UNA VARIAZIONE SPONTANEA | Biologia dell’omosessualità | un saggio di Jacques Balthazart

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di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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Al di là delle teorie psicoanalitiche, delle supposizioni, dei luoghi comuni e delle opinioni soggettive, che cosa sappiamo esattamente oggi sull’omosessualità? Da cosa è originata? Cos’è che ne favorisce l’insorgere nell’identità profonda dell’individuo? Quali risposte è in grado di offrirci la scienza contemporanea? A fare il punto della situazione nel dettagliatissimo saggio Biologia dell’omosessualità (Bollati Boringhieri, 2020) è il belga Jacques Balthazart, biologo specializzato in neuroendocrinologia del comportamento.

Nessuno in verità ha il diritto di incolparmi, di giudicarmi, e voglio precisare che la natura è la sola responsabile se sono omosessuale come dicono… I versi della celebre canzone Comme ils disent (1972) di Charles Aznavour, posti in calce alla prefazione del saggio, basterebbero già da soli a esaurire quanto esposto da Balthazart.

Eterosessuali o omosessuali si nasce, non si diventa. A confermarlo è la scienza, con dati alla mano sempre più inconfutabili e illuminanti. Le più recenti osservazioni scientifiche condotte nell’alveo della biologia, della genetica e della neuroendocrinologia hanno cancellato con un colpo di spugna tante vergognose teorie e false credenze purtroppo ancora assai radicate in certo immaginario collettivo. Contrariamente a quanto si è erroneamente creduto per secoli l’orientamento sessuale non è una scelta deliberata dell’individuo e né tantomeno la conseguenza di un apprendimento. In altre parole, non si decide di essere eterosessuali o omosessuali, così come non si decide di essere del Capricorno o del Sagittario.

Nell’antichità greco-romana, e finanche per buona parte del Medioevo, l’omosessualità ha beneficiato di una relativa tolleranza. Tutti gli odiosi pregiudizi sull’omosessualità hanno una radice giudaico-cristiana, per questo ancora oggi sono così drammaticamente presenti nel tessuto sociale e durissimi da estirpare. L’ondata omofobica, alimentata da misoginia cronica e da tanta omosessualità repressa, ha attraversato i secoli per giungere – indebolita ma ancora temibile – fino ai nostri giorni. Bollata dalla religione come peccato e dalla scienza del tempo come malattia, l’omosessualità è stata oggetto di una reiterata e compiaciuta persecuzione. Il Diagnostical and Statistical Manual of Mental Disorders ha cancellato l’omosessualità dalle patologie sessuali solo nel 1987. Tra XIX e XX secolo si sono avvicendate le più disparate e crudeli cure mediche mirate alla riconversione: dall’ipnosi all’elettroshock, dalla castrazione alla lobotomia (ovvero la resezione chirurgica delle connessioni del lobo frontale), dalle terapie ormonali a quelle riparative. Nei soli Stati Uniti, come attesta una ricerca dello storico Jonathan Katz, furono impiegati ben trentasei metodi distinti per curare le persone omosessuali. In nessun caso il paziente sottoposto a questi supplizi è mai guarito, e proprio in virtù del fatto (oggi più che mai assodato) che l’omosessualità non è né una malattia, né una tara, né una perversione.

Freud naturalmente ci ha messo del suo, in più occasioni anche alterando con «disonestà scientifica» certe conclusioni desunte dalle sue osservazioni; più che Freud in sé, è stata la scuola psicanalitica freudiana e postfreudiana a infliggere il danno maggiore inculcando idee sbagliate nella società. Per buona parte del Novecento le teorie psicoanalitiche di matrice freudiana hanno circoscritto e cristallizzato il problema nell’ambito del processo educativo intrafamiliare: le dinamiche relazionali con i genitori influenzerebbero l’orientamento sessuale della prole (madre dominante e padre assente determinerebbero l’insorgere di comportamenti omosessuali nel figlio maschio; madre fredda o invidia del pene del fratello indurrebbero il lesbismo nella figlia femmina). Inutile qui sottolineare che a nessuna di queste suggestive teorie psicanalitiche ha mai fatto riscontro una qualche conferma empirica. «Le teorie “psicologiche” dell’omosessualità derivate dalla psicoanalisi, dal behaviorismo e dal costruttivismo sociale, che attribuiscono un ruolo preponderante alle prime esperienze sessuali o alle relazioni con i genitori, non hanno trovato sostegno negli studi scientifici controllati e sono anzi in contraddizione con numerosi fatti osservati. (…) Niente, sicuramente, vieta di pensare che i fattori sociali interagiscano con il determinismo biologico ma, se questo ruolo sociale o educativo esiste, deve avere un’importanza relativamente limitata per essere sinora sfuggito a un’evidenziazione rigorosa.»

