L’EBETUDINE DELLA MOLTITUDINE | Aspetto della folla | due racconti crudeli di Octave Mirbeau

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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«la gioia non è mai tra le folle, soprattutto tra le folle in festa»

 

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Tra folla e follia il passo è breve. Basta un niente per scatenare la folie de la foule. Una parola di troppo, un travisamento, una mistificazione. «La folla vacillante, che ogni vento spinge da tutti i lati. Guai a chi si appoggia su questo sostegno!» scriveva Friedrich Schiller. Nella folla inferocita ogni individualità al contempo si azzera e si moltiplica. Ogni assolo, anche il più silente, si riverbera nel coro urlante. Mille singole debolezze, se debitamente compattate, sono in grado di generare una forza bruta, magmatica, distruttiva. Nel mucchio, chi è responsabile di cosa? Accerchiato dal branco, colpevole o innocente che sia, il malcapitato non ha scampo.

Nei due brevi racconti omonimi Aspetto della folla (Paysage de foule, in La Pipe de cidre, E. Flammarion, 1919) Octave Mirbeau mette in piazza tutta la pubblica ottusità che cova nel cuore feroce delle moltitudini, quell’atavica propensione al linciaggio sempre pronta ad emergere dalla guasta evoluzione civile dei sapiens. In ogni tempo e in ogni luogo, quando le condizioni si rivelano fatalmente propizie, il rituale si reitera come da copione: prima l’individuazione di un bersaglio, poi l’agguato, infine la carneficina. Agita dal demone anonimo della collettività, la folla rivela la sua inquieta e inquietante natura di superorganismo, una massa indistinta che addensandosi si allarga a macchia d’olio fagocitando ogni cosa e se stessa.

La foule che Mirbeau raduna in questi due contes cruels è delle peggio assortite. All’appello rispondono figure assolutamente ordinarie, perlopiù semplici passanti, quelle oziose comparse che popolano la più ovvia delle quotidianità. Nessuna caratterizzazione, quindi, all’infuori del più palese anonimato. Gente qualunque d’ogni età e sesso. Pedoni in transito, «curiosi a spasso» più o meno occupati in una qualche trascurabile attività come passeggiare o guardare una vetrina. Il primo racconto è ambientato nella cittadina «estremamente borghese» di C. il giorno della vigilia di Natale. Protagonista è un’«elegantissima e graziosissima» signora parigina, appena giunta lì come ogni anno per la villeggiatura. «Ricca e generosa senza ostentazione, proprietaria di una villa i cui giardini erano celebri e dove i poveri sapevano di trovar buona accoglienza, ella era amata, o piuttosto era rispettata, a cagione del suo lusso e delle spese che faceva nel paese…» In quel contesto provinciale, distante anni luce dalla vitalità della Ville Lumière, la ricca forestiera apportava inoltre «uno squisito profumo di libertà, un individualismo originale e grazioso, una cura di vivere per sé e non per gli altri, tutte cose adatte a turbare gli abitanti incrostati nella mota dei vecchi pregiudizi e delle tradizioni decrepite…» Dunque più rispettata che amata, con malcelata invidia, in altre parole tollerata «…E poi, non era essa maritata a un ebreo?…» La donna, in vena di far compere, parcheggia la sua vettura davanti alla più rinomata pasticceria del paese.

