NELLA FUCINA CREATIVA DI STEFANO LUCIANO | Scavare la materia per ritrovare l’anima nascosta dei luoghi

2 0
Read Time9 Minute, 6 Second

di Agata Keran

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

SFOGLIA LA RIVISTA

 

«Al centro di Fedora, metropoli di pietra grigia, sta un palazzo di metallo con una sfera di vetro in ogni stanza. Guardando dentro ogni sfera si vede una città azzurra che è il modello d’un’altra Fedora. Sono le forme che la città avrebbe potuto prendere se non fosse, per una ragione o per l’altra, diventata come oggi la vediamo.»

(Italo Calvino, Le città invisibili)

 

Corso Fogazzaro: una lunga arteria che conduce verso il cuore più antico di Vicenza, verso la sua cattedrale di Santa Maria Annunciata, passando per il magnifico tempio di San Lorenzo. Entrando nella piccola bottega di Stefano Luciano, vicino a Porta Santa Croce, vengono in mente le figure del passato – come Luigi Veronese, Antonio Dall’Amico, Neri Pozza – che hanno frequentato con la loro arte grafica la scena urbana della città berica, ammirata da molti soprattutto per la sontuosa veste palladiana di alcuni suoi edifici, dimenticando a volte la moltitudine di altri volti e tempi che questa continua a svelare allo sguardo curioso, tra cui il nostro presente costellato di notevoli esperienze espressive. La produzione incisoria di Stefano Luciano si inserisce a proprio modo in questa passeggiata ideale lungo i sentieri della città della memoria. Non rifugge dal passato, ma al contrario lo dichiara una sorta di ispiratore e di alleato. Non a caso, le stampe di questo artista possiedono al contempo un profumo antico e nuovo: una sapienza del gesto poietico che trova origine indubbiamente dalla tradizione, attraverso la frequentazione libera ma devota dei numi tutelari come Giambattista Piranesi, a cui si congiunge uno spirito fanciullesco e quasi ribelle dedito alla continua sperimentazione tecnica e formale.

Le incisioni di Stefano raccontano luoghi reali ed esistenti, ora deserti ma in precedenza intensamente vissuti. Da chi? Da persone che l’artista non conosce direttamente e che incontra idealmente grazie alle tracce materiali lasciate in un ambiente fisico, all’interno di un edificio caduto in rovina. Anche dallo stesso autore, pronto ad attraversare in modo sensoriale, concettuale e creativo la morfologia interiore dello spazio nell’insieme e nei dettagli parlante, facendosi ponte tra il segno superstite e la sua ineluttabile scomparsa.

In un nostro recente incontro, all’inizio del novembre 2020, Stefano mi mostrò una serie di opere commentando: “L’obiettivo del mio lavoro è parlare di persone, e il modo migliore che trovo è utilizzare l’archeologia industriale come pretesto per parlare di loro, senza però rappresentarle fisicamente”. Occorre specificare che oltre all’archeologia industriale, i suoi soggetti toccano a volte anche microcosmi connessi alla sfera più privata e intima dell’individuo. In entrambi i casi, l’immaginario dell’incisore esplora e analizza in modo capillare posti desolati, silenziosi, dimenticati che custodiscono al loro interno lacerti di biografie e palesano reliquie corrose di una parabola esistenziale interrotta, non ancora cancellate dalla spietata ramazza dell’oblio. Non nascondo che tale intensità di sguardo, così focalizzato e tagliente, desta un forte turbamento nei miei pensieri. A sorpresa, la visione di queste immagini assai intriganti, che trasudano la singolare dedizione intellettuale e artigianale dell’autore, mi spinge in una dimensione emozionale in cui rivedo alcuni fotogrammi ancora caldi o dolenti della mia vita errabonda, scandita da numerosi traslochi ma anche da una passione verace per ambienti carichi di storia vissuta, di ogni tempo e luogo. Riemerge dunque quel sentimento ambiguo che segna gli adii: il dolore acre del distacco assieme all’ebbrezza dell’attendere un diverso presente, la cui porta aspetta di essere dischiusa col batticuore e in punta di piedi. E inizia a farsi strada la solita domanda dissestante: “Quanto e che cosa rimane effettivamente della vita di persone dopo il loro commiato da uno spazio abitato, per volontà o per forza maggiore?”.

