SMITIZZARE JACK LO SQUARTATORE | Le cinque donne. La storia vera delle vittime di Jack lo Squartatore Un saggio di Hallie Rubenhold

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane. Sono i nomi delle cinque donne barbaramente assassinate a Londra da Jack lo Squartatore tra il 31 agosto e il 9 novembre del 1888. Cosa sappiamo esattamente di loro? Quale immagine, a distanza di più di un secolo dai fatti, si è consolidata nell’immaginario collettivo? Eclissate dalla fama leggendaria del loro misterioso assassino, queste cinque sventurate non sono altro che “le vittime”, quasi che nessuna di loro fosse detentrice di un’identità specifica o di una storia personale degna di essere raccontata. La storia – e prim’ancora della storia (e del mito) la cronaca nera dell’epoca – ce le ha consegnate come mere prostitute comuni, figurine tanto dissolute quanto dissolte, vaghe, insignificanti, emblema di tutta quella trascurabile e disordinata sottoumanità brulicante ai margini della composta e puritana società vittoriana.

Con The Five (Le cinque donne, Neri Pozza, 2020, traduzione di Simona Fefè) la scrittrice e storica americana Hallie Rubenhold compie uno straordinario lavoro di meticolosa ricostruzione storica con l’obiettivo di riconsegnare, foss’anche simbolicamente, la dignità di persona a ciascuna delle vittime. Dalle nebbie di Whitechapel riemergono così, in ordine di uccisione, le sagome a tutto tondo di: Mary Ann Nichols, detta Polly (26 agosto 1845 – 31 agosto 1888); Annie Chapman (settembre 1841 ca. – 8 settembre 1888); Elizabeth Stride (27 novembre 1843 – 30 settembre 1888); Catherine Eddowes, detta Kate (14 aprile 1842 – 30 settembre 1888) e Mary Jane Kelly (1863 ca. – 9 novembre 1888). Sottratte a un’impietosa e compiaciuta iconografia tradizionale che ce le ha tramandate come cenciose sventrate riverse sui luridi marciapiedi dell’East End, queste cinque donne riprendono finalmente vita, spessore, significato. Non sono cadaveri squartati ma esseri umani. Donne sfortunate, vittime sia in vita che in morte. «Donne pubbliche», «donne cadute», sacrificabili a oltranza per alimentare il mito misogino dell’infallibile Jack.

Nel dar voce a ciascuna di loro, ricostruendo per filo e per segno ogni singolo vissuto, Hallie Rubenhold mette a nudo le ragioni della caduta, spiegando attraverso quali vie queste donne siano finite a condurre esistenze così ai margini. Tra di loro c’è chi ha ricevuto un’istruzione (cosa rara all’epoca per una figlia femmina del ceto basso), chi era ben avviata nel lavoro (per le donne in fondo alla scala sociale la scelta era perlopiù tra lavorare in fabbrica, in una lavanderia o a servizio presso una famiglia) e finanche chi aveva contratto un buon matrimonio. Il punto di rottura segna, per tutte, una via di non ritorno. Una discesa agli inferi nel sordido quartiere londinese di Whitechapel, tra Dorset Street, Miller’s Court, Dean and Flower Street, Thrawl Street, Spitalfields e Trafalgar Square, contraltare della lussuosa ed esclusiva South Eaton Place. I bassifondi – di dickensiana memoria – erano un concentrato di sporcizia e squallore, bui e maleodoranti, con i marciapiedi dissestati e le pozzanghere di liquami, habitat ideale per germi e malattie, quanto di più lontano si potesse immaginare dalle stucchevolezze del mondo borghese. Non è la prostituzione, spiega la Rubenhold, a connotare le vite disagiate e miserabili di queste cinque donne, ma la povertà unitamente alla dipendenza dall’alcol; se non possono riscattarsi dalle Workhouse (squallidi dormitori pubblici) e dalle notti all’addiaccio è perché sono povere e sono donne.

