NDE EXPERIENCE | esperienze di premorte | LA LUCE BELLA

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testimonianza di Andreas von Habsburg

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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Andreas von Habsburg, 46 anni, originario di Stoccarda, oggi residente a Moisling (Lubecca), racconta la sua esperienza di premorte.

Quando mi è stato chiesto di rilasciare una testimonianza riguardo alla mia esperienza NDE ho subito detto no. Un no secco e conciso. Un no pronunciato quasi con stizza. Detto sinceramente, lì nell’immediato ho avvertito un profondo fastidio e ho preferito tagliare corto. Sarei dovuto andare a rivangare un episodio del mio passato personale nell’interesse di chi, di che cosa? Proprio non ne vedevo l’utilità. Di mio poi, sono uno che parla poco, che si mostra quel tanto che basta. Quando si dice la riservatezza. Ecco. In linea generale ho desistito proprio in virtù di questo mio temperamento schivo e poco incline alla condivisione di tutto ciò che è strettamente privato. Figlio unico di due genitori molto silenziosi che mi hanno impartito un’educazione rigida, quasi militaresca. Non lo dico per giustificarmi. Penso di non essere altro che il risultato di come sono stato cresciuto: colazioni, pranzi e cene in assoluto silenzio. Solo il rumore delle posate di acciaio sulle stoviglie di ceramica. Se oggi parlo, tengo a precisarlo, lo faccio per la prima volta. Sì perché quell’esperienza di dieci anni fa mi ha cambiato davvero radicalmente. Mi ha liberato, in un certo senso. Certe chiusure si sono come allentate. Se il carattere nel complesso è rimasto lo stesso, – sono ancora in tanti a rimproverarmi quel non so che di reticente e frenato che caratterizza il mio modo di pormi – a essere cambiato sono io nel profondo, io in quanto Andreas, io in quanto essere umano che vive la sua breve stagione su questa terra. Detto in altre parole: non cambiamo noi, ma cambia qualcosa in noi. Così, vinta l’iniziale titubanza, mi sono deciso a vuotare il sacco, a vuotarlo una volta per tutte. Quello che ho da dire riguarda me in senso stretto, certo, ma in un respiro più ampio penso che riguardi tutti, ogni singolo essere vivente passato, presente e futuro. Non è accaduto a me perché sono speciale. Nient’affatto. Io di speciale non ho mai avuto nulla. Anzi, sono quanto di più ordinario e trascurabile si possa immaginare. Uno qualsiasi. Una personcina pescata a caso nella moltitudine. Poteva accadere a te, invece è accaduto a me.

Quel giorno lo ricordo bene. Era un lunedì mattina. Uno di quei noiosissimi lunedì mattina dove non desidereresti altro che rimanertene a poltrire sotto le lenzuola. Da bravo tedesco sono sceso giù dal letto e ho cominciato a prepararmi. Tutto come al solito: la barba ben rasata, il caffè, il nodo alla cravatta, i documenti da portare in ufficio… e l’ombrello, perché fuori pioveva a dirotto. Una bella pioggia scrosciante, di quelle che piacciono a me. Giù in strada però non ho fatto che pochi passi. Insieme alla pioggia è venuto giù il mondo. Un attacco di cuore. Violento. Improvviso. Dallo stare bene allo stare male, così, di colpo. Neanche l’avvisaglia di un banale capogiro. In un attimo sei a terra. Fradicio e privo di sensi. La pelle escoriata dall’asfalto. L’ombrello deformato sotto il peso del corpo. La cartella aperta e tutti i documenti nelle pozzanghere. Sono stato soccorso dal primo automobilista, o almeno così mi è stato raccontato. Io non conservo memoria di quei momenti. Quel che ricordo, con grande precisione, è ben altro. Nella mia corteccia cerebrale si è fissato solo quel frangente infinitesimale che ha preceduto l’attacco cardiaco. Il respiro che improvvisamente manca. La gabbia toracica che si contrae. Il corpo che crolla al suolo come un albero marcio. Così si muore. Anche a trentacinque anni. Talvolta si muore senza che se ne abbia coscienza. Impreparati. Fosse successo a me, di non risvegliarmi, avrei vissuto invano. Lo dico in tutta sincerità.

