IL FUOCO DENTRO | Eleonora Duse, Divina italiana | di Paolo Schmidlin

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di Paolo Schmidlin

 

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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Agli inizi degli anni Trenta Rouben Mamoulian, acclamato regista di Hollywood, interpellò Greta Garbo all’apice della carriera pensando a un film sulla Duse. La Garbo, temendo un fiasco, declinò e il progetto fu archiviato. Sarebbe stato davvero interessante vedere la “Divina” americana per antonomasia interpretare l’attrice d’oltreoceano che ancora oggi è ricordata con lo stesso ridondante appellativo.

Eleonora Duse nasce il 3 ottobre 1858 in un alberghetto di Vigevano, il Cannon d’Oro; questo venire al mondo in un “luogo di passaggio” è già presagio di quella che sarà la sua vita, errabonda in giro per il mondo, totalmente dedita al teatro. Notti in treno, in nave, in hotel di ogni categoria… La sua vera casa è il teatro e solo pochi luoghi eletti saranno il rifugio dei giorni difficili. Il padre, Vincenzo, era un attore che girava per il nord Italia, l’Istria e la Dalmazia, portando in scena spettacoli di vario genere che venivano allestiti in occasione di fiere e mercati. Gli attori, per lo più dei guitti, si spostavano a piedi o con carri, ancora come ai tempi del Goldoni, e si esibivano su palcoscenici traballanti, montati in piazze e cortili. Eleonora, sballottata da una cittadina all’altra, frequentò solo saltuariamente le scuole, dove veniva sbeffeggiata dagli altri bambini come fiol de sciarlatan poiché gli attori non godevano di rispetto né di buona nomea.

Questa bambina timida e solitaria impara presto a leggere e a scrivere ed è affascinata dalle parole e dai libri, che acquista avida, appena riesce a raggranellare qualche moneta. Ha un’indole sensibile e profonda e un’intelligenza vivace. Viene spinta in scena piccolissima, a quattro anni, per interpretare Cosetta ne I miserabili di Victor Hugo. Al fine di farla piangere per esigenza scenica, dietro le quinte le affibbiano qualche vigorosa cinghiata sulle gambette magre… All’epoca era uso che anche i bambini calcassero le scene; non era necessaria una grande preparazione perché ci si affidava per lo più al suggeritore che, nascosto dietro al sipario, forniva le dritte principali. Ciò consentiva di cambiare repertorio quasi ogni sera. Anche la recitazione era piuttosto sommaria; ci si affidava a manualetti, come il Prontuario delle pose sceniche di Morelli, che suggerivano come atteggiarsi in scena per simulare passione, amore, ira, dubbio… Sul palco era tutto un rotear d’occhi, uno sbracciarsi convulso e gli attori si specializzavano in parti fisse, proprio come all’epoca della Commedia dell’Arte: ”l’amoroso”, “la madre nobile”, “il vecchio avaro”, “il servo stupido”… In seguito fu proprio Eleonora Duse – che andò in scena in veste di adulta a soli dodici anni, sostituendo la madre malata nel ruolo di Francesca da Rimini nell’omonima tragedia – a rivoluzionare questo sistema teatrale e recitativo ormai polveroso e vetusto.

Fu recitando Giulietta e Romeo di Giuseppe Daldò all’Arena di Verona che la giovane sperimentò quello che definì “lo stato di grazia”: davanti all’anfiteatro indorato dai bagliori del sole calante, accarezzata dall’aria tiepida di quella sera di fine estate, con mille occhi luccicanti che la osservavano, s’innamorò del teatro di un amore furioso, che sarà a lungo ricambiato. Racconterà che in quel momento le parve che ogni parola, prima di uscire dalle labbra, passasse “attraverso tutto il calore del mio sangue”. Proprio durante una delle rappresentazioni a Verona, il 15 settembre del 1875, le giunge notizia della morte della madre; lei caccia indietro le lacrime e si presenta comunque in scena.

Eleonora si butta a testa bassa in un ambiente durissimo e competitivo, dove fatica ad affermarsi perché la sua figura ancora ossuta e scialba è considerata poco appetibile dai capocomici. Sono anni fatti di titoli mediocri, di teatri secondari, di magri incassi, di pensioncine pulciose. Lei però non demorde e riesce ad approdare infine al Teatro dei Fiorentini a Napoli, il più famoso dell’epoca, dove appena ventenne riesce ad essere inserita nella compagnia della nota attrice Giacinta Pezzana.

