LE CATENE DELLA NOSTALGIA | Il mondo perduto di Tennessee Williams

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di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Il clima afoso del Mississippi – dove Thomas Lanier Williams nasce nel 1911 – rendeva difficoltosa, in quegli anni, la conservazione di qualsiasi cosa, anche dei cadaveri in attesa di sepoltura. Perciò nelle abitazioni i defunti venivano adagiati su un letto di ghiaccio, che lentamente si scioglieva, ma permetteva di mantenere il corpo per i giorni necessari a organizzare le esequie.

Quando vi furono lutti in famiglia, il piccolo Thomas restava ipnotizzato dal lugubre sgocciolio del ghiaccio; il battito monotono delle gocce d’acqua nei catini di zinco posti sotto le salme rimase impresso nella sua memoria come il “suono della morte”.

Nella vecchia casa di Columbus – austera città sul fiume Tombigbee – vivevano, oltre a lui e ai genitori, la sorella Rose, il fratellino Dakin e i nonni materni, Rosina Otte e il reverendo Walter Edwin Dakin. Il padre Cornelius Coffin Williams era un commesso viaggiatore, un uomo freddo, violento, spesso assente, frequentatore di bordelli e aspramente critico verso quel figliolo dalla sensibilità spiccata che lo rendeva poco conforme agli standard maschili dell’epoca. La sua fu un’infanzia trascorsa accanto alle tre donne della famiglia: l’autoritaria madre Edwina, la nonna e l’amata, delicata sorella Rose, di due anni maggiore. Nonostante un lungo periodo di malattia (i postumi di una difterite lo costrinsero a letto per un intero anno) fu un periodo felice e sereno, purtroppo bruscamente interrotto quando il padre ottenne un posto di Lavoro a St. Louis e l’intera famiglia dovette trasferirsi.

L’impatto con la nuova vita, in una città triste e fuligginosa, segregato in un appartamento sempre buio, in mezzo a una fungaia di edifici tutti uguali dai quali non si vedeva né un filo d’erba né la fronda di un albero, fu traumatico per il piccolo Tom. Furono anni di deprimente isolamento, di lacerante infelicità che condizionarono il suo carattere facendogli detestare per sempre le città e i luoghi chiusi e lasciandogli un perenne rimpianto per l’aria aperta e la natura. A scuola ebbe modo di scoprire che “c’erano due categorie di persone, i ricchi e i poveri… e noi appartenevamo a quest’ultima”. Quando anche la sorella Rose, ormai tredicenne, si rifiuta di giocare con lui, Tom si sente abbandonato da tutti e si convince che amare significhi perdere l’amore e soffrire.

Su questo terreno germogliano le sue nevrosi, come la paura di sentire la propria voce, l’imbarazzo di fronte agli altri, il timore di morire nel sonno.

Per il suo undicesimo compleanno la madre gli regala una macchina da scrivere di seconda mano… e questo strumento diviene la via di fuga da una realtà per lui atroce. È in questi anni che la sorella s’incupisce e si chiude in interminabili silenzi di religiosa compostezza. Sono i primi sintomi di un disturbo mentale che sfocerà nella schizofrenia. In una tiepida mattina invernale Rose viene condotta per la prima volta in manicomio. Il piccolo Tom si aggrappa disperatamente alla maniglia del taxi, viene trascinato per cinquanta metri, ma non può trattenerla. La va a trovare quasi ogni sabato e nel suo ricordo restano gli interminabili corridoi spogli e l’odore nauseabondo dei medicinali che si mescolava, durante le ore dei pasti, a quello delle patate bollite e delle mele cotte.

Un successivo Natale Rose torna a casa per passare un breve periodo in famiglia; ma dopo tre giorni il fratello la trova adagiata nella vasca da bagno inzuppata di sangue perché con un rasoio si è gravemente mutilata i genitali. È ricoverata in ospedale e poi, di nuovo, in manicomio, dove il padre acconsente che le sia praticata una lobotomia che la priverà per sempre dei suoi voli e della sua fantasia. Non ne uscirà mai più.