Eppure, ancora oggi, c’è chi si ostina a spiegare l’omosessualità con deliberato approccio ascientifico, considerando aprioristicamente i soli fattori esterni legati all’ambiente e all’apprendimento. Tra questi c’è Stéphane Clerget, psichiatra infantile, autore del delirante saggio Comment devient-on homo ou hétéro (JC Lattès, 2006) secondo il quale si sceglie di essere omosessuali indipendentemente dal pregresso biologico. Clerget è solo la punta di diamante di tanta letteratura specialistica di lingua francese, denuncia Balthazart, che, a differenza di quella anglosassone, è ancora drammaticamente intrisa di vecchi pregiudizi psicoanalitici.

Fenomeni biologici prenatali determinano l’orientamento sessuale di ogni singolo individuo: è questa la tesi di fondo del saggio di Balthazart, ben consapevole di quanto complessa e multiforme sia la sessualità umana. Gli studi effettuati sugli animali (e in parte sull’uomo) convergono sempre più su una verità biologica, ovvero sull’esistenza di specifici «meccanismi neurobiologici che determinano il comportamento e l’orientamento sessuale»; per ovvi motivi etici la sperimentazione sull’uomo può spingersi solo fino a un certo punto. Tutti i risultati degli studi riportati da Balthazart – studi inerenti il cervello, l’area preottica, le emissioni otoacustiche, le differenze morfologiche, i geni, gli steroidi e l’ambiente ormonale embrionale – dimostrano con chiara evidenza come l’orientamento omosessuale (tanto quello maschile quanto quello femminile) sia favorito almeno in parte da fattori ormonali e genetici. L’imprinting biologico non esclude il potenziale contributo di eventuali fattori ambientali, culturali, esperienze sociali e sessuali postnatali; è nell’equilibrio tra “innato” ed “acquisito” (con il piatto della bilancia che pende più su “innato”) che va ricercato l’agente connotante. In buona parte del saggio Balthazart è costretto a ricorrere a un linguaggio medico specialistico non immediatamente accessibile al grande pubblico.

Riportiamo qui, in sintesi, i risultati scientifici che confermano (almeno in parte, lo ribadiamo) una base genetica dell’orientamento omosessuale: è stata osservata una concordanza dell’orientamento sessuale considerevolmente più alta nei gemelli monozigoti (che possiedono cioè un identico materiale genetico) che nei gemelli dizigoti; è per via materna che si trasmette l’omosessualità (ogni persona omosessuale ha più probabilità di avere antenati omosessuali dal lato materno più che da quello paterno); «la trasmissione dell’omosessualità maschile a ereditarietà materna è associata alla trasmissione di marcatori genetici situati nella regione q28 del cromosoma x.» Altro dato interessante riportato da Balthazart è che «la probabilità che un ragazzo sia omosessuale aumenta del 33% per ciascun fratello maggiore che possiede, cioè nato prima di lui dalla stessa madre.» Il cosiddetto “Effetto dei fratelli maggiori” è stato analizzato rigorosamente dal ricercatore canadese Ray Blanchard. Una potenziale spiegazione di questo fenomeno riguarderebbe una reazione a livello immunitario delle madri che hanno dato alla luce più figli maschi contro una proteina maschile (la neuroligina 4 legata al cromosoma Y).

