VISITA INTERIORA TERRAE | LA RADICE DIVINA. Principi Mistici ed Esoterici | un libro di Coleritium

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 43 | inverno 2020/21

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Fin da piccoli ci hanno insegnato a prendere le distanze dal mostro; a reprimerlo, condannarlo, ucciderlo. La triplice alleanza Famiglia-Scuola-Religione si è subito premurata  a difenderci e preservarci da quel mostro. Giocattoli, cartoni animati, catechismo, lezioni hanno lavorato allo stesso fine: costruire la trama di un racconto in cui, tanto i personaggi delle fiabe e dei racconti biblici, quanto quelli dei fatti di storia, sono chiamati a svolgere una funzione moralizzatrice all’interno di una narrazione edificante che tende a distinguere, dividere, discriminare i buoni dai cattivi, i mostri dagli eroi. E così scissi, in questo rigido dualismo tra bene e male, tra luce e ombra, apprendiamo da che parte stare; ciò che è giusto fare; chi o cosa è bene evitare; ciò che dobbiamo accogliere da ciò che dobbiamo respingere ed escludere dalla nostra vita. Nessuno ci insegna ad affrontare quel mostro; tutti ci inducono ad evitarlo, illudendoci così di riuscire a tenerlo a bada: perché il mostro non deve essere parte di noi, chiamati come siamo a essere persone brave e rispettabili, lineari e senza ombra alcuna. Sennonché l’ombra, quel mostro, non è qualcosa che sta al di fuori di noi, ma una componente del nostro essere. Qualcosa, di tanto in tanto, ce lo fa sospettare, tutte le volte che – soli con noi stessi – insorgono in noi certi insani e barbarici sussulti. E ne abbiamo paura. D’improvviso ci sentiamo minacciati dall’interno di quella fantomatica bolla, di quella campana di vetro che tanto al sicuro ci faceva sentire… Scopriamo che il mostro è parte di noi, e ne siamo sgomenti. Vorremmo scacciarlo, ignorarlo, soffocarlo con effimeri divertimenti atti a distrarci e simuliamo false tenerezze per tentare di mantenere imperturbabili le nostre relazioni. Ma lui, il mostro, resta lì, e preme contro le nostre fragili pareti di cristallo: è quella parte di noi che attende di essere contemplata, che chiede di essere ascoltata, indagata, capita. L’ombra chiede di essere portata alla luce per divenire, essa stessa, Luce.

V. I. T. R. I. O. L. U. M. (Visita Interiora Terrae Rectficando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam): in questo acronimo alchemico sta racchiuso il segreto del nostro percorso di vita, che è, innanzitutto, un percorso iniziatico di Risveglio. Siamo tutti degli iniziati, chiamati a compiere questo percorso di risveglio, consapevolezza, trasformazione, rinascita! E quello iniziatico è un percorso di regressione, un viaggio a ritroso che ci riconduce al centro della terra, al centro esatto di noi stessi. Visita l’Interno della Terra, e Rettificando Troverai la Pietra Nascosta che è la Vera Medicina. Quella “pietra nascosta” è ciò che nelle sacre scritture viene chiamato il “regno dei cieli”; un regno che non dobbiamo cercare qui o là, come fosse un luogo fisico dove giungere, o un premio da conseguire dopo una vita spesa in pie pratiche, ma dentro di noi. Uno stadio di illuminazione a cui si perviene dopo essere affondati totalmente – e coraggiosamente – nei recessi del nostro essere più profondo, lì dove, sotto il groviglio sublime e brutale delle più ataviche pulsioni, giace la nostra vera Essenza: quella radice divina che è linfa al divenire ultimo, origine e fine d’ogni cosa.

Si intitola proprio La radice divina, il libro tanto piccolo quanto immenso per contenuto che proponiamo ai nostri lettori; un compendio di principi mistici ed esoterici che dispiega e mette in risalto quel fil rouge che lega tutti i percorsi spirituali tradizionali – dall’ebraismo al cristianesimo, dal sufismo all’induismo – passando per lo gnosticismo e per le correnti filosofiche dell’antica Grecia, fino a giungere alla Dottrina segreta della filosofa e teosofa russa Helena Blavatsky. Una straordinaria veduta d’insieme che mostra quanto tutte queste esperienze religiose e filosofiche a cui «anche la psicologia junghiana ha strizzato l’occhio» costituiscano i «tasselli di un unico schema iniziatico condiviso, in forme diverse, sia dall’Oriente che dall’Occidente». Dell’autore di questo prezioso volumetto (in cui tale complessa e multiforme materia è stata ridotta a puro distillato, semplice, essenziale e chiaro nella forma come un fiore di margherita) nulla ci è dato sapere, avendo egli deciso di restare nell’ombra – in quell’ombra dove stanno coloro che ormai posseggono la luce e non hanno più necessità di mostrarsi per essere – firmandosi con lo pseudonimo Coleritium (nome di un liquore usato dagli alchimisti per corrodere i vari metalli eccetto l’oro). In un mondo che ci induce a continue proiezioni verso l’esterno, Coleritium sceglie di eclissarsi nell’ombra dei sapienti – poiché chi desidera apparire deve scomparire; chi vuole vivere deve prima morire; morire a se stesso – in quello spazio metafisico che si fa luogo di ascetico eremitaggio e di lucida contemplazione delle verità sovrasensibili. È in quell’Altrove che simboli e metafore rivelano il loro significato occulto, quel linguaggio dello Spirito che parla al profondo dell’uomo «in modo archetipico», attraverso concetti simbolici che «solo dal profondo possono essere realmente compresi ed utilizzati per illuminare il proprio cammino, in questi tempi di smarrimento e confusione spirituale che stanno lentamente “sradicando” l’uomo dalla sua reale essenza.».