Solo questi ultimi dieci anni posso dire di averli vissuti davvero e lo devo unicamente a quello che la mia NDE mi ha lasciato in eredità: una consapevolezza nuova, un sentire tutto nuovo. Provo un’immensa gratitudine. Forse parlarne è anche un modo per sdebitarsi, per rendere indietro qualcosa. Perché è tanto, davvero tanto, quello che mi è stato dato. Un re-allineamento con me stesso, con la mia condizione di uomo. Diamo così tante cose per scontate. Quasi tutte. La vita stessa che così gratuitamente ci è concessa. La salute. Il privilegio di respirare. Quanto retoriche possono suonare queste parole a chi non ha vissuto quello che ho vissuto io? Facile immaginarlo. Non cerco consensi. Non li pretendo. Benvenuto sia tutto lo scetticismo. Specie in una materia spinosa come questa. (…)

Eravamo rimasti alla mia caduta, al mio corpo riverso sull’asfalto bagnato, al mio mancamento. Provo adesso a individuare un punto dal quale partire. Il buio innanzitutto. L’assenza assoluta di suoni e di riferimenti spaziali. Un buio avvolgente, all’inizio impenetrabile. Me ne stavo lì, come bloccato, inchiodato allo spessore di una sterminata tenebra. Pochi pensieri e confusi. Nessun dolore fisico. Elaboravo qualcosa ma a prevalere era lo stupore misto a uno strano senso d’attesa. (…) Oggi inanello una sequenza ben precisa degli eventi, ma lì fu tutto un fluire unico, un movimento circolare dal buio al buio e da questo buio all’approssimarsi della luce. E quando la intravidi, questa luce, il sollievo fu enorme. O forse dovrei dire gioia, non sollievo. Giunse come una rassicurazione genitoriale, proprio a me che la famiglia l’avevo avuta per modo di dire. Gioii quasi infantilmente. Quella lucetta lontanissima, appena appena visibile, significava orientamento e riparo, un volto conosciuto, un odore confortante annusato da sempre, la via d’uscita e la via d’entrata. Seguono altri fotogrammi della sequenza. Accadde che, simultaneamente, la stretta della tenebra allentasse la presa… rilasciandomi a poco a poco, e sospingendomi delicatamente. Mi sentii così legittimato a dirigermi verso quella luce ed infatti così feci. Un procedere lento, rallentato, morbido. E man mano il buio andava stemperandosi in intermittenti pulviscoli dorati, una rada polvere d’oro che sfumava verso l’alto, delicatissima. (…)

