IL LEOPARDI SENZA MACCHIE | Silvia è un anagramma. Un pamphlet di Franco Buffoni

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Prima ancora che nella parola o nel gesto lo stigma sociale si consustanzia nel non detto. Una cosa non nominata non esiste. Don Andrea Gallo usava dire “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Se facciamo fatica a nominare certe cose, chiamandole col loro nome, è perché quelle cose rappresentano delle questioni ancora irrisolte, un problema con il quale non sappiamo o non vogliamo confrontarci: scegliamo quindi, vilmente, di rimuovere il problema semplicemente ignorandolo. Appartengono al territorio del rimosso e delle verità taciute certe biografie irrisolte, soprattutto quando ad essere rimossa o taciuta è una componente così essenziale e preponderante della persona come la sessualità. Una alienazione che per secoli non ha risparmiato nessuno, uomini e donne d’ogni estrazione sociale e culturale. Non fanno certo eccezione le vite di molti artisti e scrittori di ieri e di oggi. In Italia, salvo rare eccezioni, in assenza di un’evidente esplicitazione del proprio orientamento sessuale da parte dell’autore stesso (vedi Umberto Saba, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini o Dario Bellezza, solo per citarne qualcuno), critici ed estensori delle biografie ufficiali hanno potuto agire indiscriminatamente, fornendo una narrazione edulcorata del personaggio e veicolandone la ricezione dell’opera secondo le aspettative e le convenzioni dell’eteronorma, senza farsi scrupolo, là dove necessario, di censurare, epurare, giungendo persino a negare le evidenze di ciò che, in maniera più o meno velata, tra le righe del non detto o del camuffamento letterario, era sotto gli occhi di tutti, scritto nero su bianco. Parafrasando Don Gallo potremmo dire “Dimmi cosa escludi e ti dirò chi sei”.

Con Silvia è un anagramma (Marcos y Marcos, 2020) e con l’indice puntato contro quella cultura accademica che non sempre lascia prevalere il rigore dell’onestà intellettuale e l’assenza di giudizio morale, il poeta e scrittore Franco Buffoni intende rendere giustizia biografica ad alcuni di questi personaggi le cui opere e identità sono state piegate a quello che lui chiama il “neutro accademico eterosessuale”, ossia quel pensiero unico e manipolatorio della norma eterosessuale ovunque imperante. «Dover nascondere il proprio orientamento sessuale per timore della sanzione della società e della legge ha segnato pesantemente la vicenda umana di molti scrittori del passato. È stato quasi certamente il caso di Leopardi, e forse anche quello di Pascoli e di Montale. Ricostruire questo aspetto adesso non cambia ovviamente la valutazione estetica, ma consente un nuovo sguardo, stimolante e libero, su vicende artistiche e di vita, anche per rendere, almeno a posteriori, doverosa giustizia biografica.»

L’ostinazione nel voler forzatamente affibbiare a questi personaggi degli struggimenti amorosi nei confronti di figure femminili (si veda anche la fiction su Leonardo Da Vinci andata in onda sulla Rai), nell’adoperare la logica del “due pesi e due misure” a seconda che certi afflati siano rivolti a uomini o donne (facendo passare i primi per espressioni amicali e i secondi per impeti amorosi), più che una limitante e ingenua miopia intellettuale rivela un deliberato intento manipolatorio mosso da un pregiudizio morale di chiara matrice omofobica.

