PRESENZE DELL’EROS NELLA NARRATIVA DI GIORGIO BASSANI | Gli occhiali d’oro e Dietro la porta

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di Sandro De Fazi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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La presenza dell’io

Ci sono tre romanzi di Giorgio Bassani considerati da lui stesso appartenenti alla “trilogia dell’io”, quelli dove ha cercato di «dare fondo all’io dei sentimenti, all’io della vocazione artistica, l’io della vocazione sentimentale, l’io della vocazione erotica» (cfr. l’intervista ad Aldo Rosselli, in Giorgio Bassani, Interviste 1955-1993, Feltrinelli 2019, p. 18). Si tratta de Gli occhiali d’oro, che vide la luce nel 1958 prima di successive revisioni, Il Giardino dei Finzi-Contini del 1962, suo capolavoro indiscusso, e Dietro la porta del 1964. In almeno due di questi tre romanzi legati all’io profondo, cioè Gli occhiali d’oro e Dietro la porta, la tematica omosessuale è evidente, in un autore ufficialmente “eterosessuale”, è anzi la vera protagonista insieme alle fondamentali memorie ebraico-ferraresi (anche se pure nel Giardino il rapporto tra Alberto e Malnate non è alieno da allusioni in quella direzione). Né riguardo a tale presenza dell’io va dimenticato che Bassani si considerava sempre e comunque un poeta.

Ne Gli occhiali d’oro Eraldo Deliliers è pendolare, insieme a studenti universitari suoi amici, su un treno dove due volte alla settimana incontra Athos Fadigati, che vuol prendere una libera docenza a Bologna. Si va creando tra il gruppo di giovani, tra i quali c’è il narratore – esterno alla vicenda principale ma chi dice “io” è co-protagonista insieme agli altri personaggi – e Fadigati una simpatia cameratesca per via del viaggio in comune. Fadigati è uno stimato professionista conosciuto in tutta Ferrara, da tempo si vocifera sulla sua omosessualità senza che lui l’abbia mai manifestata, sebbene si sappia che la sera frequenta i cinema cittadini alla ricerca di compagnia maschile. In uno di questi viaggi in treno sulla tratta Ferrara-Bologna, il biondo e bellissimo Eraldo ha la sfacciataggine di chiedere a Fadigati di guardargli i genitali con la scusa di farsi visitare per qualche malattia venerea che può aver contratto. Il ragazzo è, per incidens, un richiestissimo tombeur des femmes e, a tempo perso, un boxeur che crede poco agli studi e preferisce i guadagni facili. Il dottor Fadigati è un benestante otorinolaringoiatra, gli dice che quelle parti del corpo non rientrano nelle sue competenze. Eraldo insiste, allusivo: «Vada là che se ne intende, e come!». Alla protesta del dottore: «qui in treno… come si fa?» non ha difficoltà a replicare, chiaro e puntuale: «c’è sempre il gabinetto, se vuole».

Fadigati ritorna, sia pur non da protagonista, in Dietro la porta. È stato paragonato al proustiano M. de Charlus di Sodoma e Gomorra, esattamente da Sergio Parussa, come ci informa Alessandro Giammei nel suo saggio Queer love in Giorgio Bassani’s Garden (in Atti del convegno internazionale “Luoghi dello spirito, luoghi della scrittura. Giorgio Bassani a Ferrara, Firenze, Roma” a cura di Portia Prebys e Stefano U. Baldassarri, Editoriale Le Lettere, 2020, pp. 75-98): Fadigati è infatti uno dei primi personaggi scopertamente gay nel romanzo italiano di argomento omoerotico. Ma ha senso, si domanda Giammei e noi con lui, usare la categoria di “romanzo omoerotico” a causa della presenza di un personaggio gay e di un plot che ne consegue? In altri termini, che senso avrebbe definire L’educazione sentimentale di Flaubert romanzo eterosessuale e Maurice di E. M. Forster romanzo omosessuale? Sulla questione torneremo più avanti. In Dietro la porta, Fadigati va a casa del narratore che all’epoca dei fatti è un ragazzo di prima liceo classico, sofferente di un ascesso alle tonsille.

