FENOMENI PURAMENTE MENTALI | L’uomo col chihuahua | un romanzo di Giuseppe Benassi

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di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Le avventure surreali dell’avvocato Leopoldo Borrani si snodano nei sei gialli misterici dello scrittore livornese Giuseppe Benassi. L’uomo col chihuahua (Pendragon, 2020) è il nuovo capitolo dell’intrigante saga inaugurata nel 2010 con L’omicidio Serpenti o l’enigma del Bosco sacro; hanno poi fatto seguito, in ordine di tempo, Omicidio a Calafuria ed altri putiferi (2011), Invidia (2011), Occhi senza pupille (2012), Spiriti animali (2013) e I veggenti (2019).

La formula narrativa individua significativamente nello studio di un avvocato un crocevia di storie e di destini, un punto d’osservazione privilegiato sul mondo, sulle persone, su una realtà solo apparentemente ordinaria. Borrani siede pigramente alla sua scrivania e queste storie bussano alla sua porta, lo coinvolgono, lo trascinano, lo proiettano in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, tra verosimile e assurdo, in un crescendo di misteri e rivelazioni che alla fine lo riconduce, come se nulla fosse accaduto, alla sua contingenza, al suo ufficio, alla sua vita di sempre. Ogni storia (prim’ancora di pronunciarsi e di rivelarsi in tutta la sua complessità) si presenta sotto forma di cliente, un cliente che per l’appunto si rivolge a un avvocato per ottenerne l’aiuto, la protezione, le dritte, i consigli giusti. E fin qui tutto come da prassi, e sarebbe normale routine se il cliente non tardasse invece a rivelarsi per l’avvocato una vera e propria incognita, un rebus, un codice da decriptare. Borrani interagisce di volta in volta con una realtà mai completamente lineare, una dimensione aperta dove irrompono coincidenze misteriose ed eventi sincronici.

 

Ne L’uomo col chihuahua il cliente di turno è Gabriele Fossa, un agiato livornese di mezza età, biondo, atletico ma con un ché di pateticamente mellifluo. «Un tipo davvero strano, uno stravagante esistenziale, né giovane né vecchio, né maschio né femmina, un incrocio tra un atleta olimpico e un’attrice del cinema, ricco, e scapolo.» Bardato di un ridicolo completo blu marine e con in braccio un cagnetto giallo, un chihuahua, il Fossa espone subito il suo problema all’avvocato: «Qualcuno entra in casa mia, quando non ci sono.» Intrusioni periodiche nella grande villa sul mare a Quercianella, un paese a sud di Livorno, spiega il Fossa, ma senza furti. Subito Borrani subodora che la vicenda nasconde lati più oscuri e complessi. Senza darsi una ragione ben precisa, rispondendo a un fiuto tutto suo, se ne sente attratto. «La sua fantasia creava la realtà. S’innalzava verso il firmamento e tornava sulla terra completamente mutata.» Il giorno successivo, mentre si reca a depositare la querela del Fossa in tribunale, apprende dal «Tirreno» che il suo cliente è stato accoltellato a morte nella villa di Quercianella. Imbrigliato nel nodo intricato della vicenda, un nodo affascinante che attende solo d’essere sciolto, l’avvocato decide di intraprendere indagini personali per trovare il colpevole.

La ricerca investigativa – a contatto di un mondo in cui tutto, persone e cose, diventavano «fenomeni puramente mentali» – assume presto i toni di una vera e propria ossessione. Borrani intraprende «un viaggio stralunato, che cercava altrove il proprio fondamento, ignote verità», un itinerario meta-onirico (mitigato a più riprese da un umorismo dissacratorio e insofferente) costellato di personaggi improbabili (il colonnello Baiocchi, il procuratore Santini, l’avvocato Deidda, il Puddu con i suoi bronzetti nuragici, il parrucchiere Angelo con la sua cricca di checche…), sfuggenti e astuti custodi di segreti inconfessabili. Il romanzo si muove tra due piani paralleli, non separati ma sovrapposti; l’oggettività delle realtà esteriori appare come sorvegliata da un “terzo occhio”, l’occhio interiore, l’occhio con la pupilla rivolta altrove.

L’investigazione nell’ordinario, perpetrata a più riprese tra la costa e la campagna livornese, sfuma e trascende in una sorta di percorso iniziatico. «Era mutata la geografia del mondo, lo vedeva con occhi completamente allucinati. Aveva raggiunto lo scalo intermedio fra il mondo degli spiriti e quello terreno. Una verità gli sembrava a portata di mano, eppure non riusciva ad afferrarla. Aleggiava nell’aria una voce che non riusciva a distinguere, a rendere letterale, concreta, significante. Era sano o folle? Perché vedeva la terra e la luna come un tutt’uno? Cosa stava accadendo nel suo cervello? Gli giungevano materiali baluginanti, sottili, ne sentiva la forza d’urto, eppure non riusciva a decifrarli. L’arcano era sceso su di lui: ma come capirlo? Sentiva, vedeva, annusava, immaginava, ma non capiva nulla.»

Il gioco di specchi tra realtà contingente e realtà ulteriore è una costante nel metro narrativo di Giuseppe Benassi e lo ritroviamo in tutti i suoi romanzi. La struttura interna del testo rispetta per molti versi certe convenzioni del “giallo” (il mistero alla fine sarà svelato, e naturalmente qui non lo anticipiamo per non sottrarre piacere alla lettura), tuttavia Benassi riesce a proiettare il lettore ben oltre lo schema tradizionale del “genere” aprendo altri percorsi nel tessuto narrativo. Ne L’uomo col chihuahua dialogano l’ovvio e lo straordinario, il concreto e l’etereo, e lo fanno attraverso un linguaggio letterario capace di mediare tra il dramma e la comicità.

Leone Maria Anselmi


Pubblicato sulla versione cartacea di  Amedit n. 44 | primavera 2021

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