Napoli, che all’epoca é la città più internazionale e creativa d’Italia, consacra questa giovane attrice che sul palco “vive”. Sì, “vive”, perché con lei la finzione scenica sembra lasciar posto alla verità: la Duse sembra piangere lacrime vere, soffrire di ferite che le lacerano l’anima, palpitare di puro amore. È una creatura umana, non un mero simulacro da palcoscenico. “Era una donna che ogni sera ti prendeva il cuore e lo strizzava come un fazzoletto” scrisse di lei Giovanni Emanuel, un attore intelligente che fu tra i primi ad apprezzarla. Napoli oltre a calorosi successi (Otello, Oreste, ma soprattutto Teresa Raquin di Zola) le regala anche sussulti amorosi, i primi per lei che aveva conosciuto l’amore sulla scena ma non ancora nella vita; chi la conquista è un affascinante giornalista napoletano, Martino Cafiero, che la seduce con passeggiate in carrozzella e cenette intime ma, soprattutto, introducendola nell’ambiente del giornalismo dove gravitano i più importanti intellettuali del tempo. Tra costoro Matilde Serao, che diventerà la sua più cara e intima amica. Martino dal canto suo è uno scafato seduttore, volubile…si stanca presto di questa relazione e vive quasi con fastidio il pathos con cui la Duse impregna il rapporto; quando lei parte per Torino, non si degna neppure di andare a salutarla alla stazione. Eleonora presto si scopre incinta; implora un incontro che lui le concede a fatica, obbligandola ad affrontare un massacrante viaggio in treno fino a Roma. La liquida in maniera dura e scortese e lei, disperata, si rifugia a Marina di Pisa, dove qualche mese dopo partorisce un bambino che sopravvive solo un paio di giorni.

Riprende le recite nel 1880, prima a Torino al Carignano e poi a Firenze dove, all’Arena nazionale con Scrollina, è finalmente lei la “prima attrice”. È il vero inizio della sua parabola ascendente che la porterà a calcare i teatri di tutto il mondo. La sua recitazione è qualcosa che mai si era visto prima: parla piano – a fior di labbra – e i suoi silenzi, il suo sguardo doloroso, i suoi sussulti, rimarranno leggendari. Sono interpretazioni nelle quali gli sguardi e i gesti sono più importanti delle parole. C’è l’anima, non solo testa e cuore: una ventata di modernità nel muffoso panorama del teatro italiano, dai toni stentorei, della fine del secolo.

In Francia già da anni la famosa Sarah Bernhardt (1844-1923) aveva ipnotizzato le platee col suo nuovo modo di affrontare la scena, e la stessa Duse era una sua appassionata ammiratrice. L’aveva vista quando era giunta in tournée a Torino, con ingaggi fiabeschi e circonfusa di gloria, per rappresentare La Signora delle camelie; la seguivano gabbie piene di cani e gatti, un leoncino al guinzaglio e un giovane e aitante marito greco… La Bernhardt era una creatura fatale, diafana, dall’immagine felina, sinuosa e sofisticata; la Duse mostrava invece un più pronunciato realismo, col suo viso olivastro da italiana che travalicava i canoni classici, i capelli spettinati, lo sguardo dolente. Ma con l’età adulta, perduta la gracilità adolescenziale, ella sviluppa una presenza statuaria e materna che riempie la scena. La maternità vera e propria arriverà nel 1882 con la nascita della figlia Enrichetta, a seguito del matrimonio “rispettabile” che si era finalmente realizzato dopo la delusione di Cafiero: il prescelto era stato Tebaldo Cecchi, un uomo maturo e posato, anche lui attore.

Dopo il parto Eleonora ha seri problemi di salute – prodromo della malattia polmonare che la accompagnerà tutta la vita – ma dopo alcune settimane di convalescenza, ricomincia con gli spettacoli mietendo importanti successi e appropriandosi anche del cavallo di battaglia della Bernhardt, il ruolo di Margherita Gaultier che lei interpreta in modo assolutamente nuovo. Ormai è un’attrice di grande notorietà e a teatro le recapitano fiori e doni preziosi, come un anello di brillanti e una spilla di perle perfette. Tuttavia, la cosa che la fa sentire gratificata – più ancora degli applausi e dei gioielli – è la stima di intellettuali di grande levatura, che la omaggiano in teatro, come Giuseppe Giacosa. Lui le presenterà personaggi del calibro di Emile Zola, Fogazzaro, Giovanni Verga… Tra costoro anche il librettista di Giuseppe Verdi, Arrigo Boito, che nel 1884 inizierà un corteggiamento serrato, con biglietti galanti e romantici cadeau. La Duse capitola rapidamente, conquistata dalla dialettica di questo affascinante trentottenne: diventano amanti clandestini. Lui la introduce negli ambienti della Scapigliatura milanese e la aiuta a crearsi un proprio linguaggio, anche letterario, e a sgravarsi di qualsiasi complesso d’inferiorità intellettuale. Lei scrive lettere molto belle e originali, e amplia la sua cultura che fino ad allora era stata un po’ “da autodidatta”.