Il romanzo è la storia, ambientata nel 1929-1930 o, meglio, è la rievocazione di un’adolescenza nella Ferrara degli anni di poco precedenti le leggi razziali. Vi si rappresentano i complessi rapporti tra chi dice “io” e i suoi due compagni di scuola Carlo Cattolica e Luciano Pulga, assai diversi tra loro. Carlo appartiene a una classe sociale superiore, è un vincente, abita in un Olimpo irraggiungibile e sfugge al narratore. La ricerca intrapresa dall’io sembra voler procedere verso Carlo, tanto più intrigante quanto più situato altrove, ma non si stabilisce in quell’ambito alcun rapporto. Si sviluppa invece l’amicizia con Luciano Pulga, che è un proletario disinvolto, sfrontato nell’irretire l’ingenuo compagno. O è invece quest’ultimo a provocarlo? In uno dei tanti pomeriggi di studio a casa dell’amico, «Luciano si sbottonò i pantaloncini e mi mostrò il membro». È un colpo di scena che va rendendo il destinatario dell’esibizione più consapevole dei propri moventi, diverso dal già marcatamente artista “giovane” Tonio Kröger nella novella di Thomas Mann: niente di simile accadrà mai tra questi e Hans Hansen. «Quindi pretese – racconta Bassani – che anche io facessi altrettanto. Ero stato sempre pudicissimo, fin da bambino, e riluttavo. Ma lui insisteva, e finii con l’accontentarlo». L’altro fa lo stesso, Luciano si riabbottona e si sbottona di nuovo. Vanno avanti così per giorni e giorni né manca la descrizione della “cosa” di Luciano: «non avrei mai supposto che un tipo così da niente celasse nei calzoni una cosa – una cosa, sicuro: non c’era espressione più adatta per definirla! – talmente sproporzionata: un che di gonfio, bianco, ma soprattutto enorme».

È chiaro che tutte queste amicizie adolescenziali sono amori, accennati o maldestramente vissuti, destinati a effimera durata ma comunque presenti nella fantasia dell’io che dà loro la dignità della memoria poetica. Carlo è l’eletto, Luciano è il negletto e il narratore continua nei suoi rapporti con quest’ultimo, tenendosi lontano dal primo. Poi accade l’inaspettato: uscendo da una palestra tra altri ragazzi incontra Carlo che lo prende a braccetto e gli parla, si interessa a lui mostrandosi insolitamente amichevole. Sempre freddo e autosufficiente come una statua neoclassica, da quali intenzioni è mosso ora? Pare incredibile eppure Carlo lo avverte che Luciano parla molto male di lui, e per aiutarlo escogita un piano: verrà a casa sua, dove troverà Luciano insieme a Boldini e Grassi, frequentatori abituali di Cattolica, suoi cortigiani, ma non si farà vedere. Si limiterà a nascondersi in una stanza accanto e da lì avrà la prova del tradimento di Luciano, ascolterà di nascosto le aberrazioni che dirà contro di lui. Da Carlo gli arriva così una dimostrazione di amicizia che lo sorprende. Perché vuol metterlo in  guardia da Luciano?

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«Non so se vero o falso mi parea»

Succede quanto previsto: Luciano, in uno degli inconfondibili liberi indiretti di Bassani, sparla ai tre amici di tutti, professori e compagni, in modo goliardico, ma quando finalmente arriva a lui – che, dietro la porta della stanza accanto, sente tutto molto bene – lo appella «finocchio e «busone». Dal giorno seguente, a scuola, il ragazzo rompe con Luciano senza però recriminare nulla, eviterà di parlargli e rivederlo ancora.

