I GIORNI D’OMBRA | La fine discreta della Marchesa Casati

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di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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La marchesa Luisa Casati Stampa fu una vera performer ante-litteram; fece Arte di se stessa con più di cinquant’anni d’anticipo. Le sue apparizioni erano delle vere e proprie strabilianti “performance”, in cui lei si disincarnava e si trasformava, diventando un essere di sua invenzione, una creatura di sogno, un’icona senza sesso e quasi incorporea (la sua magrezza forse era anch’essa strumentale). La coreografia di queste “visioni”, da lei curata minuziosamente, contribuiva a creare l’incanto; animali esotici, luci inaspettate, paggi dipinti d’oro, scimmie mascherate, inquietanti creature meccaniche come la famosa pantera ruggente… Era più che teatro: era una sorta di “quadro animato” che lasciava attoniti. Anche la moltiplicazione del suo volto in centinaia di ritratti, commissionati agli artisti – più o meno celebri – dell’epoca, non era sterile narcisismo ma era per lei la conferma di esistere e la rassicurazione che qualcosa sarebbe sopravvissuto di quella messinscena che era poi la sua creazione artistica (proprio come oggi i performers immortalano le loro azioni tramite video). Il clou di questa sua opera di fascinazione fu probabilmente quando sostituì se stessa con una statua di cera con le sue sembianze e abbigliata con i suoi vestiti, che faceva sedere a tavola accanto agli ospiti sbalorditi.  Davanti a questa donna che nella sua essenza era davvero “inafferrabile come un’ombra dell’Ade” le artiste odierne – Marina Abramović in primis – impallidiscono.

Tra tutti gli eventi mondani che costellarono la vita della marchesa Luisa Casati ce ne fu uno che segnò una netta linea di confine tra lo splendore di un’esistenza all’insegna della genialità e dell’artifizio e il rovinoso declino.

Era il 1927 e fu un ballo in costume ispirato all’occultista settecentesco Giuseppe Balsamo, Conte di Cagliostro. Al Palais Rose (villa principesca vicino a Versailles, a Le Vésinet, che in precedenza era stata dimora del suo amico Conte di Montesquieu) l’allestimento era costato una cifra folle ed era curato nei minimi dettagli: centinaia di torce in cristallo di Lalique, candele nere, sculture di ghiaccio, barman vestiti da diavoli con costumi di velluto ricamati in giaietto… La Marchesa avrebbe fatto la sua entrata abbigliata, ovviamente, da Cagliostro con un completo pantalone intessuto d’oro e d’argento, brandendo una preziosa spada in cristallo di rocca.

Ma la malasorte era in agguato: il ricevimento fu funestato da un improvviso nubifragio, una tempesta impressionante che travolse il corteo degli ospiti, divelse i padiglioni allestiti in giardino, devastò le tavole imbandite, spense le luminarie e fece fuggire terrorizzati gli invitati, in mezzo al fragore dei tuoni. La tragica apoteosi fu la figura di Luisa Casati rimasta sola, disperata, illuminata dai lampi, grondante d’acqua, col suo fantastico costume ridotto a uno straccio da circo e con la spada alzata quasi a voler contrastare gli elementi. Un’immagine struggente e simbolica.

Il disastro del ballo in maschera rappresentò per la Marchesa l’inizio di una malinconica parabola discendente verso la miseria e la solitudine. Vari episodi tragici che seguirono – tra cui la misteriosa morte di un giardiniere trovato cadavere in giardino, in parte divorato dai suoi animali da compagnia – alimentarono voci inquietanti che la Casati fosse maledetta. Molti cominciarono a evitarla. Alcuni dei suoi amici più vicini, come Bakst, Isadora Duncan, Djagilev, morirono proprio in quegli anni e lei si trovò sempre più isolata. I debiti si accumulavano e gli inviti, al contrario, scarseggiavano. Ormai la Marchesa era come un’attrice senza palcoscenico. Sebbene i suoi capitali si fossero paurosamente assottigliati, continuò a spendere con totale incoscienza per cercare di mantenere quello stile di vita cui era avvezza. Faceva  affidamento sui crediti che le venivano concessi grazie alla sua fama di nobildonna molto ricca e non esitava, quando necessario, a pagare fornitori e negozianti sfilandosi gioielli anche di grande valore per compensare cifre irrisorie. Priva di qualsiasi buon senso in fatto di economia, si rifiutò sempre di aderire a una visione della realtà asservita alle logiche del vile denaro. Pensava che i lavori, i servizi, le cose d’uso quotidiano andassero compensati con doni; perciò disponeva liberamente degli oggetti preziosi di cui era circondata anche per pagare piccoli debiti e poteva incapricciarsi un oggetto qualsiasi, anche un banale gingillo, e pagarlo con un anello di brillanti.

