ed è quella scintilla che fece scaturire il nostro dialogo. In una delle passeggiate solitarie di primo mattino, mi trovai a sorpresa di fronte all’installazione Le Lune di Galileo, collocata a Vicenza nel giardino della Biblioteca “La Vigna”. Rimasi incantata dal suono gentile delle sfere metalliche, mosse da un fruscio quasi impercettibile di vento. Da quel momento, torno spesso a trovare le “Lune” che di volta in volta variano la loro voce, a seconda delle condizioni del tempo e alle stagioni, ma forse anche in relazione a quella misteriosa sintonia che si instaura con lo stato d’animo di chi le contempla.

L’installazione si inserisce in una cornice paesaggistica veramente amena, all’interno del parco improntato dal celebre Carlo Scarpa, accanto a Palazzo Brusarosco-Zaccaria, impreziosito con diverse specie pregiate di alberi e arbusti. Le “Lune” hanno trovato la loro dimora qui a partire dal 2009, su iniziativa di Mario Bagnara, presidente allora del Centro di cultura e civiltà contadina – Biblioteca Internazionale “La Vigna”, che ha notato l’opera durante la sua esposizione al Lido di Venezia, in occasione del concorso “Open 12” legato alla LXVI Mostra internazionale d’arte cinematografica.

Anche quest’opera è realizzata in acciaio cor-ten e l’idea della sua realizzazione trova origine nelle Mele sonore collocate a Dueville. Ispirate liberamente all’Anno internazionale dell’astronomia (2009), le “Lune” si compongono da quattro archi uniti alle estremità e leggermente rotanti, ai quali si trovano appesi a diverse altezze 38 dischi. La superficie cromaticamente disomogenea e rugosa di questi cerchi evoca la superficie lunare nelle quattro fasi principali. La vibrazione della struttura metallica produce suoni che si diffondono delicatamente nell’aria, in armonia con lo spazio circostante, generati in rapporto alla dimensione, allo spessore e alla distanza reciproca dei dischi, nonché alla lunghezza e alla tensione dei cavi.

Racconta l’artista: “Danza di gravi… Paradosso di 4 archi costruiti sul 7 pitagorico, uniti alle estremità e leggermente rotanti, pensiero divergente… Raggi di telescopio a rifrazione per le orbite delle Lune di Giove… Eccentricità e inclinazione di piani… Struttura fissa portante ma elastica, in tensione, movimentata da sovrapposizione di segmenti di arco a significare la relatività dei moti sidereo e sinodico, del disegno dell’Universo e forse delle nostre prospettive”.

L’ultimo progetto in ordine del tempo, in attesa ancora di essere compiuto materialmente, è PigafettaPinguinos, concepito in occasione del quinto centenario della circumnavigazione del globo, condotta da Ferdinando Magellano e iniziata a Siviglia il 10 agosto 1519. L’autrice dedica il suo pensiero in particolare al vicentino Antonio Pigafetta, partecipe dell’eroica impresa, e al suo resoconto Primo viaggio intorno al globo terracqueo ossia Ragguaglio della navigazione alle Indie orientali per la via d’occidente.

Sollecitata al contempo come artista e geografa, Margherita giunge a mettere a fuoco un’installazione urbana pronta a lasciare il segno nei luoghi vicentini di Pigafetta, facendoli abitare da una colonia di 38 pinguini della varietà Spheniscus magellanicus, descritti per la prima volta proprio nel manoscritto del viaggiatore cinquecentesco. Presentato in collaborazione a Biblioteca Internazionale “La Vigna”, il progetto – la cui realizzazione è prevista nel settembre 2022 – si inserisce tra gli eventi promossi dall’Associazione Culturale Pigafetta 500.

38 pinguini come il numero dei giorni del primo passaggio dal levante al ponente, dall’oceano Atlantico al Pacifico, sosteranno dunque sotto il loggiato di Palazzo Chiericati e nell’antistante piazza che al tempo di Pigafetta ospitava il mercato del legname. Davanti a questo palazzo perché fu il nunzio apostolico Chiericati a favorire la partecipazione del perspicace vicentino all’impresa spagnola. Ma non sarà l’unica messinscena: i pinguini si sposteranno anche nella Basilica Palladiana, davanti alla Ca’ d’Oro, dentro gli androni dei palazzi antichi…

“I pinguini verranno stilizzati ma non privi di identità”, racconta l’autrice. “Cinque sono i moduli di base, identificati con il nome di cinque personaggi illustri coinvolti nella consegna del diario di Pigafetta a Carlo V. I loro corpi sono rigorosamente bianchi e neri. Il davanti bianco con fasce parallele nere. Nero il piumaggio del dietro. Nero con la croce bianca, per ricordare l’abito dei cavalieri di Malta al cui ordine appartenne Antonio Pigafetta”.

Come in ogni sua creazione, l’autrice dedica una riflessione profonda ai materiali esecutivi. Non a caso, le sagome saranno realizzate con pannelli xlam derivati dal legno di abete rosso, proveniente dai boschi distrutti dalla tempesta Vaia, per riportare l’attenzione alla filiera del legno veneto. “Realizzati con gli alberi spezzati dai mutamenti climatici, i pinguini della terra di Pigafetta, invitano a cercare nuove rotte di adattamento attivo al cambiamento per una nuova geografia del mondo”: un sogno ad occhi aperti che concretizzandosi potrà trasformare la scena urbana di Vicenza in un’imago mundi in grado di unire la memoria al futuro, sollecitando in modo diametrale lo sguardo di chi vorrà sostare incuriosito.

Agata Keran


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