NON SI SALVI CHI PUO’ | A margine di tre libri, e di un vecchio film

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di Marco Cavalli

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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Non c’è scampo da chi, volendo salvarsi a tutti i costi, e assieme a se stesso salvare il pianeta, manda tutto e tutti in rovina. Sembra lo slogan di un candidato dei Cinquestelle, invece è la morale di tre libri pubblicati da Nero edizioni, il migliore dei quali, Nuova era oscura, di James Bridle (trad. di Fabio Viola, pp. 298, euro 20), analizza con lucidità la sindrome da salvezza che rende particolarmente odiosi i comportamenti distruttivi dell’abitatore del capitalismo totale e totalitario, e invedibile – proprio nel senso di noiosa, stridula, affliggente – la sua protesta contro l’odierno stato delle cose.

L’aspetto antipatico di quella che James Bridle chiama enfaticamente New Dark Age è la malinconia del privilegiato che mentre cementifica il paesaggio lamenta il tasso di inquinamento crescente, mentre pubblica fotografie sui social inveisce contro la mancanza di privacy, mentre invoca a gran voce la legge marziale firma appelli contro la pena di morte, mentre produce a oltranza contesta il consumismo. Il massimo i privilegiati lo raggiungono quando si installano sullo smartphone una app per inibirsi dall’usare compulsivamente le app. La profilassi viene inserita nel circuito di incubazione del male che le conferisce l’unico significato inequivocabile, e il più equivoco di tutti: quello economico.

Nei millennials questo paradosso sembra agire come un corredo genetico, al punto che tutto ciò che essi fanno, dicono, il loro modo di studiare, lavorare, avere rapporti, somiglia a una recita dilettantesca dove il diletto, oltre a non comunicarsi al pubblico, manca negli interpreti. Un cattivo attore è scusabile se si vede il piacere che almeno lui trae dal recitare. Anche nel volontarismo artistico, quand’è sincero e sconsiderato, si può trovare della poesia.

Invece i millennials sono avari di se stessi, non si sa se per calcolo o per istinto ragionieristico. Nei loro vizi come nelle loro virtù non sono mai presenti fino in fondo. Per esempio, si sballano ma senza gioia, bensì con una specie di concentrazione rabbiosa che fa pensare al disbrigo di un compito più che a un divertimento. E infatti subito dopo stanno male, si pentono, fanno voto di salutismo, mettono giudizio; rovinano, rinnegandolo, il piacere che lo sballo dovrebbe avergli arrecato. Di qui a fantasticare uno sballo amministrato, dosato, che rasenti la propria negazione senza toccarla, il passo è breve e rapido.

Di questa e di altre tristezze analoghe parlano Alfie Bown nel suo Capitalismo & Candy crush (Nero edizioni, trad. di Matteo Bittanti, pp. 135, euro 13) e, con un’apertura di compasso maggiore, Mark Fisher in Realismo capitalista (Nero edizioni, trad. di Valerio Mattioli, pp. 152, euro 13). Sono testi che si sforzano di andare oltre un’intelligenza puramente tecnica della situazione, che discutono il loro stesso ruolo all’interno della cultura da essi criticata, interrogandosi sul favore con cui tale critica, anziché subire l’ostracismo e la censura, viene accolta, fatta accomodare, messa a proprio agio.

In almeno un caso, quello di Mark Fisher, il radicalismo della critica, salutato da un successo internazionale e da consensi pressoché unanimi, ha provocato nel suo beneficiario una reazione tanto plateale quanto vana. Sospettando di arrivismo la propria operazione di critica radicale, in cerca di non sapeva nemmeno lui quale impossibile dignità nuova, Fisher si è suicidato, senza immaginare la pubblicità ulteriore che il suo libro avrebbe ricavato da questo gesto.

La sazietà fa sì che il capitalismo definitivo ingaggi le proprie stesse alternative facendone altrettanti oggetti di intrattenimento, di distrazione. Le disamine di Bridle, Brown e Fisher si rivolgono a un destinatario ideale, a un individuo magari intessuto di contraddizioni ma che esiga da se stesso l’accordo tra le parole e gli atti, senza temere in anticipo conseguenze che non conosce perché sperimentate solo ed esclusivamente nel salotto del pensiero. Ma a comprare i libri di Fisher e di Brown e di Brindle sono infine persone che, a forza di rivoluzionarismo intellettuale, si convincono di non aver più bisogno di alcuna rivoluzione. I critici della cultura si salvano anziché perdersi. Scivolano inavvertitamente in una protesta assennata, e da lì a una carriera accademica costellata di onorificenze, costruita sulla demolizione programmatica della mentalità da partita doppia. Insomma, non c’è allegria nella vocazione autodistruttiva dell’individuo-massa del XXI secolo.

Ci era arrivato con anticipo un film indipendente del 1995, campione non di incassi ma di tempismo: Safe, regia di Todd Haynes. Safe parla del vero coronavirus, la medicalizzazione del mondo, e di come questa rientri in un programma di smantellamento di ogni iniziativa personale, di qualsiasi capriccioso colpo di testa arbitrio non preventivato.

La parte iniziale del film racconta la giornata-tipo di Carol, una casalinga giovanile e benestante dei giorni nostri che risiede nella San Fernando Valley. Le sedute dall’estetista, la palestra per curare la forma fisica, le diete di mantenimento, i breakfast a casa delle amiche (indistinguibili l’una dall’altra), i pettegolezzi però svigoriti, impersonali, privi della malizia che dice qualcosa su chi li fa e chi li ascolta: pettegolezzi burocratici, ottemperati più che fatti. E poi le tragedie in un atto che scatenano il protagonismo di una donna di casa: il divano del colore sbagliato, il cocktail che sbilancia il rapporto calorico, eccetera.