L’epilogo è triste, un mese dopo, in riva al mare di Cesenatico. Inaspettatamente gli capita davanti proprio Luciano Pulga, ne nota ancora il «rigonfio abnorme del sesso» sotto il costume. Ma, dopo tanti trascorsi, Luciano lo informa che dovrà lasciare Ferrara, che non si vedranno più, il loro è un addio. Ma gli dicesse pure, gli spiegasse, il motivo dell’incomprensibile freddezza che negli ultimi tempi aveva notato, senza il complice cameratismo di una volta. L’altro si guarda bene dal rivelarglielo. Non osando affrontare la verità, una verità dai molti volti che il presente stempera in elegia, decide di restare orgogliosamente in silenzio davanti all’Adriatico bello come non mai. Dopo essere stato deus ex machina nel mettere davanti agli occhi dell’io la verità di Luciano, o una parte della verità, Carlo resta sullo sfondo, assente. All’io è stato concesso un amore inferiore, più volgare e più tangibile. Se non fosse la prosa dello scrittore a nobilitare il tutto, Dietro la porta sarebbe un tipico dramma dell’adolescenza, dai risvolti romanzabili per via dei rapporti che intercorrono tra Luciano e il compagno. Si colgono tratti in comune tra Eraldo Deliliers de Gli occhiali d’oro e Luciano Pulga. Sono entrambi sfacciati, disinibiti al massimo e privi di scrupoli morali nei confronti delle loro prede e dei narratori dei due romanzi, benché Eraldo eserciti il proprio fascino specificamente su Athos Fatigati. Un’influenza analoga è irradiata da Giampiero Malnate nel Giardino. Dal racconto di Micòl si apprende che è amicissimo di Alberto, che si appartano sempre a confabulare, «pissi pissi, bau bau», non già di donne perché «conoscendo Alberto, che in questo campo era sempre stato piuttosto riservato, per non dire misterioso, lei non si sarebbe sentita di scommetterci sopra due soldi, sinceramente» (parte terza, I). La storia d’amore si sviluppa tra realtà e immaginazione, «ciò che tra Micòl e me era accaduto (o meglio, non accaduto)» fa venire in mente il petrarchesco «non so se vero o falso mi parea».

È fuor di dubbio che ci sia una sensibilità gay nei libri di cui ci stiamo occupando, ma nulla autorizza a dedurne indicazioni a senso unico sull’identità sessuale dello scrittore in quanto persona. Ci porta peraltro a riflettere la testimonianza di Barth David Schwartz, secondo il quale proprio a causa del vizio luciferino dell’avventura notturna scoperto nell’amico, Bassani «smise di frequentare Pasolini» (Pasolini Requiem. Nuova edizione, a cura di Paolo Barlera con la collaborazione di Alberto Pezzotta, La Nave di Teseo 2020, p. 44). Ma la bisessualità appartiene di necessità alle menti creative; scrittori eterosessuali hanno raccontato storie d’amore omosessuale, viceversa “scrittori gay” (etichetta che va dunque discussa) si sono cimentati con l’amore eterosessuale. A nessuno verrebbe in mente di definire L’educazione sentimentale romanzo eterosessuale, ma se parliamo di Maurice è improprio considerarlo romanzo omosessuale? Qui si apre la questione della “narrativa gay”: ne esiste davvero una? È legittimata a esistere?

David Leavitt, introducendo nel 1994 l’antologia di racconti The Penguin Book of Gay Short Stories, affrontava questo tema mettendo ordine una volta per tutte su equivoci e pregiudizi di varia natura, auspicando una letteratura che si presentasse innanzi tutto come un’opera letteraria prima ancora che opera dai contenuti orientati in senso gay: «gli scrittori possono benissimo lasciarsi distrarre – affermava – dalla vista di un bel ragazzo dietro il bancone di un bar: loro possono permetterselo, un’opera letteraria no» (Possono esserci libri gay?, in La nuova generazione perduta, trad. it. di Delfina Vezzoli, Mondadori 1998, pp. 64-65). La priorità è data dalla letteratura e solo in secondo luogo questa può presentare una sensibilità etero o gay indipendentemente dall’orientamento sessuale dell’autore. Che può coincidere oppure no col contenuto del libro.

Sandro De Fazi


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