Non di rado, soprattutto nell’epoca contemporanea in cui dominano moduli abitativi impersonali e neutri, la risposta rimbomba in modo desolante. Forse soltanto un po’ di pulviscolo e qualche ombra smarrita, pronta a fuggire altrove senza lasciar impronte: “Tutto è venuto dalla polvere e nella polvere tutto ritorna” (Qoelet 3,20). Ma c’è anche una responsabilità individuale in questo allontanamento, dovuto a un’inattitudine psicologica di vivere appieno un luogo, di accettarlo realmente come proprio guscio ed estensione del proprio io.

Giudichiamo il passato: una sorta di rimorso di non aver vissuto abbastanza profondamente nella vecchia casa ci pervade l’anima, sale dal passato, sommergendoci. […] Perché ci si è saziati così presto della felicità di abitare la dimora? (Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Bari 1975, p. 81).

Diversamente da quanto espresso fin qui, esistono invece ambienti e edifici in cui i fantasmi del passato continuano a danzare tra le mura e lo faranno forse fino alla fine del mondo. Il mio pensiero si ostina a tornare tra le tragiche immagini del recente esilio degli armeni dalla regione di Nagorno Karabakh. Il dolore lacerante dell’abbandono forzato porta questi uomini e donne a bruciare tutto ciò che rimane alle spalle, troppo sacro da lasciar calpestare nel prossimo avvenire. Le lingue di fuoco lasceranno indubbiamente cicatrici indelebili nel paesaggio naturale e antropico; le intemperie plasmeranno forme inattese di queste rovine, dove qualche brandello del passato rigoglio continuerà a saltellare spensieratamente al vento. Stefano Luciano non si occupa di questo insopportabile travaglio del mondo, non entra nelle piaghe sanguinanti dei luoghi contesi, per lo meno non lo fa ancora. Scruta invece con lo sguardo sereno e con una meticolosa attenzione i dismessi ambienti di lavoro o domestici che appartengono a una sorta di regno di mezzo tra la memoria e l’oblio, tra il pieno e il vuoto, tra il ritrovamento e l’assenza. Il suo sguardo fiducioso recupera con religiosa cura indizi e tracce di una storia immanente, radicata, nascosta tra i dettagli, nel tentativo di restituire alla percezione una testimonianza più nitida e partecipata, all’insegna del “realismo segnico”, come l’artista ama definire il proprio stile.

SL: La mia ricerca parte da un reportage fotografico. Lo scatto si unisce in seguito al disegno: un matrimonio tra due occhi. L’attualissimo occhio meccanico dell’obiettivo fotografico e l’occhio di sempre, quello umano. La fase successiva è la rielaborazione dell’immagine con un programma di fotoritocco. Parallelamente a questa operazione, disegno a volte piccoli bozzetti, per definire meglio alcuni aspetti compositivi. Procedo poi con il riporto del disegno usando la tecnica della vernice molle, che prevede la stesura a tampone su lastra di zinco, adagiata su una piastra riscaldata a bassa temperatura (45° circa), di una vernice solida a base di grasso di maiale. Questo grasso rende possibile un’essicazione piuttosto lenta, per cui è possibile trasferire il disegno in molte ore. Il disegno in questa fase non appare preciso, ma risulta utilizzabile come traccia. Segue la fase di acidatura con una sola morsura. Utilizzo acidi forti, mescolati con poca acqua per avere tempi brevi e segni più irregolari. A questo punto, continuo il lavoro con l’acquaforte. Senza nessuna prova di stampa, stendo la vernicetta e ridisegno il soggetto con l’ausilio di punte metalliche, spazzole in acciaio e righe, necessarie per correggere e render più preciso il disegno. Eseguo le acidature con morsure multiple (mediamente sette), dopodiché faccio la prova di stampa. Continuo poi con il secondo stato, ovvero ripeto l’acquaforte con le sette morsure, dopo aver corretto la matrice con il brunitoio e raschietto. E così anche per il terzo stato, questa volta con eventuali morsure aperte, seguite da un’altra prova di stampa. Concludo il procedimento con rifinitura a puntasecca e la prova finale.

Nascono così le immagini pervase di un vibrato interiore, realizzate con un procedimento originale e assai complesso che combina le tecniche tradizionali di vernice molle, acquaforte e puntasecca. Una di queste opere, intitolata Indizi ritrae l’alloggio di un medico, all’interno di un ospedale dismesso.

