HANS E KONRADIN | Fred Uhlman | L’amico ritrovato cinquant’anni dopo

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Febbraio 1932. Il sedicenne Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, frequenta il Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda, il liceo più prestigioso del Württemberg. Sogna di diventare un poeta ma, più di ogni altra cosa, sogna di trovare un amico, un amico speciale, l’amico della vita. «Nella mia classe non c’era nessuno che potesse rispondere all’idea romantica che avevo dell’amicizia, nessuno che ammirassi davvero o che fosse in grado di comprendere il mio bisogno di fiducia, di lealtà e di abnegazione, nessuno per cui avrei dato volentieri la vita.»

Quando Konradin – biondo ed elegante rampollo di una ricca famiglia aristocratica dal passato glorioso, gli Hohenfels – fa ingresso nella classe, ad anno scolastico ormai avviato, Hans è colpito da una folgorazione. «Ricordo il giorno e l’ora in cui il mio sguardo si posò per la prima volta sul ragazzo che doveva diventare la fonte della mia più grande felicità e della mia più totale disperazione.» Konradin, consapevole di appartenere ad un altro pianeta, si integra nella classe rimanendone al contempo distante. Il suo atteggiamento, tuttavia, come Hans nota fin da subito, appare privo di altezzosità e intriso da una sorta di soave riservatezza. Il disarmato aspirante ammira, contempla, anela. L’oggetto del suo desiderio era lì, al tempo stesso vicino e inavvicinabile. Come conquistarlo? Come attirare la sua attenzione? «Cosa mai potevo offrire io, che ero figlio di un medico ebreo, nipote e bisnipote di rabbini e discendente da una famiglia di piccoli commercianti e mercanti di bestiame, a quel ragazzo dai capelli d’oro il cui solo nome bastava a riempirmi di tanta rispettosa ammirazione?»

Il sentimento d’amicizia tratteggiato in Reunion da Fred Uhlman (scrittore, pittore e avvocato tedesco naturalizzato britannico, di origine ebraica) sconfina a più riprese nell’amore (o quanto meno in un qualcosa che va ben al di là dell’amicizia). «I giovani tra i sedici e i diciotto anni – sottolinea Uhlman, quasi sentendosi in dovere di giustificare – uniscono in sé un’innocenza soffusa di ingenuità, una radiosa purezza di corpo e di spirito e il bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata. Si tratta di una fase di breve durata che, tuttavia, per la sua stessa intensità e unicità, costituisce una delle esperienze più preziose della vita.» Verso il «ragazzo dai capelli d’oro» Hans nutre un’attrazione vibrante e totalizzante. «Non c’era niente in lui che non mi piacesse (…) Tutto in lui risvegliava la mia curiosità (…) Poi il portamento fiero, i suoi modi, la sua eleganza, la bellezza del suo aspetto – e chi avrebbe potuto restare indifferente? – mi facevano pensare a buon diritto che avessi finalmente trovato qualcuno che corrispondeva all’ideale d’amico da me vagheggiato.» E ancora: «Studiavo il suo volto fiero, dai tratti finemente cesellati e sono certo che nessun innamorato guardò mai Elena di Troia con altrettanta intensità…» Hans, «risvegliato alla vita» da questa bionda e aristocratica apparizione, decide di passare dall’ammirazione all’azione. Comincia così a fare di tutto per mettersi in mostra tanto nelle esercitazioni ginniche quanto nelle lezioni di letteratura e storia, piccoli e grandi gesti per tentare di emergere quanto più possibile dal gruppo classe e attirare l’attenzione di Konradin, un’intraprendenza che alla fine verrà premiata.

Il quindici marzo, all’alba dell’ultima primavera prenazista, il corteggiamento sboccia in conquista. «Era una sera primaverile dolce e fresca. I mandorli erano in fiore, i crochi avevano già fatto la loro comparsa, nel cielo – un cielo nordico in cui indugiava un tocco italiano – si mescolavano il blu pastello e il verde mare.» Qui è l’Uhlman pittore a incorniciare l’idillio arcadico. «Tutto quello che so è che, per un’ora, camminammo avanti e indietro come due giovani innamorati, ancora nervosi, ancora intimiditi.» L’unione si consolida giorno dopo giorno. Un legame esclusivo, costellato di piccole e grandi premure, quasi cavalleresco. I due amici condividono l’amore per l’arte, la poesia e, soprattutto, la letteratura. Hans legge letteratura tedesca (classici come Schiller, Kleist, Goethe, Holderlin), inglese (Shakespeare), francese (Baudelaire, Flaubert, Balzac, Stendhal) e russa (Dostoevskij, Tolstoj, Gogol). Colleziona monete antiche, una passione che condivide con Konstantin. Di ragazze, «esseri superiori di straordinaria purezza», entità distanti, parlano raramente e quasi per assolvere a un convenevole. Innamorati della Germania i due inseparabili intraprendono numerose gite fuori porta pernottando in locande o sotto le stelle (il fiume Neckar, la Foresta Nera, il lago di Costanza…), scenari di grandiosa bellezza «odorosi di funghi e di resina», atmosfere alla Holderlin (il loro poeta preferito). «I mesi che seguirono furono i più felici di tutta la mia vita.» Per tutta la primavera del ‘32 nulla interviene a turbare lo struggente sodalizio. “Castore e Pollack”, così avevano preso a chiamarli i compagni di classe, vieppiù straniti da quel binomio impenetrabile. «Sentivo che apparteneva a me e a me solo e non volevo dividerlo con altri.» Chiusi in un «cerchio magico» Hans e Konradin non si rendevano conto di quanto stava avvenendo oltre «i colli azzurrini di Svevia». Stoccarda non era Berlino.

In estate “Castore e Pollack” sono costretti a separarsi. Si rivedranno all’inizio del nuovo anno scolastico. Prima di affondare nell’inverno della storia la loro ultima primavera prenazista sfuma in un autunno cupo e destabilizzante. Per il figlio del medico ebreo tutto comincia a precipitare quando va a fuoco la casa dei dirimpettai Bauer. Nell’incendio perdono la vita due bambini. Hans, fortemente scosso, impreca contro Dio, quell’entità onnipotente che ha lasciato morire due anime innocenti. Konradin, educato nella stretta fede protestante, difende l’idea di un Dio imperscrutabile. Sul grande affresco non tarda a prodursi la prima crepa. Hans ha presentato Konradin ai suoi genitori, fieri della prestigiosa amicizia stretta dal figlio con un Hohenfels, ma l’amico non ricambia. Messo alle strette Konradin vuota il sacco: gli ebrei non sono ben visti dalla sua famiglia, ecco perché ha evitato con ogni mezzo l’eventualità di un incontro. «…ho dovuto lottare per ogni ora passata con te (…) Mia madre appartiene a un’importante famiglia polacca di origine reale e odia gli ebrei. (…) È  convinta che tu non solo abbia minato la mia fede religiosa, ma sia al servizio del giudaismo internazionale…» Hans incassa, ma non è che il primo colpo. Il corso della storia aveva in serbo qualcos’altro per lui e per quelli come lui.

Gli ebrei. Già, gli ebrei. Ma lui si era sempre considerato prima di tutto svevo, poi tedesco e solo in ultima istanza ebreo. Era cresciuto in una famiglia non particolarmente religiosa, non particolarmente ebraica. Suo padre, stimato professionista e pacifico cittadino, era più agnostico che ateo, più tedesco che ebreo, un uomo che andava in sinagoga il giorno dello Yom Kippur e cantava Stille Nacht a Natale. Ferito due volte nel corso della prima guerra mondiale per difendere il suo paese (la gloriosa patria di Beethoven, Kant, Goethe, Schiller…), considera Hitler una specie di incidente di percorso, solo una «malattia passeggera», poco più che un abbaglio, una vergognosa parentesi che si sarebbe chiusa con la ripresa di un equilibrio economico. Gli Schwarz, in altre parole, non erano che dei comuni tedeschi, dei tedeschi con vaghe tradizioni ebraiche.