Molti anni dopo Rose rivivrà nella malinconica figura di Laura de Lo zoo di vetro, il primo grande successo letterario di Williams (che ormai ha cambiato il suo nome di battesimo in “Tennessee”, che gli ricorda il luogo dove trascorreva le estati con i nonni). In questo lavoro, definito “un dramma di memorie”, si ripresentano, appena un po’ deformate dalla lente del tempo, le persone della sua vita. Tom Wingfield è lui stesso, l’esuberante e prepotente Amanda, con i suoi afflati piccolo borghesi, è sua madre Edwina… Anche lo “zoo di vetro” è il ricordo di una piccola collezione di animaletti in vetro in cui Thomas e la sorella si rifugiavano per dimenticare l’orrore della realtà esterna di St. Luis, dove la notte, davanti alle loro finestre, avvenivano zuffe furiose di gatti che si sbranavano tra loro.

In gran parte delle opere di Williams troviamo una forte componente autobiografica – a volte manifesta, a volte simbolica – e la finzione letteraria sembra confondersi con lo struggimento del ricordo. La scrittura è la sua personale psicanalisi e c’è un’evidente identificazione dell’autore con molti dei suoi personaggi. Essendo omosessuale, si sente maggiormente coinvolto da quelli femminili che sono in genere sfiorite bellezze del sud, aggrappate a un passato perduto e travolte dagli spietati cambiamenti generati dalla nuova “civiltà”.  Le sue eroine – in sostanza il suo “alter ego” – soffrono le stesse sue pene, il suo stesso isolamento e sono lacerate dai medesimi terrori; attraverso di loro lo scrittore riesce a scaricare, in una sorta di “transfert”, le proprie angosce esistenziali.

Prima della consacrazione con la pièce teatrale Lo zoo di vetro, il percorso per Tennessee era stato tutto in salita. Nel 1932 aveva interrotto gli studi e si era adattato a vari impieghi, monotoni e privi di sbocchi, e scriveva di notte, tanto che la sua salute ne aveva risentito costringendolo a tornare nel Sud a vivere con i nonni. Aveva ripreso a frequentare il college, barcamenandosi con lavoretti saltuari e diplomandosi nel 1938 come “Bachelor of Arts” all’Università dello Iowa. Ma quando nel 1940 una sua commedia Battle of Angels è messa in scena dal Theatre Guild con Miriam Hopkins nel ruolo principale é improvvisamente scaraventato ad Hollywood perché la MGM lo scrittura con un contratto di sceneggiatore e un lauto stipendio.

Tennessee si trasferisce stabilmente a New Orleans in un aristocratico appartamento al cosiddetto “Vieux Carré”, dove sulla stessa strada passano due tram, uno chiamato Desiderio e l’altro chiamato “Cimitero”. Il loro costante e ineluttabile avvicendarsi nei due sensi lo colpisce come se ciò avesse un qualche rapporto simbolico con la vita e trova così il titolo per il secondo dei suoi grandi successi: Un tram chiamato desiderio. È il 1947, il dramma suscita un enorme scandalo, vince il premio Pulitzer e gli regala un’immensa popolarità.

Williams è un uomo schivo ma, nonostante i premi e gli onori, in qualche modo gli resta sempre l’impressione di essere stato derubato dalla vita. Evita gli inviti mondani e preferisce passare le serate a giocare a pocker e le giornate a nuotare in piscina, difendendosi con un’insormontabile barriera di diffidenza e ostilità. Tuttavia diviene uno dei più importanti drammaturghi dell’epoca e scriverà alcuni dei più grandi capolavori del teatro americano, in aggiunta a quelli sopra citati: Estate e fumo (1947), La rosa tatuata (1951), La gatta sul tetto che scotta (1955), La calata di Orfeo (1957), Improvvisamente l’estate scorsa (1958), La dolce ala della giovinezza (1959), La notte dell’iguana (1961)… La sua opera affascina e sconcerta perché tratta argomenti fino allora considerati assolutamente tabù: stupro, incesto, omosessualità, sordidi segreti di famiglia, cannibalismo, ninfomania. Hollywood attinge a piene mani dai suoi testi pur mutilandoli – per non incorrere negli strali della censura che imperversa a causa del Codice Hays – fino a renderli a volte quasi incomprensibili: in Un tram chiamato desiderio scompare completamente il giovane marito gay di Blanche; in La gatta sul tetto che scotta il protagonista, Brick, si trascina nel ricordo dell’amico Skipper morto suicida dopo un non ben chiarito “rifiuto”; in Improvvisamente l’estate scorsa la torbida vicenda del rapporto tra una madre morbosa e il figlio omosessuale è talmente rimaneggiata nella trasposizione cinematografica da risultare troppo contorta e confusa per la comprensione dello spettatore medio. Eppure i film tratti dalle sue opere – diretti da registi del calibro di Elia Kazan, John Huston, Richard Brooks – restano pietre miliari della storia del cinema e propugnarono il nuovo metodo di recitazione del celeberrimo Actor’s Studio. I personaggi di Williams hanno vite interiori turbolente e complesse e per interpretarli è necessario un profondo scavo psicologico. Meravigliosi attori offrono il loro meglio nei film tratti dalle sue opere, spesso toccando l’apice interpretativo della loro carriera nel calarsi in personaggi che sono un condensato di nevrosi e contraddizioni: Marlon Brando, Geraldine Page, Vivien Leigh, Paul Newman, Anna Magnani, Montgomery Clift, Burt Lancaster, Katherine Hepburn, Karl Malden, Elizabeth Taylor…

