L’UNIVERSITÀ DEI GESUITI A PADOVA NEL 1591- UN TENTATIVO FALLITO

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di Ruggero Soffiato

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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Le vicende relative alla controversia sorta, nel 1591, tra lo Studio patavino e la Compagnia di Gesù, a causa della pretesa di quest’ultima di fondare un’Università in aperta concorrenza con quella pubblica, sono ben note e sono state efficacemente trattate dagli studiosi fin dalla fine dell’Ottocento, tra i quali citiamo Antonio Favaro (1878) e, recentemente (2010), in un saggio ben documentato, Silvia Ferretto. Vorremmo qui offrire un contributo alla conoscenza della spinosa  contesa che documenti, in sintesi, quanto gli studiosi sopra citati hanno esposto nei dettagli, evidenziando maggiormente gli aspetti relativi alle azioni pratiche di alcuni esponenti delle parti in contrasto e che ebbero, al tempo, un forte impatto sull’opinione pubblica di Padova e di Venezia.

Due erano i motivi principali, almeno ufficialmente, per i quali la Compagnia giustificava non solo l’opportunità, ma addirittura la necessità, di aprire un nuovo Studio. Si esplicitava, innanzitutto il timore che la presenza di studenti ultramontani, tedeschi in particolare, che si professavano luterani e calvinisti, favorisse la penetrazione dell’eresia nei territori della Repubblica e, in secondo luogo, si indicavano i comportamenti spesso violenti degli studenti, che rendevano poco sicura la permanenza a Padova, favorendo la fuga di molti verso altre Università. Entrambe le motivazioni vengono giustificate in una lettera indirizzata al Consiglio dei Dieci, datata 16 luglio 1691, anonima, ma che il Favaro definisce “un capo-lavoro nel suo genere ed evidente fattura dei Gesuiti”, i quali, per celare maggiormente la propria identità, la redigono in un italiano venetizzato, come si può cogliere dalle citazioni che seguono. Infatti, per quanto riguarda il primo motivo, leggiamo, tra l’altro: “havea comenzado un Todesco a far una sedia in una casa privata per insegnar la eresia, e se ben andò in Stiria no se lassa de andar spantegando [spargendo] questa peste tra i forestieri: Et Dio no voia che la no se ataca anco a i suditi della Republica”. E prosegue l’anonimo estensore: “Voio dir che bisogna avrir i ochi perché non manca dei altri che van seminando […] Signori Ecc.mi per amor di Dio considerè che fato un picol buso a un arzene de un fiume è impossibile a ritenerlo ne a farghe repar, s’el no se stropa subito”, cioè se non si chiude subito anche una piccola perdita negli argini del cattolicesimo, sarà impossibile fermare l’onda dell’eresia.

Per quanto riguarda il secondo aspetto, la violenza generalizzata, gli argomenti non mancano anche perché l’ambiente studentesco padovano del tempo era notevolmente rissoso, tanto che non mancavano ferimenti ed omicidi, la cui causa principale viene individuata dagli studiosi nel privilegio concesso agli studenti di poter portare armi. E, infatti, la lettera così espone la situazione: “Da qualche anni quel studio se va tanto consumando che niente più. La libertà che se lassa a i scolari massime delle arme, ha causado et causa ogni giorno tanti desordini che hor mai poche Cità voiono mandarghe i so fioli”. Vengono anche descritte alcune azioni violente commesse dagli studenti, come l’assalto “che alquanti de loro con archibuseti et archibusi grandi” compiono contro l’abbazia di Praglia, poco lontana da Padova, gli insulti e le violenze compiute alla casa di un nobile veneziano, un assalto alla casa di alcuni studenti tedeschi ai quali “rompettero i vetri”,  e poi, lo stesso giorno, “non contenti di questo andarono alle tre ore di note [le nove di sera], et rompetero le fenestre e i veri de le scole della Theologia de i Gesuiti con tante sporche parole che pareano essi usciti dell’inferno”.