È sulla tragica condizione della donna nella società inglese della seconda metà dell’Ottocento che Hallie Rubenhold incentra fortemente la sua accorata riflessione. Le cinque vittime canoniche di Jack lo Squartatore sono lo specchio – annebbiato, insanguinato, infranto – dove è chiamata a riflettersi la donna vittoriana, povera o benestante che sia, una donna assoggettata per statuto. «Il lavoro delle donne povere era malpagato perché le donne povere erano sacrificabili e perché la società non le collocava nella posizione di chi manteneva la famiglia. Ma, ahimè, erano in molte a farlo. Se un marito, un padre o un compagno se ne andavano o morivano, la donna delle classi lavoratrici con famiglia a carico trovava quasi impossibile sopravvivere. L’ordine sociale prevedeva che una donna senza un uomo fosse superflua.»  Sulle donne, tutte, nessuna esclusa, gravava il peso del giudizio morale della società borghese dominante. Sulle derelitte, costrette a sopravvivere sulla strada, questo peso si faceva oltremodo schiacciante. Convinzione comune era che, sotto sotto, se la fossero andata a cercare. O il focolare o il rogo.

L’imponente lavoro di documentazione di Hallie Rubenhold smonta, pezzo dopo pezzo, il dozzinale mito da rotocalco di Jack lo Squartatore. L’evanescente serial killer con mantello, cilindro e strumenti del mestiere altri non è se non il feticcio caricaturale di una cultura sessista e misogina oggi ancora tremendamente operante, anche se sotto fogge certo meno suggestive. Scopriamo così che Polly, Annie e Kate non erano prostitute ma delle senzatetto con seri problemi di alcolismo; Elizabeth si prostituiva occasionalmente, solo Mary Jane si guadagnava da vivere attraverso il mercimonio. Eppure tutte, senza distinzione, furono vittime della cosiddetta colpa per associazione: povere, alcolizzate, adultere, dunque puttane. Nella rigida società vittoriana qualunque donna conducesse un’esistenza non convenzionale e non allineata alla morale dominante subiva questo marchio. «Poiché le donne prive della protezione maschile e di una casa venivano considerate delle emarginate, e le emarginate delle viziose, ne conseguiva che le emarginate non potevano che essere depravate e sessualmente immorali.»

Tanto nei dettagliati verbali della polizia metropolitana quanto nei pruriginosi articoli della stampa scandalistica del XIX secolo (basti citare quotidiani e periodici dell’epoca come il Daily Mail, l’East London Observer, l’Illustrated Police News, il London derry Sentinel, il Penny Illustrated Paper, il North London News…), Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane furono classificate senza mezzi termini come prostitute comuni o prostitute occasionali. «Oggi l’unico motivo per continuare a credere che Jack lo Squartatore fosse un assassino di prostitute è che tale tesi alimenta un’industria nata, in parte, dal suo mito. La storia di Jack lo Squartatore è di indubbia efficacia. Un racconto gotico con un mostro a piede libero che batte le strade buie di una Londra avvolta nella nebbia. Ci sono suspense e orrore, e un pizzico di prurito erotico. Purtroppo, però, si tratta di una storia a senso unico, il cui fulcro è la caccia all’assassino. Nel corso dei secoli, il cattivo si è trasformato nel protagonista: un personaggio malvagio, psicotico e misterioso, tanto arguto da sfuggire all’identificazione persino ai nostri giorni. Pur di stupirci e di addentrarci in un simile miracolo di perfidia abbiamo metaforicamente scavalcato i cadaveri delle vittime, e in alcuni casi li abbiamo persino presi a calci. Più il suo profilo cresce, più quelli delle vittime si riducono.»