Tennessee è affascinato dagli attori, dal loro narcisismo che cela fragilità e paure; sostiene che “i divi sono le persone più disperate, sole e bisognose d’amore del mondo… specie con il passare degli anni quando fama e avvenenza cominciano a scemare”.  La più amata fu proprio la Magnani che lui definisce “una creatura incredibile, metà femmina e metà maschio; un’anima uterina pronta a fagocitarti, materna e possessiva, ma altresì maschile nella cocciutaggine e permalosità”.  Con Anna furono molto amici e lei spendeva capitali per chiamarlo dall’Italia, tenendolo attaccato alla cornetta per ore col suo inglese bislacco.  Nutre grande tenerezza anche per Vivien Leigh, che nel 1961 interpreta per il cinema La primavera romana della signora Stone: avverte una profonda empatia per colei che ormai è solo uno sbiadito ricordo della spumeggiante Rossella di Via col vento. Vivien ormai respira a fatica per i polmoni attaccati dalla tubercolosi e ha spesso la mente confusa per gli innumerevoli elettroshock subiti. Disperatamente sola, ogni sera si trascina alla ricerca instancabile di un partner diverso, anche in locali infimi.  A  volte Tennessee la aiuta a rimediare un giovane uomo che si presti, previo compenso, a placare il suo strazio. “Ho sempre invidiato Viven per questa sua spregiudicatezza e disinibizione. A volte avrei voluto essere al suo posto, per battere nei locali per poi sentirmi libero, appagato. Invece sono sempre stato incredibilmente timoroso…”.

Il drammaturgo è un uomo tormentato e riversa nei suoi drammi – e in particolare nelle sue protagoniste femminili – quelli che sono le grandi angosce della sua vita, i due lugubri spettri che lo accompagnano da sempre: la solitudine e la morte. Tutti i suoi lavori sono drammi dell’incomunicabilità e i protagonisti si dibattono in una società disumanizzante, dove l’incomprensione spinge alla rovina, al suicidio, alla follia… A volte la via di fuga, per divincolarsi dal senso di disastro che incombe, sembra sia la ricerca di calore da parte di estranei; ma alla fine, per le sue eroine questi incontri sessuali si rivelano solo un’inutile degradazione e uno spietato avvilimento: esse non reggono il peso di nuove delusioni e soccombono; due esempi sono la fragile Blanche, in Un tram chiamato Desiderio o Lady, in La calata di Orfeo, che non vuole “appassire nel buio”. In tutta la produzione di Williams la morte occhieggia maligna ed è palpabile la sua ossessione per il tempo che passa, la terribile impressione di essere temporanei. La “signora con la falce” giunge inesorabile, attesa e temuta, a volte camuffata con il volto desiderabile e ingannevole dell’amore (Il treno del latte non ferma più qui).

Spettri si aggirano a tormentare i protagonisti delle opere di Tennessee che si struggono nella nostalgia e nei rimorsi: ne La gatta sul tetto che scotta aleggia il fantasma di Brick, spinto involontariamente alla morte, che in questo caso è resa tangibile dalla figura del vecchio padre, divorato dal cancro; lo spettro che grava sulla signora Venable (Improvvisamente l’estate scorsa) è quello del figlio omosessuale ucciso in una sorta di rituale erotico/cannibalistico; ne La calata di Orfeo, Lady avverte la presenza assetata di vendetta del padre, bruciato vivo nel suo locale al tempo del proibizionismo; ne Un tram chiamato desiderio Blanche è tormentata dal fantasma dell’amatissimo sposo adolescente, morto suicida a causa di una sua frase di disprezzo… In quest’ultima pièce, forse la più funerea di tutte, si ripete in sottofondo, come motivo ossessionante, il grido della vecchia messicana cieca, venditrice di fiori: “Flores para los muertos, flores…” . Tennessee, come Blanche, ha paura della morte e trema in un abbraccio empatetico con le sue creature.