Sono anni in cui intraprende numerosissimi viaggi all’estero, più di cento tournèes in meno di un decennio. Russia, Europa, Argentina, Stati Uniti… dove nel 1896 è perfino ricevuta alla Casa Bianca dal presidente Cleveland. La sua bravura è tale che, pur recitando in italiano, riesce a coinvolgere anche chi non conosce la lingua. Si ha la sensazione di comprendere il testo solo ammirando la sua arte recitativa perché parla un linguaggio universale, che è quello della sua meravigliosa maschera tragica: gli occhi intensi, le mani nervose, la voce che s’incrina… Qualcuno definirà il pathos che lei emana “il genio della nevrastenia”. A trent’anni la Duse, osannata da pubblico e critica, è una diva internazionale e una donna sofisticata.

La distratta trasandatezza dei suoi esordi – quando presa dal fuoco dell’arte, poco si curava della sua estetica (sempre un po’ scarmigliata, con i cappelli di traverso, le bluse male abbottonate, i guanti laschi) – ha lasciato il posto a un’immagine nuova; il successo consolidato e l’agiatezza economica le consentono lussi prima impensabili e una reale metamorfosi.  Spende cifre astronomiche per gli audaci abiti da sera di Worth, per i sontuosi mantelli di Poiret, per le sublimi tuniche di velluto stampato in oro zecchino di Mariano Fortuny (una delle quali battezzata “Eleonora”), per i soprabiti delle Case Bellom e Megugliani (fornitrici della Casa Reale), per le pellicce di zibellino, ermellino, astrakan… Non disdegna il viola – neppure in palcoscenico – e ama colori inusuali, dai nomi evocativi: “polpa di melograno”, “quercia”, “feccia di vino”… Cambia anche nell’aspetto e si presenta al pubblico apparentemente senza trucco, priva di rossetto o fard a ravvivarle le guance, ma in realtà schiarisce il suo incarnato abbronzato con un cerone avorio, sfumato di cipria. È una presenza che lascia ammaliati.

In questo periodo di splendente maturità avviene un incontro che segnerà a fuoco la sua vita perché sarà un intreccio d’amore e sofferenza che durerà anni: nel 1894 incontra, a Venezia, Gabriele d’Annunzio. Lei è già un mito e abita all’ultimo piano di Palazzo Barbaro-Walkoff, accanto a Cà Dario; lui è un giovane poeta molto discusso e molto famoso in Italia.  D’Annunzio vede nella Duse l’ideale interprete dei suoi drammi teatrali; da tempo coltiva l’idea di creare la “tragedia moderna” sullo stampo di quella antica e lei gli appare come l’unica degna a rappresentarli. Lui è bruttino – calvo, il colorito asfittico, i denti davanti cariati – ma affascinante e la corteggia in maniera un po’ interessata poiché intuisce la potenzialità di farsi promuovere da un’attrice di tale fama. Eleonora, che dal punto di vista emotivo è una donna fragile e insicura, affamata di sospiri d’amore, capitola di fronte a quest’uomo – più giovane di lei di sei anni – che la irretisce con gli audaci slanci della sua prosa. Diventano amanti proprio all’Hotel Danieli sulla Riva degli Schiavoni e sigillano un patto: lui avrebbe scritto dei drammi pensando a lei che li avrebbe rappresentati. Eleonora s’installa in una villa sulle colline di Firenze, la Porziuncola; lui si stabilisce in una dimora attigua, la Capponcina. È un periodo di stretta convivenza – interrotta solo dalle tournée dell’attrice – e molto fertile dal punto di vista creativo.

