IL VIRUS DELLA NORMALITÀ | Le sfide sociali della post-pandemia

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 44 | primavera 2021

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Si stava meglio quando si stava peggio? Forse mai come ora questa domanda insiste nei nostri pensieri faticando a trovare una risposta. Siamo combattuti tra una cogente necessità e una nuova presa di coscienza, tra il voler tornare presto a quella vita di prima e il volerne immaginare una nuova, possibilmente migliore. La pandemia da coronavirus non ha stravolto nessun equilibrio, ha solo imposto un arresto forzato ai meccanismi di un sistema che era già prossimo al collasso. Da molto tempo, ormai, gli ingranaggi di questo sistema stridevano mostrando i segni di un malfunzionamento, soltanto che non avevamo neppure la possibilità di fermare la macchina per ripararne i guasti. Un virus si è insinuato tra quegli ingranaggi intervenendo là dove i costruttori della macchina non avevano previsto alcun piano di revisione.

Adesso è tempo di studiare una strategia della ripartenza, e come ogni strategia che si rispetti abbiamo più d’una via d’uscita da poter imboccare. A noi la scelta, tra quella più breve e forse più semplice, che opti per soluzioni che agiscano solo nell’immediato, o quella più lunga e con ogni probabilità più difficile da percorrere, che proponga soluzioni lungimiranti dettate da una riflessione più meditata e paziente. L’esempio storico più recente dal quale possiamo trarre una lezione è la ricostruzione post-bellica degli anni Cinquanta, dove l’emergenza casa si tradusse in una massiccia quanto frettolosa opera di edificazione che per sempre stravolse e offese il volto delle città e dei paesaggi. Da lì in poi è stato tutto uno scempio inarrestabile che ha  aggiunto devastazione alla devastazione. Il risultato è ancora sotto gli occhi di tutti: scenari tanto esteticamente brutti quanto privi d’ogni legame con la storia e la cultura dei luoghi.

La partita ora si gioca tra due termini: il lusso e il coraggio. C’è da chiedersi se, tra le gabbie dorate in cui la società dei consumi ci ha rinchiusi, con il suo millantato benessere e i suoi vantaggi più o meno reali, disponiamo anche della possibilità di poterci concedere il lusso di un ripensamento, di poter imboccare cioè una via d’uscita; il lusso non solo di immaginare, ma anche di poter attuare una vera e propria rivoluzione. Possiamo permetterci di rivoluzionare la nostra vita partendo dalle nostre abitudini, dal nostro modo di concepire il benessere e il lavoro, e via via fino a riconsiderare ogni aspetto del nostro modo di essere al mondo? Dipende dal prezzo che siamo disposti a pagare.

Mai come ora la ripartenza ha il sapore di una sfida; una sfida che richiede coraggio. Mai come ora questa sfida riguarda la società a tutti i livelli – o vinciamo tutti insieme o perdiamo tutti. Per chi sta al potere non è solo questione di fondi da stanziare, ma di mettere in atto politiche nuove, rivoluzionarie, di rottura rispetto al passato. Quanti, tra i governanti, saranno disposti ad assumersi l’onere di compiere scelte coraggiose e quasi certamente impopolari?