Ma ciò che più turba l’estensore della lettera è l’azione collettiva compita da alcuni studenti, tutti nobili veneziani, tra cui un Querini, un Giustinian ed un Correr, davanti alla casa  di una nobildonna veneziana, Sofieta Priuli,  i quali “mesi in camisia e senza calze […] mostrando a chi passava le vergogne, et invitando donne, et putti con parole brute”. Non contenti di questo, gli stessi studenti rubano il  cavallo ad un villano di passaggio, uno di loro vi sale e cavalca nudo per la città. Ma ciò che i Gesuiti non possono tollerare è che “sette o otto di loro andarono […] in camisa e senza calze ne scarpe con un linzol per uno attuffati dentro, a i Gesuiti, et non ostante l’esser pregadi a non entrare in quel modo ne la  casa de religiosi che era casa de Dio ve entrarono per forza”. Troviamo conferma di questo fatto anche nella cronaca di Francesco Abriano che, nei suoi Annali di Padova, che coprono gli anni dal 1568 al 1600, così racconta l’episodio: “Mentre leggevano nelle loro scole i Padri Gesuiti, alcuni Nobili Veneti andarono involtati in alcuni lenzuoli, et quando vi furono innanzi gettarono le lenzuola, et restarono nudi e gli dissero molte parole obrobriose, et poi così nudi andarono per la publica strada alle loro case”. Il cronista espone anche la causa di questa incursione che ci porta, in effetti, al centro del problema: “Il che fecero perché i Lettori del Studio havevano dispiacere, ch’essi Padri leggessero nelle stesse hore che si leggeva nel Studio, il che causava poca udienza nel medesimo Studio”.

A questo punto, dopo una serie di incontri con i Rettori della città, ossia i rappresentanti del governo veneziano,  i quali, preoccupati delle violenze degli studenti non erano troppo sfavorevoli ai Gesuiti, si riunì una commissione di studenti e Lettori, (come si definivano allora i professori), che, attraverso una libera votazione, formò una delegazione di eminenti docenti da inviare al Senato veneziano per esporre le ragioni dell’Università pubblica contro quella dei Gesuiti. A pronunciare l’orazione ufficiale fu incaricato Cesare Cremonini, docente di filosofia naturale e destinato ad essere, fino alla sua morte, nel 1631, un protagonista della vita culturale patavina e animatore di numerose polemiche filosofiche tra le quali una, molto nota, con Galileo Galilei. Con retorica veemenza, di cui si coglie traccia anche nella versione scritta, Cremonini espone, di fronte al Doge e al Pien Collegio, il 20 dicembre 1591, le ragioni per le quali la Repubblica deve impedire che a Padova sorga una Università in concorrenza con quella pubblica. Egli esordisce ricordando “con quanta gelosia esso Studio sia stato sempre riguardato dalli Prencipi Serenissimi di questa Repubblica, con quanta sollecitudine sia stato sempre provveduto alle nascenti occorrenze, […] e quanto importi alla dignità di questa Serenissima Repubblica l’avere in Padova uno studio maestevole, e singolare, seguendo le generose vestiggia de Vostri antipassati”. Immediatamente dopo propone “che avendo li Reverendi Padri gesuiti di propria autorità, contro le Leggi di Vostra Serenità introdotto nascostamente in Padova un altro studio, ch’essi chiamano il suo, questo suo antistudio (che così si deve chiamare) sia levato in conformità delle Leggi dal Senato Venetiano”.