D’Annunzio la ribattezza nelle sue lettere Ghisola, Isa, Perdita e compone per lei opere che diverranno celebri, le più note della sua produzione teatrale: Sogno di un tramonto d’autunno, La Gioconda, La città morta, La gloria, Francesca da Rimini, La figlia di Iorio. La accompagna a teatro e sale a volte sul palcoscenico per leggere i suoi testi.  L’attrice è succube del Poeta ed è convinta che sia “suo dovere” contribuire al successo del genio. Si imbarca in tournée massacranti per farlo conoscere anche all’estero e per finanziare colui che chiama, in modo un po’ morboso, “figlio”. È una relazione tormentata dove lei soffre per i continui tradimenti del vate che, dal canto suo, non riesce a mantenere i calzoni abbottonati.

Quando lui, nel 1900, pubblica il romanzo Il fuoco, rimane sconvolta per gli espliciti riferimenti alla sua persona giacché la protagonista, la Foscarina, è una donna ormai sfiorita, descritta con toni impietosi, che ha una relazione con uno splendido giovane uomo. Tuttavia la Duse dichiarerà a testa alta e col suo consueto sguardo dolente: “La mia sofferenza non conta quando si tratta di dare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarant’anni …E amo!”. Il suo stoicismo non sarà sufficiente a salvare il rapporto.  Tutto precipita quando nel 1902, sfinita per una lunga tournée compiuta a Vienna e sofferente per una recrudescenza della malattia polmonare che la affligge, si vedrà sostituire da Emma Gramatica proprio nell’opera cui lei tiene di più, La figlia di Iorio. A questo si aggiunge una nuova liason romantica di Gabriele con l’eccentrica aristocratica Alessandra di Rudinì. Eleonora si ritrova sola, ferita, malata e piena di debiti causati dalle spese sostenute per foraggiare e glorificare D’Annunzio. A Roma acquista una pistola pensando di uccidersi. Il sostegno di amici come il finanziere Robi Mendelssohn le consente di risollevarsi e ricominciare con le recite in giro per il mondo. Sono anni faticosi in cui, ormai non più giovane, soffre per questo continuo girovagare. Nel 1909, dopo una rappresentazione a Berlino, decide di ritirarsi.

Incredibilmente sarà il cinema a richiamarla sulle scene; l’attore-regista Febo Mari riesce a convincerla a interpretare Rosalia nel film muto Cenere, tratto dal romanzo di Grazia Deledda. Il film non riscuote grande successo ma la Duse è talmente entusiasta di questo nuovo mezzo di espressione che vorrebbe ripetere l’esperienza; nessuno però la appoggia nei suoi progetti. Le traballanti immagini di questo film, dove la divina Duse appare quasi incorporea, un fantasma dalle chiome nivee, resteranno l’unica testimonianza della sua sublime recitazione.

Tornerà a calcare le scene solo nel 1921, dopo anni di solitudine, spinta principalmente da motivi economici. Ormai è anziana, fragile, la salute sempre più malferma, il viso sempre più pallido. Lo stesso Mussolini, dopo la Marcia su Roma, si reca a omaggiarla. Recita Ibsen a Torino, poi a Vienna, a Parigi… infine s’imbarca per New York, dove viene scortata all’Hotel Majestic da poliziotti a cavallo. Alla prima de La donna del mare, al Metropolitan Opera House, c’è tutto il gotha della società Newyorchese ad acclamarla, persino la mitica Gloria Swanson. Inizia un lungo giro per gli Stati Uniti, ma sta male. La accompagna sempre un medico e deve aver a disposizione una bombola d’ossigeno. A Pittsburgh – dove nel 1924 porta in scena La porta chiusa, dramma dal titolo che pare un funesto presagio – si aggrava, essendo rimasta esposta al vento e alla pioggia per un disguido con l’autista. Languisce per giorni in una camera dello Shenley Hotel; la notte del lunedì di Pasqua, sembra riscuotersi dal torpore, si siede a fatica nel letto con i capelli madidi di sudore per la febbre ed esclama: “Bisogna muoversi! Dobbiamo partire! Agire, agire!”

Poco dopo si accascia e muore. La sua salma rientra in Italia, dove riceve funerali di stato e viene sepolta nel piccolo e silente cimitero di Asolo, luogo che negli ultimi anni aveva eletto suo rifugio, impenetrabile dalla curiosità del mondo. Paradossalmente la morte della Duse ravviva in D’Annunzio, chiuso nel suo eremo del Vittoriale, la fiamma del ricordo e della nostalgia. “È morta quella che non meritai”, scrive. Scorge la sua ombra scivolare tra le tende o muovere oggetti; talora si sente sfiorare dal suo fantasma. Terrà sempre accanto a sé, nella sua Officina, il calco velato della sua testa marmorea scolpita da Arrigo Minerbi.  

Paolo Schmidlin


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