Un vero e proprio gene dell’omosessualità non è ancora stato identificato (la genetica, com’è noto, è un pianeta ancora tutto da esplorare). «Il contributo genetico all’orientamento sessuale è probabilmente multigenico, e quindi molto difficile da identificare.» Studi recenti hanno individuato la presenza su altri cromosomi di ulteriori marcatori genetici dell’omosessualità; è presumibile che l’orientamento sessuale sia il risultato di una complessa interazione tra geni, geni che a loro volta subiscono la pressione di fattori ambientali.

L’omosessualità altro non è se non «una variazione spontanea di un carattere biologico».

I geni che favoriscono l’omosessualità sono persistenti perché preservati e promossi dall’evoluzione. La kin selection (la teoria evolutiva della selezione parentale) ipotizza che le persone omosessuali, non avendo figli propri a cui badare, sarebbero tornate utili nell’accudire la prole dei parenti più prossimi; le proto-famiglie di Homo Sapiens (primi nuclei della società in fieri) avrebbero dunque contemplato la presenza funzionale e vantaggiosa di un elemento non dedito alla riproduzione. La kin selection riconduce l’omosessualità alla Natura, a una strategia evolutiva vincente. Se l’omosessualità non fosse naturale, spiega Balthazart, non la ritroveremmo in tutte le culture e in ogni angolo del mondo, sempre presente in un numero oscillante dal 3% al 10%. Altri dati illuminanti, infatti, sono quelli squisitamente statistici: si stima che almeno il 10% della popolazione mondiale sia omosessuale (una cifra con molta probabilità sottostimata, perché spesso molte persone omosessuali sono restie nel dichiararsi pubblicamente vuoi per paure sociali vuoi per semplice riservatezza). Va inoltre precisato che, sempre per motivi etici, tutti gli studi sperimentali sull’omosessualità si concentrano su soggetti che si offrono su base volontaria (sarebbe impensabile improntare uno studio biologico-genetico sull’intera popolazione omosessuale mondiale).

Tante battaglie per i diritti civili sono state vinte anche grazie alle risposte fornite dalla scienza. Cercare ulteriori conferme, spiega Balthazart, contribuirà a naturalizzare definitivamente l’omosessualità, liberandola una volta per tutte dalla morsa del pregiudizio irrazionale, da quell’odioso contro natura che ancora troppo spesso (con malcelato compiacimento) esala dalle bocche di politici, religiosi e benpensanti. Non è sempre facile essere omosessuali. «Il rendersi conto di avere un orientamento sessuale non convenzionale, perché non maggioritario, è sovente motivo di notevole malessere psicologico.» Il tasso di suicidi tra giovani omosessuali, spesso poco più che adolescenti, è purtroppo ancora molto alto. Ribadire una biologia dell’omosessualità significa non solo fare corretta informazione scientifica ma anche salvare delle vite, porre fine alla mattanza omofobica e ad ogni discriminazione di genere. Geert de Vries, direttore del dipartimento di Biologia presso la Georgia State University, ha dichiarato che questo saggio «deve assolutamente essere letto da tutti coloro che desiderano valutare il tema dell’omosessualità in maniera informata».

In questo «viaggio nell’universo della neurobiologia correlata alla sessualità» il biologo belga Jacques Balthazart mette nero su bianco tutto ciò che oggi, oggettivamente, sappiamo sull’omosessualità. Lungi dal profilarsi come una devianza, una patologia o un comportamento aberrante, l’omosessualità è solo «una variazione spontanea di un carattere biologico», nulla dunque di più naturale (si nasce eterosessuali o omosessuali così come si nasce destrimani o mancini, con gli occhi verdi o con gli occhi azzurri…). Gli studi in materia procedono su più fronti ma, spiega Balthazart con grande onestà professionale, «occorre precisare che, anche se al momento abbiamo informazioni convergenti nettamente a sostegno dell’idea che l’omosessualità sia controllata in fase prenatale da fattori ormonali e/o genetici, siamo ancora molto lontani dal comprendere nel dettaglio questi meccanismi.» Biologia dell’omosessualità chiarirà le idee a quanti si ostinano ancora oggi a considerare l’omosessualità il risultato di un apprendimento o, peggio ancora, di una scelta.

Cecily P. Flinn


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