A sostegno della propria richiesta, Cremonini porta quanto previsto dagli statuti sia dell’Università dei Legisti che degli Artisti che vietano “sotto gravi pene, che le Lettioni, le quali si leggono nelle scuole del Bo [l’edificio, ancor oggi, sede dell’Università], possano essere in qual si voglia modo lette da altri, salvo alli Deputati a quelle letture”. Dopo aver esposto come anche in altre Università, tra le quali Pavia, Pisa, Bologna, Perugia, Ferrara,  “non si permette altro Studio che il publico”, passa a contestare una delle ragioni principali dei Gesuiti e cioè che lo Studio sia male organizzato, che vi si tengano poche lezioni e che, soprattutto, vi siano “tumulti infiniti”. Afferma invece che è proprio l’istituzione dello Studio concorrente a favorire “la disunione delli Scolari, essendoci di già le parti che altri si dicono i Gesuiti, altri i Bovisti, come i Guelfi e i Ghibellini”. Questa contrapposizione,  egli predice, non farà che “eccitare perturbationi e seditioni, massimamente stando, che fin ora, se li scolari de’ Gesuiti vengono alle scuole del Bo, se gli grida dietro, fuori i Gesuiti, ed il simile se quelli del Bo vanno alle scuole de’ Gesuiti”. In conclusione della propria orazione Cesare Cremonini chiede, in tono di supplica: “Restituisca, serenissimo Principe; restituisca Vostra Serenità allo studio suo il decoro, le sacre mura di quell’avventuroso palaggio, deputato da Lei sede dello Studio, le quali solevano essere negl’anni addietro tanto onorate dalla frequenza di tanta nobiltà, ed ora sono povere e vuote per il nuovo studio introdotto da questi Padri […]. Sovengavi, Serenissimo Prencipe, di Noi, ricordatevi di voi medesimo, di esser voi il Prencipe di Venetia, e non i Padri Gesuiti; la Grecia tutta ebbe uno studio solo, e Padova ne ha due!”.

Contemporaneamente all’orazione del Cremonini viene presentata, dalla commissione del Bo, una supplica al Senato nella quale si chiede che ci sia una pronuncia ufficiale a favore dell’Università pubblica. Il Senato, con una lettera datata 23 dicembre 1591 e indirizzata ai rappresentanti dello Studio, li rassicura che sarebbero stari presi provvedimenti che mantenessero intatti i privilegi dell’Università patavina. Lo stesso giorno, con una lettera indirizzata ai Rettori di Padova, il Senato veneziano ordina di convocare i padri Gesuiti e comunicare loro con parole “che essi possino chiaramente comprendere”, intimando che per l’avvenire non potessero più leggere pubblicamente, ma soltanto tra loro, all’interno dei loro collegi.

I padri Gesuiti si adeguano, ma non per questo cessano le loro azioni tese a sovvertire quanto deciso dal Senato. Nel 1594, infatti, riescono a convincere il Consiglio del Comune patavino ad inviare una ambasceria a Venezia per chiedere la concessione dell’insegnamento, ma questa fu preceduta dal rettore dei Giuristi, Nicolò Borlizza e dal lettore di umanità e retorica, Antonio Riccoboni, che si presentarono di fronte al Gran Consiglio e lo convinsero a respingere l’ambasceria del Comune senza nemmeno ascoltarla. I padri Gesuiti riprovarono ancora nel 1596 e nel 1597, ad ottenere la libertà di insegnamento, comunque senza successo. Le manovre della Compagnia continuarono  senza sosta anche negli anni successivi ed ebbero conclusione soltanto nel 1606. È infatti del 9 maggio di quell’anno, a seguito dell’interdetto “fulminato” da papa Paolo V contro la Repubblica, la deliberazione del Senato veneziano che comanda ai Gesuiti di lasciare immediatamente Venezia. Di questa uscita ci dà conto Paolo Sarpi nella sua opera Istoria dell’Interdetto in cui scrive: “Partirono la sera [del 9 maggio] alle doi ore di notte [le otto di sera], ciascuno con un Cristo al collo, per mostrare che Cristo partiva con loro. Concorse moltitudine di popolo, quanto capiva il loco fuori della chiesa, così in terra come in acqua, a questo spettacolo; e quando il preposito, che ultimo entrò in barca, domandò la benedizione al vicario patriarcale […] si levò una voce in tutto il populo, che in lingua veneziana gridò dicendo: Andè in mal’ora”.

Si conclude così, definitivamente, la vicenda dello Studio dei Gesuiti in Padova, i quali resteranno fuori del territorio della Repubblica fino al 19 gennaio 1656, quando, su sollecitazione di papa Alessandro VII, essi vennero riammessi e vi restarono poi fino al 21 luglio 1773, quando il papa Clemente XIV soppresse definitivamente l’ordine della Compagnia di Gesù.

Ruggero Soffiato


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