A fare da comun denominatore a questi quesiti c’è un termine, mai così frequente nei discorsi pubblici quanto gravoso di inquietanti implicazioni: sacrificio. Non ci piace sentire questa parola. La percepiamo come un’ingiustizia, un tradimento a quell’idea di onnipotenza e del “tutto ci è dovuto” in cui siamo stati indotti a credere. E questo perché tra l’isteria del fare e l’euforia dell’avere abbiamo perso la reale nozione di sacrificio; lo accettiamo solo nella misura in cui è funzionale a un nuovo acquisto (rinuncio temporaneamente a qualcosa per avere qualcos’altro); un sacrificio che ha dunque per noi un valore puramente addizionale, tanto poco virtuoso quanto più destinato ad alimentare quel circolo vizioso che ci condanna alla perenne rincorsa di qualcosa, per quanto ogni volta più insoddisfatti e frustrati di prima. Educati fin da piccoli non all’essere ma all’avere, persuasi di potere acquistare sul mercato il nostro benessere, identificandolo in qualcosa da possedere, ci siamo ritrovati irretiti nei meccanismi dell’acquisto compulsivo, incapaci di elaborare una nozione di sacrificio che comporti la rinuncia di un bene materiale a vantaggio di un bene morale. Pensare al sacrificio in termini di sottrazione comporta l’onere di rinunce cui non siamo più né disposti né preparati. Un virus ha creato questo surreale tempo di sospensione, ha messo in stand bye il mondo intero mostrando impietoso quanto fragili e inconsistenti fossero i “piedi di argilla” del nostro tanto decantato progresso, e per la prima volta nell’era della globalizzazione fondata sull’economia di mercato stiamo sperimentando un senso della rinuncia cui non eravamo stati educati. Una rinuncia accolta malvolentieri, perché coatta, subita, non voluta, non maturata per libera scelta.

Sedotti e abbandonati da una surmodernità tanto boriosa e sicura di sé quanto sprovvista di antidoti a imprevisti del genere, ci siamo ritrovati impotenti, atterriti, spaventati, improvvisamente rinchiusi come polli in batteria. Scalpitanti e indolenti delle regole di prevenzione che ci vengono imposte, reclamiamo a gran voce la libertà di movimento, di tornare a viaggiare, di sedere a un ristorante, d’incontrarsi e abbracciarsi. “Chi l’avrebbe mai detto?” increduli e sbigottiti continuiamo a chiederci. Fagocitati e schiavizzati dai meccanismi del sistema economico-capitalista non desideriamo altro che reimmetterci volontariamente nelle sue maglie, tornare a esserne gli ingranaggi attivi, produttivi, consumistici; non riusciamo più a immaginarci fuori da quel sistema che ci ha travolti con le sue continue sollecitazioni al fare, all’avere, al consumare. Non osiamo nemmeno mettere in discussione quella certa idea di benessere, ben sapendo di cadere facilmente in contraddizione. Sappiamo solo chiedere un più immediato ritorno alla “normalità” senza riflettere sul fatto che, magari, all’origine dell’anomalia che stiamo vivendo vi sia proprio quella che noi chiamiamo “normalità” con tutte le sue evidenti distonie. Non consideriamo, ad esempio, quanto poco pagassimo quel benessere fondato su un negozio sempre aperto che vende tutto sottocosto (fosse un’arancia, un pollo, una camicia o un cellulare); su ristoranti “hall you can heat” che offrono carne e pesce a volontà al costo di una portata; sulla possibilità di volare da un capo all’altro del mondo con un biglietto low cost o dell’avere a casa entro 24 ore un articolo acquistato online… Tutti benefici concessi a buon mercato, in fondo, perché l’unico fine perseguito a monte è stato quello di mantenere sempre ben oleate le rotaie del consumismo sfrenato e dell’usa e getta, non quello di valorizzare i beni di consumo, il tempo e le risorse necessari a produrli e, soprattutto, chi ci lavora.