La crisi mondiale del 1929, legata al crollo della borsa di New York, fu il colpo di grazia. Si trovò a dover fronteggiare un debito enorme, accumulato in anni di dissennata leggerezza: una cifra quantificabile in circa trenta milioni di dollari odierni. Fu una vera e propria “debacle” che la portò alla bancarotta; evitò per miracolo la prigione ma fu obbligata a svendere le sue proprietà che vennero battute all’asta nel dicembre del 1932. Luisa, disperata, implorò Gabriele D’Annunzio, cui era stata legata da un rapporto di grande complicità, di aiutarla a salvare parte dei suoi oggetti… ma lontani erano purtroppo i giorni in cui il poeta, palpitante di desiderio, le scriveva: “I rosai del Vittoriale ti aspettano per fiorire”. Lui – ormai vecchio e malato – non la degnò di alcuna risposta. E tutto fu perduto.

Per la Marchesa, accompagnata da qualche animale da compagnia superstite, iniziò un periodo faticoso, di umilianti peregrinazioni; ospite di amici, accampata in stanze d’albergo, installata in alloggi temporanei da cui spesso veniva cacciata a causa d’interventi di “abbellimento” non graditi dai proprietari (a Parigi fu sfrattata da una casa che aveva affittato perché voleva far dipingere d’oro gli alberi del giardino). Tuttavia ancora riusciva a sorprendere; in qualche rara occasione mondana, dando fondo agli ultimi spiccioli, riusciva magicamente a creare costumi degni della sua fama. Nel 1935 fece un’entrée nella sala da ballo di Étienne de Beaumont vestita da Elisabetta d’Austria. Fu la sua ultima eclatante apparizione in società.  Ritratta in quell’occasione da Man Ray, appare ancora ammaliante: un macabro fantasma dell’imperatrice Sissi, fasciata in un abito nero ornato di piume di struzzo e pelliccia di scimmia, con stelline di diamanti scintillanti nel rosso dei capelli.

Ben presto la Casati si rese conto di avere intorno terra bruciata; nella disgrazia, la società mondana che prima la corteggiava per la sua eccentricità che la rendeva ambita ospite nei salotti, non la cercava più. Allora abbandonò tutto – era il 1938 – e partì per Londra, dove poteva contare ancora su alcuni buoni amici, nonché su di una nipote, Moorea alla quale era però vietatissimo chiamarla nonna: “Ricordati che non siamo parenti” la ammoniva, timorosa che lei in pubblico potesse rivelare quella parentela che avrebbe fatto intuire la sua età. Dalla capitale britannica non se ne andrà mai più.

Beaufort Gardens, London

I quasi vent’anni che passerà a Londra furono per la Marchesa anni faticosi, d’indigenza e solitudine, che la guerra contribuì a rendere ancor più duri.

La cosa sorprendente di questa donna che aveva vissuto fasti inimmaginabili e avuto a disposizione un patrimonio che pareva inestinguibile, è che anche nella miseria conservò intatta quella dignità che la rendeva pur sempre una “gran dama”, anche vestita di stracci. Nel lungo e triste epilogo della sua vita, Luisa non mostrò mai rimpianti né nostalgia. Non ritornava mai sul passato, non raccontava degli splendori che aveva vissuto. La vecchia vita, lasciata alle spalle, aleggiava senza che lei vi prestasse attenzione, come un sogno sbiadito nei vaghi ricordi dell’alba. Le feste, i costumi incredibili, le notti scintillanti a Venezia, Parigi, Capri, St. Moritz, i palazzi sontuosi, la galleria dei suoi ritratti… tutto era svanito come un miraggio. Lei mostrava indifferenza e affrontava la sua nuova cupa esistenza senza lamentarsi ma con lucidità e creatività (anche aiutata da qualche grammo di cocaina o di oppio). Accettava con nonchalance che amici di buona volontà le foraggiassero un magro conto in banca – il primo della sua esistenza – che le permetteva di vivere assai modestamente.

Corè nella Stanza della Musica al Vittoriale, scultura in bronzo di Paolo Schmidlin

In residenze più o meno squallide secondo i mezzi del momento (a Londra abitò in quindici case diverse), si dedicava alacremente alla sua passione per l’occultismo in compagnia di qualche sparuto amico e dei suoi pechinesi; dal fantasmagorico serraglio di animali esotici che l’avevano accompagnata in passato, aveva dovuto ripiegare su questi cagnetti che amava moltissimo e per nutrirli, nei momenti più difficili, arrivava a privarsi del cibo. Le case erano sempre poco illuminate – per risparmiare sull’elettricità – e zeppe di oggetti bizzarri, recuperati chissà dove o sopravvissuti ai vari traslochi: un vecchio divano in crine, un ritratto di D’annunzio, fiori finti, una testa di leone impagliata, pendole rotte… a questi si aggiungeva un incredibile bric-à-brac di oggetti magici – globi di cristallo, incensi, feticci – che usava nei suoi “rituali” e nelle sedute spiritiche. Altro suo hobby era quello di comporre dei collages con immagini che ritagliava da libri e vecchie riviste; in questo lavoro creativo dimostrava notevole gusto estetico e una cultura brillante, con sprazzi di autentica ironia. Raccoglieva le sue creazioni in grandi album rilegati in cuoio.