Importanti in assoluto sono le location, in primis la casa enorme e minimalista di Carol (interpretata dalla bravissima Julianne Moore), moglie tirata a lucido come una specchiera. Da pelle d’oca le sequenze, e ce n’è più d’una, in cui Carol si guarda allo specchio, spesso specchi a parete che la riflettono di fronte, di spalle e di profilo. I locali della casa, dal salotto alle stanze da letto, sono tutti scenografici in modo sfrontato, trasformano le persone che vi soggiornano in altrettanti elementi d’arredo. Carol si muove in questi ambienti asettici e disinfettati, entra, esce, siede, impeccabile nel gesto, nell’andatura, nel portamento, come una di quelle figure umane in posa nei quadri di Hopper o come un attore truccato e acconciato in attesa sul set che gli venga data l’azione.

Incredibile fino a che punto la vita di una donna moderna consista nella preparazione meticolosa a vivere senza che la vita si manifesti mai.

Carol fa il suo dovere, anche coniugale, con ogni diligenza possibile, ma l’espressione di incredulità desolata che le congela il volto si accentua col passare dei minuti. La maschera di disorientamento si stabilizza; compaiono i primi sintomi di qualcosa che rassomiglia a un attacco di panico scaglionato. Parte la trafila delle visite mediche. Dapprima il medico di famiglia, poi l’allergologo, lo psichiatra, infine l’ospedale, e in ultimo la clinica specialistica alternativa. Qui, intrattenuti più che curati, vegetano ciondolando gli ammalati di malattie per le quali è stato necessario inventare un nome. Le giornate trascorrono tra escursioni mirate “a contatto con la natura”, training di auto-aiuto dove a forza di incoraggiamenti si scivola in una collosa depressione corale, omelie sulla necessaria “propositività” che il responsabile della clinica, in tenuta studiatamente casual, da prete in borghese, tiene dentro un oratorio-refettorio che per essere modern style non fa meno parrocchia di quartiere.

Questo lazzaretto di lusso sperduto in mezzo alle montagne è il culmine di un sistema di soccorso che legittima se stesso rassicurando le proprie cavie fino alla sedazione. Non le abbandonerà mai, sia perché una volta abbandonate le cavie potrebbero prendere delle iniziative e ridiventare vive, cioè imprevedibili, sia perché il sistema ha bisogno che le sue vittime sentano costantemente il bisogno del sistema.

A lungo si aspetta che qualcosa succeda, che Carol faccia succedere una cosa qualunque. Il suo volto è solcato da un’increspatura che non riesce a montare in un’onda di insofferenza, di ribellione. È il dubbio di sapere, di aver sempre saputo, che cosa origina tanto malessere; il dubbio che le cure creino la patologia anziché sradicarla; il dubbio che vi sia della morbosità nel voler classificare come malattia, e rara per giunta, una nausea di sé, del proprio stile di vita, tanto comune quanto condivisa, e che si conosce senza neppure bisogno di nominarla.

Per un po’ ci si aspetta che Carol esploda, tanto la sua faccia sembra preparare un urlo alla Munch. Ma attorno a lei ci sono solo specchi e il loro accerchiamento pare insuperabile. Poco alla volta Carol si persuade del proprio malfunzionamento. Sorride di pura cortesia, cerca di trovare ragionevole la prostrazione, inevitabile lo sfacelo, di farsi piacere anche la tortura di curarsi e non guarire. Perché l’unica cura in cui crediamo ciecamente è quella che non dà risultati, che ci conferma nella nostra politica di rassegnazione.

Assieme al certificato che la condizione morbosa toccatale in sorte è esclusiva, la medicina fornisce a Carol l’assicurazione che non ne uscirà neppure in caso di guarigione. Non solo Carol è in salvo pur non avendo fatto niente per rischiare di perdere qualcosa, ma rimarrà per sempre al sicuro e tagliata fuori da tutto: essere umano finito, con le molle interne spezzate, che ha imparato a godere flebilmente ma tenacemente di quel poco di esistenza vegetativa che le resta.

L’attuale tendenza a gingillarsi con concetti quali sviluppo sostenibile (un ossimoro che ricorda le giravolte a vuoto di certe formule politiche del secolo scorso, tipo convergenze parallele) prova l’insensibilità alla quale siamo pervenuti anche nell’opera di distruzione delle risorse naturali e industriali. Il consumo non procura nessuna gioia di prima mano, proprio come la produzione che lo precede. Non possiamo più fare a meno della malattia, e neanche di cercarle un rimedio che non sia a misura della malattia, e dunque funzionale al suo sostentamento.

L’essere umano del XXI secolo si è chiuso a chiave dentro le proprie paure e passa il tempo chiedendo alla gabbia di restituirgli la libertà purché questa non metta a repentaglio tutte le preziose comodità offerte dalla prigionia, e anzi le preservi. Come scrive Fisher in Realismo capitalista: “Il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è un consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine”.

Nell’ultima sequenza di Safe si vede Carol dentro il suo bunker personalizzato, una bolla di cemento dall’interno spoglio, intonacato a calce, una bombola d’ossigeno accanto alla branda e un piccolo specchio appeso alla parete. Malinconica Nefertiti, Carol interroga con sguardo spento ciò che resta della propria immagine, e le bisbiglia “I love you”: naturalmente, a scopo terapeutico.

Marco Cavalli


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