Il sistema capitalistico si è preoccupato esclusivamente di alimentare i nostri insaziabili appetiti, facendone nascere sempre di nuovi; ci ha indottrinato con narrazioni circa il potere terapeutico dell’acquisto e la necessità di “muovere l’economia” come nostro precipuo dovere sociale. E tutto è andato bene a noi consumatori finali, finché a pagare il prezzo reale fossero gli altri. Pazienza se tutto ciò ha comportato un continuo gioco al ribasso sul fronte dei diritti, delle tutele e dei salari. È così che sono finiti sul tappeto i diritti dei lavoratori e tutti, alla fine, ci siamo ritrovati più poveri e precari che mai. È così che, già prima del virus, avevamo perso il valore della nostra vita, del nostro tempo, delle nostre relazioni, e impegnati a correre 15 ore al giorno rincorrendo non si sa bene cosa, senza più alcuna scansione temporale, senza più domeniche né festivi, ci eravamo ridotti a una vita che aveva come suoi attributi fondamentali il carrello della spesa e la pattumiera. Ora che un minuscolo virus ci ha imposto lo stop, ci ritroviamo a disporre di un tempo di cui non sappiamo che farcene se non è misurabile in profitto e produttività; ci ritroviamo chiusi in casa, costretti a convivenze forzate con quelle famiglie troppe volte lasciate in fondo alla lista delle cose di cui occuparsi. E per noi, abituati più al fare e all’avere che all’essere, risulta difficile anche approfittare di questa possibilità che ci viene offerta per riscoprire il senso e il valore del tempo e delle relazioni.

Ma l’evento pandemia ci porta altri messaggi, ci sbatte in faccia altri e più cocenti segnali che finora abbiamo ostinatamente voluto ignorare: quelli che provengono dal mondo in cui viviamo, da quella natura troppe volte violata, bistrattata, piegata alla nostra antropocentrica arroganza. Questo stop imposto dal coronavirus giunge nel pieno di un dibattito ambientale che a dispetto di tutte le buone intenzioni e dei bei proclami non si è mai tradotto in azioni concrete. Giunge a imporre un freno là dove non erano bastati i cambiamenti climatici e i disastri ambientali, la distruzione di interi ecosistemi e la morte di tante specie viventi causati da disboscamenti selvaggi e inquinamento massivo di mari e oceani, l’aria irrespirabile che già da tempo avrebbe richiesto l’utilizzo della mascherina, l’avvelenamento di cibi e acqua per le tante “terre del fuoco” sparse ovunque. Giunge a imporci una fase di arresto nel momento in cui abbiamo ormai un mercato saturo da sovrapproduzione e un pianeta sempre più povero di materie prime da prosciugare. Eravamo già in preda a una pandemia che seminava morte e orrore ovunque, solo che persistevamo deliberatamente a volerla ignorare perché il virus in questione eravamo proprio noi col nostro sconsiderato stile di vita dissipativo.

Vogliamo continuare su questa stessa via? Possiamo ancora permettercelo? È evidente che no. Ce lo suggerisce l’esperienza e una lucida riflessione sulle reali condizioni di benessere che questo modus operandi ha prodotto. E ce lo ricorda il pianeta stesso di anno in anno con lo over-shoot day, che segna, di volta in volta con netto anticipo rispetto alla fine dell’anno, il giorno in cui i vari Paesi esauriscono le risorse che la natura impiega un anno intero per rigenerare. Ciò che il virus ha colpito è quella nostra cultura di onnipotenza che pretende di poter continuare ad agire indiscriminatamente senza badare ai danni provocati, quel miope egoismo che ci impedisce di guardare più in là del nostro piccolo orticello e degli spiccioli interessi di bottega. Adesso siamo di fronte a un bivio e alla possibilità di imboccare una nuova via. È qui che gli Stati di tutto il mondo e noi tutti siamo chiamati a impegnarci in un lavoro di ricostruzione globale. Possiamo trasformare questa crisi in una sfida epocale, nell’ambizioso progetto di costruzione di una nuova civiltà.

Servono idee e progetti ispirati a un nuovo Umanesimo che coniughi natura e cultura; servono nuovi modelli di sviluppo ecosostenibili e una nuova cultura del lavoro che restituisca tempo e valore alla persona; servono un benessere non più mercificabile e nuovi spazi di socialità in cui non c’è nulla da vendere o da comprare, ma solo identità, contenuti e valori da trasmettere e condividere. Se questa è un’utopia lo è solo perché l’umanità ha raggiunto un tale livello di povertà da non potersi più concedere il lusso di tornare a essere Umana.

Giuseppe Maggiore


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