È proprio dopo lo sforzo fisico emotivo compiuto nello scrivere questo suo capolavoro che Tennessee Williams sprofonda nelle sue ossessioni: in quest’opera ha messo a nudo la sua più nascosta interiorità, ha scavato nelle sue paure, ha risvegliato rimpianti e dolori che parevano sopiti. Si convince che non scriverà mai più. Parte per l’Europa e inizia a bere in maniera smodata, a ingurgitare enormi quantità di pillole, a praticare sesso gay promiscuo. Al suo ritorno in America, nel 1948, mentre pranza solo in una gastronomia, incontra un giovane camionista che, un anno prima, era stato l’avventura di una notte: Frank Merlo. Inizia una relazione, vanno a vivere insieme e costui riesce gradualmente a svezzarlo dalla dipendenza da acool, sesso occasionale e pillole. Con questo amante devoto che lo fa sentire accudito, gli fa da autista, cucina, sbriga la corrispondenza, Tennessee ritorna a concentrarsi sulla scrittura e crea altri capolavori, tra cui La rosa tatuata; è proprio Frank, di origini siciliane, l’ispirazione per il personaggio principale.

Merlo lo sostiene e gli infonde costantemente fiducia ed è anche merito suo se, nel 1961, dopo l’uscita de La notte dell’iguana, Williams è definito su «Times Magazine» “Il più grande drammaturgo d’America”.

All’epoca Tennessee non negò mai di essere omosessuale ma non si affrontavano mai argomenti del genere e col tempo per Frank – che non aveva alcuna carriera al di fuori del supporto domestico e professionale al drammaturgo – comincia a diventare pesante questa posizione così marginale e subalterna. Capita che si spazientisca e alla domanda di Jack Warner, capo della Warner Brothers – “Lei di cosa si occupa, giovanotto?” – risponde: “Il mio lavoro è andare a letto con il signor Williams”. I rapporti s’incrinano ulteriormente quando scopre che lo scrittore ha ricominciato di nascosto ad assumere alcool e droghe. È il destino ad accelerare le cose: nel 1962 a Frank, che fuma quattro pacchetti di sigarette al giorno, viene diagnosticato un cancro ai polmoni, inoperabile. Muore l’anno seguente a quarantuno anni e Tennessee precipita nella disperazione. È una spirale discendente, una depressione che dura sette lunghi anni, acuita dalle dipendenze. Nel 1969 il fratello lo fa ricoverare in riabilitazione e nei primi giorni di trattamento subisce convulsioni e due attacchi di cuore. Ottiene altri riconoscimenti (nel 1979 il “Premio Kennedy”) ma ormai non riesce più a liberarsi dei suoi demoni.

Williams muore a New York il 25 febbraio 1983, in un appartamento dove vive da quindici anni, all’Hotel Elysée, un albergo di lusso decaduto di rango, così come lui era sopravvissuto con dignità agli antichi e ormai passati fulgori. Muore così come sarebbe potuta morire un’ipotetica, delicata creatura di un suo dramma, in un modo imprevedibile e assurdo, quasi patetico: soffocato dal tappo di plastica di un flacone di collirio ingoiato accidentalmente poiché tenuto tra i denti mentre inclinava la testa all’indietro per applicarsi le gocce.

Muore soffocato dalla solitudine – il tarlo ossessivo di tutta la sia vita – perché non c’era nessuno a soccorrerlo.

Nel suo testamento aveva chiesto di essere sepolto in mare “cucito in un sacco bianco, gettato a dodici ore a nord dell’Avana” proprio dove il poeta trentatreenne Hart Crane – il cui lavoro Williams aveva ammirato fin dall’infanzia – si era gettato da una nave da crociera. Ma il fratello minore, Daikin, insistette per una sepoltura cattolica e così è inumato a St. Luis, città che detestava, per trascorrere l’eternità accanto a sua madre, dalla quale per tutta la vita aveva cercato di fuggire.

Paolo Schmidlin


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