Tutt’intorno lo stucchevole e artificioso clima natalizio del paese appare mitigato da una straniante giornata quasi primaverile. «Contrariamente alle poesie dei poeti e ai quadri cromolitografici i quali vogliono che quel giorno il cielo sia color del piombo, le case e i giardini coperti di neve, la povera gente tremante di freddo, splendeva un bel sole caldo e lieto.» Il sole – fuori luogo come la ricca forestiera – illumina impietosamente il pigro bighellonare dei paesani «parati del loro bello e ridicolo abito domenicale». Imbellettate e tirate a lucido sfavillano anche le vetrine dei negozi che «sontuosamente guarnite, offrivano con più pompa, più splendore e più malizia del consueto le loro varie e ripetute tentazioni, fiori più ricchi, gioielli più falsi, ghiottonerie più rare.» Dietro al luccichio, ci avverte Mirbeau, l’opacità impera. La patina natalizia non penetra negli spiriti, resta mero addobbo, apparato effimero che non produce una reale gioia. Nessun sentimento autenticamente condiviso. «Non era gioia – la gioia non è mai tra le folle, soprattutto tra le folle in festa  –; era qualche cosa di grave e di raccolto, di quasi austero, di cui si sorprendeva la silenziosa espressione negli sguardi fermi davanti alle ghirlande di merletti, alle sete drappeggiate, agli scrigni scintillanti, ai trionfi di frutti canditi, ai maialetti di latte, grassi, rosei, lisci, canonicheschi, mollemente adagiati, con una rosa nel grugno, sopra un letto di foglie e di gelatina multicolori, preziosamente ornamentali.»

È in questo scenario di presepio borghese, irrorato di «odori di arancio e legno verniciato» che si prepara l’azione sconsiderata della foule. Epicentro del sisma sarà proprio la rinomata pasticceria, luogo prediletto dagli abitanti di C., che si recavano là «come a una rappresentazione a teatro o ad un panorama», un tempio di marzapane dove «si accumulavano le più bizzarre immaginazioni, scene di zucchero, aneddoti sentimentali in confetture, terribili episodi militari in frutti canditi (…)» L’attrazione verso la dolcezza virerà presto nell’amaro della violenza. All’origine di tutto il tentato furto di una borsetta che l’«elegantissima e graziosissima» parigina, fendendo delicatamente la folla per entrare nella pasticceria, dimentica incautamente sul sedile della sua vettura. È il cocchiere, con prontezza, a sorprendere la mano ladra di «un essere assai miserabile, una specie di mendicante, scarnito, dalla pelle gialla, coperto di cenci…», ed è sempre il cocchiere che grida «Al ladro!… al ladro!…» richiamando l’attenzione della folla accalcata davanti all’ingresso del locale. «La folla in estasi davanti alla vetrina, a quel grido si voltò… e subito tutte le facce si contrassero, con negli occhi un luccichio d’ebetismo selvaggio, e quasi di spavento…» Il cocchiere indica alla folla il colpevole, toccandogli la faccia scarnita con la punta della frusta. Prima sulla difensiva, poi «compatta e fraterna, (…) esaltata dalla gioia della vendetta», la folla si scaglia sul mendicante inerme ricoprendolo di pugni. «Venti bocche gli vomitarono addosso l’ingiuria: Ha rubato!… Ha rubato!…» Tra la folla fa capolino anche il delegato di pubblica sicurezza: «Agguantatelo!… Si agguanti il ladro!… In prigione!…» E la folla gli fa eco, divenuta ormai un’unica voce, un unico individuo, un unico pugno, un’unica ingiuria. «È un pezzente!… È un cencioso!… Strappategli i capelli!… La pelle!… Sgozzatelo!…»