In The Five Hallie Rubenhold opera una vera e propria riassegnazione dei ruoli: il protagonista diventa comparsa e, per riflesso, le scomparse guadagnano il primo piano, l’intera scena. Dei delitti vi si fa appena cenno. Nessuna concessione a scissioni e smembramenti. Non sono che eventi conclusivi di vicende di vita che avrebbero potuto concludersi diversamente se solo qualcuno fosse intervenuto per tempo, se solo la mentalità diffusa e la morale dominante si fossero magicamente riformulate. Jack non aggiunge che l’ennesima – ma definitiva – scucitura su vite già lacere, quindi condannate. La sua lama è solo una delle tante. Vibra ma non luccica. Nelle storie intense e importanti di queste cinque donne lui non occupa che una frazione di secondo, giusto il tempo di sorprenderle vigliaccamente e di dileguarsi nell’oscurità dei vicoli. Eppure, su questo frustrato femminicida si è costruito tutto un mito, più florido e redditizio oggi di quanto non lo fosse centotrenta anni fa. Fumetti, cinema e gadgettistica varia ne testimoniano la vergognosa stratificazione in un immaginario collettivo che non empatizza con le vittime, mere appendici accessorie funzionali alla legittimazione del mito stesso. Bollate a priori come donnacce, creature dei bassifondi inclini al turpiloquio, sovente descritte come cenciose e ributtanti, queste vittime hanno finito per incarnare una sorta di immondizia umana non suscettibile di pietas. «L’insistenza sul fatto che Jack lo Squartatore uccidesse le prostitute rende la storia di una crudele serie di omicidi un po’ meno indigesta. Proprio come nel XIX secolo, l’idea che le vittime fossero “solo prostitute” in qualche modo perpetua la convinzione che esistano donne buone e cattive; madonne e puttane. Suggerisce la permanenza di un modello ratificato di comportamento femminile, e colei che se ne allontana merita di essere punita.» Jack assurge così ad angelo epuratore, il giustiziere che ripulisce le strade dalla feccia e ristabilisce l’ordine sociale. È il braccio forte, forse magari un tantino tagliente, della puritana società vittoriana.

Alla luce di questi recenti studi, continuare a classificare le cinque vittime di Jack lo Squartatore come mere prostitute – quindi screditandole, sessualizzandole e infine disumanizzandole – non solo è eticamente inaccettabile ma anche storicamente fuorviante. Hallie Rubenhold riscrive la storia di Jack lo Squartatore, la riscrive partendo da Polly, Annie, Elizabeth, Kate e Mary Jane, persone (e donne!) prima che vittime. Smantellato il mito non resta che ciò che il mito ha offuscato: la storia di cinque donne che furono «figlie, mogli, madri, sorelle e amanti», protagoniste di vite tanto difficili quanto uniche e irripetibili. A queste donne, scempiate e diffamate per generazioni, dobbiamo restituire «il rispetto e la compassione cui hanno diritto». Se un cadavere c’è è quello del fantomatico Jack, un delinquente comune, un balordo, uno dei tanti trascurabili psicopatici che hanno seminato odio su questo pianeta. Che non abbia un nome, che non si sia mai risaliti alla sua identità, è francamente irrilevante. Se imparassimo a raccontare la storia dall’ottica delle vittime (in questa come in altre tristi cronache nere) renderemmo sicuramente un servizio migliore verso chi ci ascolta.

«A ben guardare, – sintetizza la Rubenhold nelle pagine finali – la storia di Jack lo Squartatore è il resoconto dell’odio profondo e duraturo che l’assassino nutriva nei confronti delle donne, e la nostra ossessione culturale per la mitizzazione non fa altro che normalizzare la misoginia che vi è insita.» Smitizzare Jack lo Squartatore (partendo da quello di Whitechapel per arrivare a tutti gli altri Jack che popolano le nostre nerissime cronache quotidiane) non potrà che renderci persone migliori. È la vittima che merita racconto. I cattivi, stringi stringi, si somigliano tutti. Chapeau a Hallie Rubenhold per la sua coraggiosa riformulazione.

Massimiliano Sardina


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