ELENA LUCREZIA CORNARO PISCOPIA | Prima donna laureata al mondo

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di Ruggero Soffiato

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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La famiglia Cornaro fu una delle più antiche e importanti famiglie veneziane. Leggendaria, probabilmente, l’origine dalla gens romana Cornelia, ma sicuramente i Cornaro (o Corner) furono tra le dodici famiglie che costituirono il primo nucleo del patriziato veneziano (per questo chiamate apostoliche) e fondatrici del Maggior Consiglio, nel 1172.

I Cornaro furono sempre tra i protagonisti della vita politica e militare della Repubblica, annoverando, nei secoli, numerosi dogi, procuratori di San Marco, nonché vescovi e cardinali. Furono anche protagonisti della vita commerciale, accumulando ingenti fortune. Il ramo Piscopia  trae origine da Federico Corner, il quale, a saldo di un ingente prestito erogato a Pietro I° Lusignano, re di Cipro, nel 1363, ricevette il feudo di Episcopo, località posta presso l’estremità meridionale dell’isola, che il Corner trasformò in un importante centro per la  produzione e il commercio dello zucchero, diventando così l’uomo più ricco di Venezia.

Nel corso del Cinquecento la famiglia conobbe un relativo declino sia economico che politico, tuttavia continuando a esprimere alcuni personaggi di grande rilevanza in politica, negli affari e nella cultura. Tra questi si annovera anche Giovan Battista (1613-1692),  uomo politico e vivace intellettuale, che fu il padre di Elena Lucrezia. Certamente singolare la modalità con cui Giovan Battista creò la propria famiglia: a 23 anni conosce Zanetta Boni, una popolana (forse una meretrice, secondo qualche studioso) figlia di immigrati dalla Val Sabbia (nel bresciano), e da lei ebbe sette figli, dei quali Elena fu la quinta. Vicenda familiare piuttosto intricata, che fa emergere quanto Giovan Battista fosse profondamente legato a questa donna che, dopo molti anni, il 27 maggio 1654, fece diventare sua legittima sposa, sanando così una situazione socialmente imbarazzante e divenuta insostenibile dopo che egli, nel 1649, venne eletto Procuratore di San Marco.

Ancora più complicato il percorso per l’iscrizione dei figli maschi nel “Libro d’oro”, in pratica l’anagrafe della Nobiltà, iscrizione negata in quanto nati dall’unione con una non nobile, ma necessaria per poter partecipare alla vita politica veneziana. Dopo ben quattro tentativi, tre umilianti rifiuti in cinque anni, e l’offerta di 105.000 ducati, nel 1664, ottenne l’assenso del Maggior Consiglio. Nonostante il titolo di Procuratore, Giovan Battista riuscì soltanto a  ottenere incarichi politicamente di secondo livello. Ciò sembra essere la causa principale del suo confidare nella fama di Lucrezia perché la famiglia potesse ottenere il prestigio sociale che a lui era stato negato.

Elena Lucrezia – Gli studi

Come già anticipato, Lucrezia fu la quinta figlia di Giovan Battista e di Zanetta Boni. Nata il 5 giugno del 1646, quindi prima del matrimonio dei genitori, il giorno seguente fu battezzata e registrata come sua figlia, nella parrocchia di San Luca. Nella casa paterna  Lucrezia trova la situazione ideale per appassionarsi agli studi e alla cultura: la biblioteca del padre è, tra quelle private, una delle più importanti della Repubblica. Sono molto precoci i suoi interessi letterari e anche scientifici. Il primo ad accorgersi della vivace intelligenza della bambina è don Giovanni Battista Fabris, parroco, appunto, di San Luca, suo primo confessore, che non fatica molto a convincere Giovan Battista a consentire alla figlia di dedicarsi completamente agli studi. E questo nonostante egli conoscesse bene la mentalità del tempo, quasi unanimemente avversa all’educazione delle fanciulle, alle quali, secondo Leon Battista Alberti, anche la sola vista dei libri doveva essere proibita.