Uscita dalla pasticceria la ricca forestiera, ignara di quanto accaduto, chiede spiegazioni di quelle agitazioni. Appreso del tentativo di furto della sua borsetta l’elegante signora, mossa da un sentimento di pietà, supplica il delegato di non prendere provvedimenti contro il mendicante: «Non è cosa grave (…) Poiché ho la mia borsa, io non esigo che voi meniate questo pover’uomo in prigione (…) Non sporgo nessuna denuncia… Vi domando di rendere la libertà a quell’uomo.» Il delegato, per nulla intenerito, appellandosi alla buona reputazione della città, cerca di porre l’accento sul dovere della legge di punire comunque chi delinque, anche se il reato è stato sventato, ma la donna rimane ferma nel suo proposito di non denunciare. Nella folla – che ancora evidentemente non ha dato il peggio di sé – si solleva prima un mormorio, poi un brontolio e infine un’esplosione d’odio; così, «la collera, l’indignazione che fino allora si erano scagliate contro il mendicante, investirono la signora… suonarono ben distinti oltraggi, sputi e ignobili minacce… Per qualche secondo la signora ebbe a sopportare qualcosa d’immondo, come lo stupro di tutta la sua persona compiuto da quella folla frenetica.» Donne, uomini, vecchi, bambini diventano una sola bocca urlante: «…Sgualdrina! …Morte ai giudei!…» Nella folla che si appresta a festeggiare il Santo Natale riaffiora il retaggio animale, la sete di sangue, la necessità di crocifiggere. La forestiera, armata della sua impassibile umanità, agnello tra i lupi, resiste come meglio può alla fitta sassaiola fino alla liberazione del povero mendicante. «Questo, con la faccia sanguinante… un lato della barba strappato… la testa nuda, essendo il suo cappello, il miserabile suo cappello, ruzzolato sulla strada…, si allontanò… tremante, sulle gambe scarne…» Mirbeau chiude la storia con la forestiera che finalmente si congeda, inseguita da uno strascico di urla ingiuriose.

Nel secondo racconto, ambientato in un piccolo borgo, il protagonista è il signor Rodiguet, un uomo onesto e pacifico, molto benvoluto dai suoi concittadini. Rodiguet è assalito da una crisi di panico quando, rincasando, trova il cadavere di sua moglie, morta accidentalmente per un infortunio tra le mura domestiche. In preda allo shock corre in strada ed è colto da una crisi epilettica. Vedendolo in quello stato i vicini lo credono pazzo e si abbandonano a una serie di congetture e malignità. La polizia, richiamata dal trambusto, non tarda a scoprire il cadavere della moglie. Tutti urlano un unico mantra: «È stato lui!…» L’aggressiva ebetudine della moltitudine irrompe nel volgere di pochi istanti. Tanto per la folla quanto per la polizia la sua colpa non è presunta, ma certa. Per Rodiguet, incapace di gestire il dolore e di articolare una difesa credibile, la situazione si complica in modo paradossale. Sul povero vedovo il cerchio della folla che grida «a morte!» si stringe con compiaciuta violenza. La folla dovrebbe soccorrerlo, invece lo accusa, lo condanna a priori. Qui Mirbeau chiama a raccolta una calca disumanizzata, incapace di discernere, di collegare una specifica azione a uno specifico individuo (lo stimato e pacifico Rodiguet). Nella foule – ricettacolo di quella mostruosa medietà denunciata a più riprese dalla penna avvelenata del grand démystificateur – il pensiero regredisce ben al di là del brutale animalesco, sfociando nella pura e cieca irrazionalità. L’assembramento disumanizzato descritto nei due scenari di Paysage de foule è un superorganismo deresponsabilizzato, un ammasso che non pensa, ma che agisce solo per smaltire la frustrazione che lo qualifica e lo muove. «Nessun fiocco di neve in una valanga si è mai sentito responsabile.» sono parole di Voltaire.

Tutte le figure che si agitano in questi due affollati racconti mirbelliani sono, per dirla con Honoré de Balzac, «persone messe al mondo solo per far folla», tasselli insignificanti di un mosaico altrettanto trascurabile.

Nei Contes cruels (Racconti crudeli) – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Octave Mirbeau sguinzaglia un nutrito campionario di bestialità umane, rivelando a chiare lettere quel che dell’uomo (della sua proverbiale propensione al male) tanta letteratura ha preferito tacere. I due racconti qui analizzati sulla foule sono contenuti nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919). Del racconto ambientato nella città di C. al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: Aspetto della folla, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920); del racconto con protagonista Rodiguet segnaliamo una più recente traduzione di Albino Crovetto: Scena di folla in Le perle morte (Il Canneto Editore, 2015). Per ogni approfondimento sulle opere di Octave Mirbeau è possibile consultare il sito web “Studi Mirbelliani Italia”.

Massimiliano Sardina


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