Pur privata della sua ricchezza, non abdicò mai alla trasandatezza. A Londra aveva adottato una tenuta che divenne la divisa dei suoi ultimi anni; un nero totale, dall’abito in velluto attillato, ai lunghi guanti, agli stivaletti alti, al cappello a cilindro da amazzone con veletta di pizzo.  Dimenticate per sempre le sontuose tuniche di Mariano Fortuny e gli abiti di gusto persiano di Paul Poiret, rinunciò anche ai colori che più amava – il bianco, l’oro, l’argento, il verde, il viola… nonché quel lo che era allora chiamato “rosa ignobile” e che Elsa Schiapparelli rilanciò, molti anni dopo, col nome di rosa shocking.  Paludata di nero, magrissima, dietro alle velette s’intravedeva una maschera sinistra: il volto bianco gesso, i capelli di un rosso improbabile, gli occhi pesantemente bistrati, la bocca come un taglio scarlatto… era un’apparizione stupefacente.  Persino i bambini invece di essere spaventati ne erano attratti, come se questa signora, che si rivolgeva a loro sempre in toni gentilissimi, fosse stata un personaggio fiabesco, pronto a volar via su una slitta fatata. A raccontare la Casati di quel periodo restano alcune foto del 1942 – scattate da un giovane vicino, Carl Reitlinger – che testimoniano quanto fascino ancora lei sprigionasse, pur non più giovane. Degli stessi anni è anche il suggestivo ritratto che le fece Augustus John, che oltre ad esserle fedele amico la aiutò sempre economicamente: nel dipinto appare magnifica e stregonesca, gli occhi ipnotici che trapassano lo spesso velo del cappello, seduta con un gatto nero in grembo sotto a un cielo tempestoso alla maniera di Goya.  Si comprende ciò che di lei scrisse Jean  Cocteau: “ Ella non piaceva; stupiva.”

L’ultima foto fatta alla Marchesa da Cecil Beaton (1954)

Con l’avanzare inclemente della vecchiaia, Luisa divenne una figura struggente ma mai patetica. I suoi abiti assunsero un aspetto polveroso e sempre più liso; lei li arricchiva con brandelli di pelli di leopardo, spille, piume di fenicottero, pizzi spesso recuperati frugando nei bidoni dell’immondizia. Anche il cappello appariva ormai schiacciato e informe, ma la veletta rimaneva a farle da schermo e a proteggerla dagli sguardi troppo indiscreti.  Ormai si truccava gli occhi con del lucido nero per stivali e si applicava ciglia finte meticolosamente costruite con i crini del suo divano sfondato. Veniva ancora invitata a qualche serata dove la sua figura, che evoca lontani splendori, destava curiosità: lei rimaneva in disparte ma la sua presenza non passava mai inosservata. Esattamente come molti anni prima, all’epoca dei suoi trionfi, la Casati splendeva con la sola forza della sua presenza.  Anche negli anni del suo fulgore non era mai stata ciarliera, anzi era da sempre silenziosa e raramente si udiva la sua bella voce profonda.  Sorprendentemente timida e di rado sorridente, manifestava la sua attenzione con cenni d’assenso e brevi misurati interventi.  Il suo “verbo” era il magnetismo che emanava. Witold Lovatelli, ricordando una soirée dei tempi d’oro, scrisse che, tra le tante donne spumeggianti, era rimasto affascinato proprio dalla sua figura silente: “… altrove brillavano le perle e gli occhi fosforescenti della Marchesa Casati, elegantissima nell’enigma plastico della sua strana bellezza.”

In una delle ultime, malinconiche serate londinesi Cecil  Beaton riuscì a scattarle alcune foto a tradimento, fingendo di interessarsi ai suoi pechinesi. La mitica Marchesa, con uno scatto stizzito, difende il suo sfacelo alzando una mano guantata. Queste ultime immagini rubate rimangono a fare da epitaffio al suo mito: una vecchia signora dalla bocca avvizzita, un po’ insaccata ma sempre assolutamente regale.

The Marchesa Luisa Casati’s grave at Brompton Cemetery, London

Un pomeriggio del 1957, dopo una seduta medianica, Luisa si accasciò sul tavolo del suo appartamento colpita da un ictus, proprio com’era successo al suo amato D’Annunzio, circa vent’anni prima. Aveva settantasei anni. Ricomposta nella bara col suo abito di velluto nero e truccata secondo le sue volontà, fu sepolta nel cimitero di Brompton. Nel rigore della morte la Marchesa Casati aveva assunto la solennità di una scultura gotica, accentuata dal fatto che uno dei suoi amati pechinesi, impagliato, era stato deposto ai suoi piedi nella cassa, per farle compagnia nella fredda terra.

Paolo Schmidlin

Si ringrazia Ryersson & Yaccarino / The Casati Archives – marchesacasati.com per la fornitura di alcune immagini presenti nell’articolo.


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