Silvio Antoniano, futuro cardinale, nel suo manuale Dell’educazione cristiana dei figlioli, edito nel 1584, ma ristampato fino a metà ’800, afferma che le fanciulle “di umile stato non fa bisogno che sappiano neanche leggere; a quelle di mezzana condizione non disdice di saper leggere; alle nobili […] in ogni modo loderei che apprendessero a leggere e numerare mediocremente”. Come è noto, a Venezia esisteva, invece, una tradizione di donne letterate, erudite, poetesse, polemiste. Ricordiamo soltanto, a partire dalla metà del XVI secolo, Veronica Franco, Cassandra Fedele, Moderata Fonte, Lucrezia Marinelli e, forse la più importante, suor Arcangela Tarabotti, morta nel 1652, quando Lucrezia era ancora una bambina.

Un aspetto della formazione di Lucrezia, che tutti i biografi mettono in particolare risalto, è quello religioso. Massimiliano Deza, che scrisse e pubblicò la prima biografia, nel 1686, dedica un intero capitolo alle abitudini devozionali che, fin da bambina, segnavano la sua giornata. Egli, infatti scrive: «Regolò ella con ordine meraviglioso il leggiadro periodo della sua vita innocente, e distribuì così bene tutte l’hore del giorno, che variando i mezi, non il fine, tutto riportava in Dio». La giornata era scandita da un continuo susseguirsi di orazioni, meditazioni e, in alcuni giorni, anche di mortificazioni del corpo: «cingendosi i fianchi, e le braccia con alcune catenelle di ferro molto pungenti». Questo suo attaccamento ai riti religiosi la portò a desiderare di farsi monaca ma, dopo alcuni giorni di soggiorno in uno dei più famosi monasteri di Venezia, decise di rinunciare al suo proposito. Nonostante le pressanti insistenze del padre, che la voleva sposa di un nobile tedesco, Lucrezia fece, già da bambina, voto di castità. Rinuncia, poi, definitivamente anche ad entrare in convento e nel 1665 diventa oblata benedettina, in pratica una suora fuori dal chiostro: «Portava l’habito Benedetino, benchè di lana, sopra l’ignuda carne. […] Scrivendo a’ Padri Benedettini, e anche al proprio Confessore, si sottoscriveva Helena Scolastica, perché tal nome erasi eletta nel ricevere l’habito di quella Nobilissima Religione».

In questa sede non è possibile una  analisi dettagliata degli studi intrapresi da Lucrezia, ma possiamo affermare che arrivò a conoscere in maniera approfondita non solo  il latino e il greco, ma anche lo spagnolo, il francese e l’ebraico. La sua formazione scientifica spaziava dalla matematica, all’astronomia, alla geografia, e, dal punto di vista artistico, alla musica. I suoi interessi principali furono però la  filosofia e la teologia, discipline nelle quali ebbe come maestri due professori di chiara fama dell’ateneo patavino: per la filosofia Carlo Rinaldini, filosofo e matematico; per la teologia padre Felice Rotondi, che di Elena avrebbe, più tardi, scritto di averla avuta più come maestra che come discepola.

 La laurea del dottorato in fronte ad un’huomo è fregio, in fronte di una Donna è miracolo.” Non ci soffermeremo qui sui contenuti e sul livello degli studi filosofici e teologici di Lucrezia: diremo solo che entrambi i suoi docenti, nel 1677, ritenevano così profonda la sua preparazione che, di comune accordo, decisero di presentarla all’Università di Padova per la laurea in teologia, nonostante lei non ne fosse particolarmente felice. Accettò soltanto per compiacere il padre che, come abbiamo detto, voleva dare lustro alla propria famiglia attraverso i successi della figlia.

Sembrava che tutto dovesse procedere secondo le aspettative della famiglia Cornaro, ma non fu prevista la posizione dell’allora cancelliere dell’Università di Padova, che, come da tradizione, era il vescovo della città, Gregorio Barbarigo. In quel tempo egli era a Roma, ma, avvisato dal suo vicario rispose negando il consenso, affermando come “fosse uno sproposito dottorar una donna” e che avrebbe “reso ridicoli in tutta Europa” coloro che lo avessero concesso. L’inaspettato rifiuto irritò moltissimo papà Giovan Battista, che era sempre stato in buoni rapporti con il Barbarigo, veneziano come lui. Seguì uno scambio di lettere piuttosto aspre da parte di entrambi, che rischiò di compromettere i rapporti tra i due. A questo punto diviene provvidenziale l’intervento del Procuratore di San Marco, Giulio Giustinian, amico sia del Barbarigo sia del Cornaro che, attraverso un fitto scambio di lettere, convince il primo a concedere ed il secondo ad accettare che a Lucrezia venisse concessa la comunque prestigiosa laurea in filosofia anziché quella, irraggiungibile, in teologia.