Una precisazione è d’obbligo: so bene quello che ho visto (vissuto, sperimentato), quello che non so bene è se la mia modesta descrizione riuscirà a restituirne almeno in parte la grandiosità, la bellezza, la poesia. Un dubbio che, a ragion veduta, sono costretto a scavalcare, altrimenti dovrei interrompere qui il mio racconto (racconto non mi piace, preferisco restituzione). Anche “vedere” mi lascia perplesso; non vedevo con gli occhi ma accoglievo quella dimensione attraverso sensi prima mai attivati. E aggiungo un’altra precisazione, a scanso d’ogni equivoco: non sognavo, non fantasticavo, non immaginavo. I sogni hanno tutt’altra materia, tutt’altra consistenza. Certo, non posso che tirare acqua al mio mulino per conferire solidità alla mia testimonianza, questo mi sia perdonato. (…) Altri fotogrammi della sequenza: la lucetta prende polpa, nitore, presenza. Avanzo morbidamente verso di lei, sempre sospinto dal buio che progressivamente mi lascio alle spalle. Gioia crescente. Obbedisco a quel richiamo senza pormi alcun tipo di domanda. Sentirmi attratto da quella luce mi sembra la cosa più naturale del mondo, così assecondo con tutto me stesso quell’istinto che mi muove. Mi avvicino. Si avvicina. È un venirsi incontro. È un ricongiungersi. È un tornare. Questo provo. La gioia di tornare. Verso chi? Verso dove? Non me lo domandavo perché domande non me ne ponevo, non avvertivo il ben che minimo bisogno di pormele. Luce bella rispondeva già a tutto. Esaudiva prim’ancora che il desiderio si pronunciasse. Luce bella sì, così mi piace chiamarla e rievocarla. Altro aggettivo non avrei per definirla, per nominarla, per descriverla a chi non ha potuto goderne. E quando le fui di fronte e la vidi in tutta la sua interezza… il corsivo è d’obbligo, le parole vanno prese più con le pinze che con le virgolette (e mi domando come suoneranno da tradotte in una lingua che non è la mia). La difficoltà più grande non è ricordare ma trovare le parole, le espressioni. Ne dichiaro qui tutto il limite. Faccio quello che posso e me ne scuso.

Luce bella per me rende l’idea più d’ogni altra acrobazia metaverbale. Fatevela bastare. Al suo cospetto non fui che il ritratto dell’ammirazione, e quasi arrossii. A tratti mi percepivo bambino, un po’ timido e vergognoso, incapace però di trattenere la felicità, incapace di non manifestarla. Mi vedo ancora lì, riverberato su quella luce che a sua volta si riverberava su me. Emanava candore e calore, sapeva di casa, casa… altro concetto a me sconosciuto, perché per me casa è sempre stato sinonimo di luogo del freddo e della distanza, null’altro che un domicilio formale e anagrafico; casa… quella era la casa in cui non ero mai nato, mai cresciuto, mai amato. La sua porta era spalancata, talmente tanto che quasi ci ero già dentro, già a casa, ritornato per sempre. È questo il culmine della mia esperienza. È qui che tutto si cristallizza e mi pervade. È qui che tutto si compie. La gioia esplode e, irrorata dalla luce, si placa. Ecco il senso di tutto, la sazietà, la pienezza, il trionfo. Tutte dissolte le tensioni, le paure, le insoddisfazioni. Lì non contava più nulla. Luce bella accoglie e dissolve finché tu non ne divieni della medesima luminosa sostanza. (…) Wrrrmmm…

Rumore assordante di qualcosa di metallico che si trascina, stride, rimbomba… Luce bella si spegne per sempre e tu ti ritrovi su una specie di barella a rimirare l’intonaco scrostato del soffitto. Questo è il risveglio. Il più brusco risveglio della mia vita. Ritorni al corpo, a quello che ti è successo mentre uscivi di casa per andare al lavoro, al malore che ti ha colto di sorpresa, alla pioggia e all’ombrello che dovrai ricomprare. Ritorna la banalità delle facce quotidiane, le luci elettriche e tutto quello che credevi di esserti lasciato definitivamente alle spalle. Contento di essermela scampata sì, come potrei negarlo. L’istinto animale ci lega alla vita con estrema potenza. Mentirei però se dicessi di aver ripreso dal punto dove mi ero fermato, come se nulla fosse successo. Ho ricominciato tutto daccapo, ma questa volta davvero. Luce bella mi ha aperto gli occhi, mi ha insegnato a vivere con pienezza e con consapevolezza. Visto da fuori sembro la stessa brava personcina a modo, non la do a vedere la rivoluzione che mi ha riforgiato l’anima. Ne parlo, ripeto, per la prima volta. Il frutto di questo cambiamento lo assaporo segretamente dentro di me. Adesso però, non tanto più segretamente.

Andreas von Habsburg


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