Così si è preferito individuare nella sgraziatezza fisica l’origine dell’infelicità di Leopardi, piuttosto che nel suo essere “diverso” nel senso di finocchio. Leggendo le carte e ricostruendo i fatti non occorre essere degli psicologi per capire di quale vera natura fosse la sua inquietudine e cosa lo spingesse a fuggire dall’asfittica realtà provinciale di Recanati. Buffoni riporta un episodio delle cosiddette “chiacchiere da parrucchiere” che vede protagonista Antonio Ranieri, durante il periodo di convivenza romana con Giacomo, il quale lascia ben intuire quale fosse l’humus sociale che Leopardi dovette subire: «Racconta Ranieri: “Io sono” mi disse “di Recanati. Com’è ch’ella ha con sé il figliuolo del conte Monaldo?” […] “Con me?” risposi, con severità. “Non so cosa vogliate intendere. Vuol dire, che siamo due amici ch’è s’è preso un quartiere insieme”. […] egli replicò sorridendo: “Ho detto così, perché conosco assai bene le cose di colà, gli umori del padre e del figliuolo; l’odio implacabile di costui al clima ed agli abitatori di quel paese…” E soggiunse, con importuna loquacità, ch’io repressi raddoppiando di severità, assai altri particolari […]» La discussione si svolse a fianco della camera in cui si trovava Giacomo, il quale, avendo ascoltato tutto, una volta che il barbiere Piersantelli se n’era andato, «[…] urlò furibondo ad Antonio: “Sappi, ch’io divento un forsennato, al solo sognare di andarne per le bocche di quella gente; sappi, che io inventai, invento e inventerò tutte le favole, tutti i romanzi di questa terra, per salvarmi di questa orribile sciagura […]»

La sciagura della derisione, del dileggio, dello stigma sociale che ora come allora si abbatte sugli omosessuali. All’epoca di Giacomo non esisteva ancora il termine omosessuale, ma si disponeva già di una ben variegata serie di fonemi per esprimere l’insulto, il disprezzo. Così, quella sortita furibonda di Giacomo è «Il grido disperato di chi è voluto fuggire, ma si sente ugualmente braccato dal proprio passato, con quell’inflessione dialettale (“u frosciu”) e quella ciera maliziosa sul viso.» Leopardi era molto chiacchierato nel suo paesello e lo sarà anche nella grande città (come a Napoli, dove: «poteva permettersi di portarsi con sfrontatezza qualche guaglione a casa: non quando Antonio usciva, ma: e Antonio per discrezione usciva.» La sua era una fuga non dal “padre-carcerario”, ma dall’atmosfera gretta, ostile e omofobica della provincia italiana, dove lui era “lu rrecchió di Recanati”, così sperando di ottenere quella forma di anonimato e invisibilità che ancora oggi molti gay ricercano lasciandosi alle spalle famiglia e paesello.

Buffoni legge tra le carte e gli episodi di vita di altri due insigni poeti italiani, Giovanni Pascoli ed Eugenio Montale, per intercettare qua e là i segni di una natura irrisolta, di una tensione verso il vero oggetto dei desideri mortificata, dissimulata, repressa; di un’omofobia interiorizzata che talvolta – come in Montale – si concretizza «particolarmente nel profondo disprezzo verso coloro che avevano il coraggio di praticare l’omosessualità senza vergognarsene.» (Montale alla direzione della pagina culturale del «Corriere» aveva imposto che di Pasolini e Testori non si doveva parlare, per nessun motivo, mai.).

Rileggere oggi certe vite e certe opere (e in questo libro Franco Buffoni ne offre un ampio ventaglio che comprende, tra gli altri, anche alcuni Padri della Patria, come Cavour, Mazzini e Mameli) in una chiave che assieme a tutti gli altri dati in nostro possesso comprenda anche quello dell’omosessualità, significa rendere giustizia alla verità; significa togliersi il prosciutto dagli occhi; significa riconoscere che l’amore, ovunque si indirizzi, è sempre amore. Goffredo Parise ha scritto: “Ogni uomo, uno scrittore, un poeta, un artista è quello che è la sua sessualità”. Sostenere che la sessualità di un autore sia irrilevante ai fini della comprensione della sua opera, o che sia solo questione di gusti personali che attengono alla sfera privata, è ancora una volta solo una strategia della censura o dell’autocensura, specialmente quando viene usata solo nel caso in cui la sessualità in questione sia di segno opposto a quella eterosessuale imposta dalla società. È tempo di ricucire certi strappi, di reintegrare quei pezzi di storia omessi; è tempo di ricostruire i fili di una narrazione più veritiera e onesta.