«Il vento che aveva cominciato a soffiare dall’Est raggiunse anche la Svevia.» Per le strade di Stoccarda, tappezzate di manifesti con slogan nazionalsocialisti, la tensione sale. Il sentimento antiebraico, fomentato ad arte, dilaga anche tra le mura del Karl Alexander Gymnasium, tempio degli studi classici. Hans, diviso tra l’incredulità e l’indignazione, si ritrova a subire una graduale subdola emarginazione. Compagni e insegnanti lo invitano senza mezzi termini a tornarsene in Palestina. «Il lungo e crudele processo che mi avrebbe portato a perdere le mie radici era iniziato e già le luci che avevano guidato il mio cammino si stavano affievolendo.» Il mondo perfetto di Hans vacilla e collassa. È il suo paese a rinnegarlo, la sua amata Germania. E per cosa, poi? Lo smarrimento non degenera in paura ma in un doloroso disincanto. Anche Kostantin lo avrebbe tradito?

All’inizio di dicembre, con profetica lungimiranza, gli Schwarz decidono di farlo partire per New York. Lì, lontano dai tumulti europei, ospite di fidati parenti, avrebbe proseguito gli studi universitari. Loro sarebbero rimasti lì, la decisione era presa. «Questa separazione non durerà a lungo! – lo rincuora il padre – Il nostro popolo tornerà a ragionare nel giro di qualche anno.» Hans lascia il Karl Alexander Gymnasium a Natale e il 19 gennaio 1933 si imbarca per gli Stati Uniti. Prima di partire riceve una lettera di congedo dal suo amico, una lettera «difficile» per ammissione dello stesso Kostantin. Non si sarebbero visti mai più, ma nessuno dei due avrebbe mai potuto sospettarlo. Nero su bianco il rampollo degli Hohenfels confessa di stimare il Fuhrer e di riporre in lui tutte le sue speranze per la rinascita della gloriosa Germania: «So che resterai sconvolto nell’apprendere che io credo in quest’uomo. Lui solo è in grado di salvare il nostro amato paese dal materialismo e dal comunismo (…) La sua personalità, la sincerità del suo intento, mi ha colpito come non avrei mai creduto possibile (…) non so dirti quanto mi addolori il fatto che, almeno temporaneamente – diciamo un anno o due – non ci sarà posto per te in questa nuova Germania (…) La Germania ha bisogno di uomini come te e io sono convinto che il Fuhrer non solo è perfettamente in grado, ma è anche desideroso di operare una scelta tra gli ebrei di valore e gli indesiderabili.»

Poco dopo la partenza del figlio gli Schwarz si suicidano con il gas. Hans, ferito a morte dal tradimento di Konradin, non metterà più piede in Germania, arrivando a rinnegare la lingua tedesca, compreso Holderlin. Solo trent’anni dopo, divenuto ormai un avvocato di successo, si riaffaccerà su quel passato che con ogni mezzo aveva cercato di dimenticare. A riportarlo indietro, nel cuore luminoso di quella primavera prenazista (rimossa, ma mai dimenticata), è una richiesta fondi avanzata dalla nuova sede del Karl Alexander Gymnasium di Stoccarda. La scuola intende erigere un monumento funebre per celebrare la memoria degli allievi caduti durante il secondo conflitto mondiale. In allegato Hans riceve anche l’elenco dei nomi. La Reunion – potente, devastante – si compie quando Hans, scorrendo la lista dei nomi, scopre il destino del suo amico: “von Hohenfels, Konradin: implicato nel complotto per uccidere Hitler”.

Dignitosissima e struggente novella, Reunion si offre al lettore (e alla storia) come un romanzo mancato. Fin dall’incipit: «Entrò nella mia vita nel febbraio del 1932 per non uscirne più.» avvince per l’estrema pulizia del linguaggio, evocativo ma mai lezioso. Pubblicato in America nel 1971, è stato tradotto in ben diciannove lingue, divenendo uno dei maggiori testi di riferimento legati alla Shoah. Fred Uhlman (1901-1985) lo ha in seguito legato alla cosiddetta “Trilogia del ritorno”, a cui appartengono Un’anima non vile (No Coward Soul, 1979) e Niente resurrezioni, per favore (No resurrection, please, 1979). Quest’anno, per celebrare il cinquantenario, Feltrinelli ha pubblicato una nuova edizione illustrata da Manuele Fior, con introduzione di Arthur Koestler e traduzione di Mariagiulia Castagnone.

Massimiliano Sardina


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