Nelle pagine di questo libro il nostro misterioso Coleritium, facendo propria la saggezza dei mistici d’ogni tempo, ci indirizza verso la più oscura e meno battute delle vie: quella che ci porta al centro di noi stessi. Ed è questo un viaggio che va compiuto con coraggio, con determinazione, senza falsi pudori, per ristabilire il contatto con quel Profondo troppe volte eluso dai vari sistemi educativi messi in atto dalla società. Il viaggio alla ricerca della nostra “radice divina” passa attraverso una sana e radicale forma di Diseducazione. Affondare, scavare, discernere tra ciò che ci è più proprio e ciò che ci è stato inculcato, per estrarre la luce dall’ombra, l’oro dai metalli meno nobili. Quindi scandagliare, ascoltare, meditare ogni nostro istinto e sentimento, senza aver paura di trovarci faccia a faccia col nostro Monstrum, poiché non servirà a nulla uccidere il mostro, se prima non si è compreso il perché della sua natura: bisogna liberarlo, perché solo così cesserà di essere tale e di farci paura. Occorre affondare nelle viscere per poter risalire verso la Luce. Fare luce in quella Caverna di Platone dove ci hanno rinchiuso, dove tutto ci appare indistinto, distorto, confuso, per quanto spesso costituisca anche una zona di comfort. Essere cercatori d’oro, ossia di quell’essenza che traluce di divino splendore.

Nella tradizione alchemica sono tre le fasi necessarie all’estrazione di quest’Oro: Nigredo (Opera al Nero), in cui la materia si dissolve, putrefacendosi. In questa prima fase «Ci si guarda allo specchio spogliandosi dalle comode e rassicuranti maschere sociali, mettendosi faccia a faccia con le proprie illusioni e le proprie debolezze.»; Albedo (Opera al Bianco), è la fase in cui  la sostanza si purifica, sublimandosi. Ci si libera dalle scorie venute a galla nella prima fase, riscoprendo in sé la sorgente della vita; Rubedo (Opera al Rosso), è infine quella in cui come una Fenice risorgiamo dalle nostre ceneri: «Quando tutto in noi è stato purificato e appare la Luce, dobbiamo saldarla, fissarla, renderla durevole in modo che rimanga sempre presente.» È questa l’illuminazione, la vera resurrezione, il “regno dei cieli” a cui possiamo e dobbiamo aspirare! Per farlo occorre però riprendere il controllo di noi stessi; riaccendere la fiamma dello Spirito, affrancandoci dalle imposture, dagli inganni, dalle false ideologie, da tutti quegli specchietti per le allodole che ci promettono felicità, realizzazione e benessere a buon mercato.

Tra le tante immagini metaforiche che Coleritium ci propone ne La radice divina, una delle più pregnanti è quella che ci mostra una carrozza guidata da un cocchiere, su cui viaggia un passeggero. Il carro rappresenta il corpo fisico, le cui condizioni dipendono dalla cura che ne ha il cocchiere e dal modo in cui esso viene trainato dai cavalli; i cavalli rappresentano le emozioni, ovvero la spinta, mossa dal desiderio, verso il movimento; il cocchiere rappresenta la mente, che ha il compito di eseguire gli ordini del padrone della carrozza, guidando i cavalli (le emozioni) nella direzione giusta e prendendosi cura del carro (il corpo); il padrone che viaggia all’interno della carrozza rappresenta l’anima, l’essenza, il Sé superiore. Da queste analogie è facile rilevare quanto sia importante il ruolo del cocchiere (la mente) nell’opera di governo che è chiamata a svolgere sul corpo, sulle emozioni e sui desideri, al fine di garantire il buon fine del viaggio che l’anima deve compiere. Ora spesse volte accade che «l’anima fatica a comunicare con il cocchiere, cioè con il centro intellettuale, proprio perché nel caos del mondo la sua voce si disperde e spesso si confonde con altre voci provenienti dall’esterno.»

Lo gnosticismo distingueva gli esseri umani in tre categorie: gli Ilici, orientati alla sola materialità «Per loro la vita è una questione di soldi, sesso e potere, quindi ogni loro pensiero e azione è condizionato da questi tre elementi.», perciò sordi a ogni richiamo dello spirituale; gli Psichici, i quali «percepiscono e si rapportano con il mondo attraverso la mente e il cuore […]. Essi intuiscono che vi è qualcosa oltre la materia, ma sono in costante attrito tra gli istinti che li legano alla materia e la percezione dello Spirito.»; e gli Pneumatici, «rari individui in contatto con la fonte divina (Pleroma). Sono veri uomini liberi, poiché liberi da ogni condizionamento e non assoggettati a nessuna regola civile o forma di potere.». Sono costoro ad aver raggiunto la piena consapevolezza dell’essere «parte della totalità del creato, e la percepiscono in sé stessi e in ogni cosa.». Avendo chiara questa distinzione, non resta che decidere da che parte stare. L’assioma ermetico: “Come in alto così in basso, come dentro così fuori” ci dice che il mondo è così come lo facciamo noi. Possiamo risintonizzare la mente con l’anima, così tutto il nostro essere con l’universo di cui siamo parte; oppure restare alienati da tutto, noi compresi. Solo riaccordandoci alla cosmica sinfonia dell’Universo possiamo giungere a quello stato armonico che da sempre la nostra anima errante va cercando.

Giuseppe Maggiore

 


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