Ecco quindi che, alle ore 9 di sabato 25 giugno 1678, quando la “laureanda” aveva 32 anni, ebbe luogo l’esame per il conferimento del “Dottorato in Filosofia a Elena Lucrezia Scolastica Cornaro Piscopia”. La cerimonia dovette essere celebrata in Cattedrale, dato che la sede abituale era risultata del tutto insufficiente a contenere la notevole folla (qualcuno, certamente esagerando, parla di ventimila persone). Dopo aver discusso, con elegante prosa latina, i puncta assegnatile, consistenti in due tesi su Aristotele, impressionando vivamente gli esaminatori, con la usuale formula: Pro tribunali sedentes eamdem Illustrissimam HELENAM LUCRETIAM CORNARAM PISCOPIA Virginem quidem doctissimam, et ita universis nature, artisque dotibus ornatam, ut nihil amplius ei deesse videatur, Artium Liberalium, et Philosophiae Magistram, ac Doctricem in Dei Nomine approbamus, et approbatam esse volumus. Etc. Datum, et actum Padua in Ecclesia Cathedrali in Sacello Beatae MARIAE Virginis loco praeter solitum obnimiam Populi frequentiam ad examen electo, Etc., le furono consegnate le insegne del suo grado, uguali a quelle dei colleghi uomini: il libro, simbolo della dottrina, l’anello per rappresentare le nozze con la scienza, il manto di ermellino, a indicare la dignità dottorale, e la corona d’alloro, contrassegno del trionfo.

La fama, la morte, l’oblio

“Occorreva il nome di Helena Lucretia per le bocche degli huomini con chiarissimo grido anche prima, che la novità del suo addottoramento havesse con l’ammiratione di tutti risvegliata la curiosità di molti, e l’incredulità di qualch’uno”.

Così il suo primo biografo inizia il capitolo dedicato alla fama di Elena, in cui racconta di come importanti personaggi di tutta Europa, ma anche principi e regnanti, le scrivessero per onorarla. Fu immediatamente aggregata al collegio dei medici e dei filosofi patavini, ma anche a molte tra le più importanti Accademie del tempo, tra cui citiamo soltanto l’Accademia dei Ricovrati di Padova, quella degli Infecondi di Roma e quella degli Intronati di Siena. Lei, però, continuò la sua vita modesta e silenziosa, dedicata tutta alle opere di carità nella Padova in cui si era definitivamente stabilita, nella bellissima casa di famiglia, di fianco alla basilica di S. Antonio. Morì, prematuramente, di tubercolosi, il 26 luglio 1684, a soli 38 anni (in fama di santità), e venne sepolta nella basilica di Santa Giustina.

Dopo i primi entusiasmi su di lei calò ben presto l’oblio: ci resta soltanto una raccolta dei suoi scritti poetici e letterari (peraltro di non eccelso valore) e una statua, donata, nel 1773, dalla nobildonna veneziana Caterina Dolfin e posta ai piedi di una delle due scalinate che portano all’Aula Magna del Palazzo del Bo, ancor oggi sede principale dell’Università di Padova.

Elena Lucrezia resta comunque uno straordinario esempio di libertà che, per prima, nonostante le regole sociali  allora esistenti, ottenne  il riconoscimento  della capacità della donne di pensare e di trasmettere le proprie passioni intellettuali e le proprie conoscenze a tutti. Il suo esempio, purtroppo, a ulteriore dimostrazione dell’eccezionalità del caso, non poté essere seguito da altre donne, proprio per la diffusa ostilità, nella società del tempo,  alla erudizione femminile. Il 7 febbraio 1679, i Riformatori sopra lo Studio, cioè i magistrati delegati dalla Repubblica di Venezia al suo governo, decisero che “non si dovesse ammettere alla laurea dottorale femmine di qual si sia condizione, e né meno far si dovessero passi che tendessero a questo fine”.

Si dovrà attendere fino al 12 maggio 1732 perché a una donna, la bolognese Laura Bassi, nell’università della sua città, fosse concessa la laurea e anche la libera docenza in filosofia. 

Ruggero Soffiato


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