La rimozione di qualcosa è sempre una mutilazione; crea un vuoto e restano i segni della sutura che denunciano quel vuoto. L’immagine immediata che abbiamo di una persona è del suo corpo integro in ogni parte; un corpo privo di qualche membro è qualcosa di inatteso che ci costringe a prendere atto dell’anomalia causata dall’amputazione; non possiamo e non riusciamo a ignorare il dramma di quel corpo deficitario, offeso. Chiunque sia portatore di una qualche forma di disabilità ne sa qualcosa; chi è costretto su una sedia a rotelle sa che la maggior parte delle persone vede soltanto la sedia a rotelle e che solo pochi riescono a vedere anche la persona che vi è seduta sopra. Se tutte le componenti della nostra identità fossero visibili, proprio come le membra del nostro corpo, salterebbero subito agli occhi gli effetti di certe mutilazioni. Quanti corpi mancanti di qualcosa vedremmo in giro! I primi sarebbero sicuramente quelli di quanti sopprimono, omettono, dissimulano o nascondono il proprio orientamento sessuale. Anche gli eterosessuali recherebbero i segni evidenti di queste mutilazioni.

Anzi, val la pena ricordare che l’eterosessualità ha cominciato a esistere, in termini di trattazione, solo nel momento in cui sono emersi dal buio della clandestinità tutti gli altri orientamenti. Prima di allora essa non aveva avuto alcun bisogno di dirsi, di definirsi, di darsi un nome e una specificazione. Semplicemente e inconsapevolmente era. Punto. Senza la necessità di avere una qualche nozione di sé, senza la necessità di dover compiere un lavoro di riflessione sulla propria condizione. Si potrebbe dire che vegetava nel suo limbo di presunta assolutezza. L’omosessualità è servita a rivelare l’eterosessualità. Un outing che ha costretto gli eterosessuali a uscire allo scoperto. Forse è proprio questo che gli eterosessuali non perdonano agli omosessuali. Non solo. L’omosessualità è servita a creare una cultura dei sentimenti, dei rapporti, delle relazioni proprio sfidando e smascherando quell’assoluto etero. Oggi è possibile una riflessione sulla condizione eterosessuale solo partendo dagli scritti e dalle opere sorte in ambito omosessuale. Come ha fatto notare Louis-Georges Tin in L’invenzione della cultura eterosessuale (:duepunti, 2010), a fronte delle tante opere che celebrano e reclamizzano la sessualità eterosessuale, il matrimonio e la famiglia in chiave etero, l’eterosessualità in sé, come variante della natura, non è mai stata oggetto di studio e di riflessione, rimanendo quindi per troppo tempo all’oscuro di sé. Un handicap che si porta ancora dentro.

Da quando gli eterosessuali hanno scoperto di non essere soli, di non essere gli unici, il loro approcciarsi agli omosessuali  somiglia un po’ al rapporto che gli esseri umani hanno con gli alieni: c’è chi ne ha paura, se ne sente minacciato e inorridisce alla sola idea che possano assumere il controllo della Terra, e c’è chi sogna di avere con loro un incontro ravvicinato del terzo tipo. Forse solo quando gli eterosessuali impareranno a riconoscersi per quello che sono, e a sentirsene sicuri, smetteranno di provare quel senso di disagio, di paura, di rigetto verso gli omosessuali. Smetteranno di essere omofobi, perché in fondo in fondo avranno finalmente sconfitto l’odio, la paura e l’insicurezza che hanno di sé. Nell’omofobia c’è, fondamentalmente, la traccia di un’inconfessabile eterofobia.

In Silvia è un anagramma accanto al Buffoni poeta c’è il Buffoni militante, pioniere dei Gender Studies in Italia, con pagine che ripercorrono alcune tappe fondamentali sia della deriva omofobica sia delle  lotte di rivendicazione dei movimenti Lgbt+; questo ne fa un libro che ben si inserisce nell’attuale dibattito italiano sulla legge Zan contro l’omotransfobia.

Giuseppe Maggiore


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