SL: Nel 2014 ero affascinato dagli interni di abitazioni e da tutti gli oggetti che costituivano la scenografia che mi appariva agli occhi. Li consideravo “indizi”, motivo che ha determinato il titolo di questo lavoro e di una mostra personale a Lione, tenutasi nel novembre del 2015. “Indizi” perché ogni elemento e ogni oggetto riconduce l’osservatore all’immaginare, all’interrogarsi sull’identità di chi avesse frequentato quel luogo o su cosa fosse successo. Vasi ammucchiati in un angolo dietro la porta, una sedia nel cortile di fronte l’abitazione, l’ombra allungata della pianta di fico nella parete del cortile, la pavimentazione probabilmente anni ‘50, la luce del mattino che modella l’ombra della porta ridisegnandola sul pavimento; questi sono alcuni elementi che fanno parte dell’incisione, ma allo stesso tempo diventano “ingredienti” utili per ricostruire “storie”.

Tra le immagini scelte con l’autore per questo articolo, colpisce in particolare il Silenzio contemporaneo (2015), raffigurante un antico cotonificio friulano.

SL: Queste strutture immobili e silenziose sembrano quasi templari e il loro fascino, per me, non è così differente dalle rovine greco-romane. Curioso poi pensare che un luogo sacro, come un tempio greco o una basilica romana, possa propagare lo stesso silenzio che si trova in queste architetture industriali. Il loro verticalismo le rende simili a delle chiese gotiche; le enormi vetrate policrome sembrano sostituite da ampi finestroni in grado di illuminare e ossigenare le postazioni di lavoro. Il silenzio che si percepisce all’interno diventa per me un pretesto per ragionare su come nel nostro tempo il silenzio – le non-risposte, il non-ascolto e simili – venga utilizzato da alcuni come una vera e propria strategia di comunicazione. In questa considerazione critica si svela l’obiettivo di tutta la mia ricerca artistica: rappresentare questi soggetti come pretesto per parlare di esistenza e, in particolare, del genere umano che, anche se fisicamente assente nella rappresentazione, si materializza inevitabilmente nella nostra immaginazione, evocando varie riflessioni.

Dagli ambienti ai dettagli significanti: tra le opere più suggestive di questo filone troviamo un titolo assai curioso, Verso un mondo differente (2019), di cui l’autore offre un’interpretazione emblematica.

SL: Questo soggetto più volte replicato rappresenta un particolare ingranaggio, forse una grande ventola che serviva a raffreddare i motori di alcune macchine utilizzate all’interno di un lanificio veneto. Quando lavoro su forme come questa, penso al film Il pianeta delle scimmie e rivedo in tali rappresentazioni una sorta di reperto archeologico che paradossalmente non arriva dal passato, ma in maniera fantascientifica giunge dal futuro. La sua forma mi piace e mi diverte, perché mi fa pensare allo spazio, al domani, a un mondo lontano, inesplorato, differente rispetto a quello che viviamo. Soprattutto considerando l’esperienza del 2020, in cui abbiamo avuto modo di capire come la natura reagisce nella nostra assenza.

Agata Keran


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

Copyright 2020 © Amedit – Tutti i diritti riservati

SFOGLIA LA RIVISTA

RICHIEDI COPIA CARTACEA DELLA RIVISTA

 

LEGGI ANCHE:

I PIANETI DI MAURIZIO D’AGOSTINI | La chiave metafisica della materia

About Post Author

Amedit rivista

Rivista Amedit-Amici del Mediterraneo, trimestrale di Letteratura, Storia, Arte, Scienza, Cinema, Musica, Costume e Società. Per richiedere una copia della rivista scrivere a: amedit@amedit.it o visitare la sezione "Abbonati" di questo sito.

Average Rating

5 Star
0%
4 Star
0%
3 Star
0%
2 Star
0%
1 Star
0%

Rispondi

Next Post

UNA VARIAZIONE SPONTANEA | Biologia dell’omosessualità | un saggio di Jacques Balthazart

Gio Gen 14 , 2021
di Cecily P. Flinn Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21 SFOGLIA LA RIVISTA   Al di là delle teorie psicoanalitiche, delle supposizioni, dei luoghi comuni e delle opinioni soggettive, che cosa sappiamo esattamente oggi sull’omosessualità? Da cosa è originata? Cos’è che ne favorisce l’insorgere nell’identità profonda dell’individuo? Quali risposte è in grado di offrirci la scienza […]
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: