NUTRIMENTI TERRESTRI | Cibo. Una storia globale dalle origini al futuro | di Jacques Attali

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di Cecily  P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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L’avventura rocambolesca di Homo Sapiens, da 300.000 anni fa fino ad oggi, può essere ripercorsa come una “storia dell’alimentazione”. Com’è noto, è stato il graduale e difficile passaggio dal nomadismo alle prime forme di sedentarietà ad aver posto le basi per lo sviluppo del linguaggio. Attraverso l’addomesticazione del fuoco e le prime tecniche di conservazione del cibo i nostri antenati hanno potuto sperimentare i vantaggi dello stile di vita stanziale. Le prime relazioni sociali complesse hanno avuto origine nei momenti di condivisione del cibo; la convivialità ha favorito l’insorgere di legami duraturi e comportamenti altruistici, strutture portanti delle nascenti civiltà. Per millenni la nostra specie si è procurata il sostentamento con la raccolta estemporanea e la caccia. Il progressivo incremento demografico, poi, ci ha spinti a trovare soluzioni alternative: prodursi il cibo da soli per non dover più dipendere dall’incostante generosità della natura. Le prime colture cerealicole ebbero origine nel 30.000 a.C. in Asia centrale.

Agricoltura e allevamento, grazie al clima divenuto più caldo, vissero la prima grande stagione di grazia intorno al 10.000 a.C. nelle terre fertili tra il Tigri e l’Eufrate in Medio Oriente. È in questo frangente che Homo Sapiens addomestica le otto piante fondative dell’agricoltura: il farro medio (l’antenato del grano), il piccolo farro, l’orzo, i piselli, le lenticchie, i ceci, il lino e la vecciola. La coltivazione del grano sul suolo europeo è attestata tra il 9.000 e il 6.000 a.C., merito anche qui di condizioni climatiche più stabili. In Cina e in India, tra il 10.000 e il 7.000 a.C., si comincia a coltivare il riso. Cibo e linguaggio evolvono all’unisono.

Fin dalle prime grandi civiltà l’allestimento di sontuosi banchetti offre l’opportunità di conversare, dialogare, stringere alleanze e consolidare legami affettivi. Non più legato al solo sostentamento, il pasto (quello condiviso) suggella una sfera vieppiù irrinunciabile del piacere. Da un lato le tavole riccamente imbandite degli imperatori, dei religiosi, dei nobili e dall’altro quelle della gente comune, dei poveri e dei poverissimi. Nella sua Histoires de l’alimentation (Cibo, Ponte alle Grazie, 2020), il saggista algerino Jacques Attali ci fa sbirciare nel piatto delle generazioni passate, presenti e future. Un viaggio intorno al cibo e nel cibo. Una puntuale e dettagliata analisi storica che ci impone una riflessione fondamentale: siamo quello che abbiamo mangiato, quello che mangiamo e quello che mangeremo.

Se nel 12.000 a.C. la popolazione mondiale contava 3 milioni di persone, all’inizio del XIX secolo (in piena industrializzazione) si è raggiunto il primo miliardo. Fra trent’anni, nel 2050, il nostro pianeta dovrà sfamare circa nove miliardi di esseri umani. Invitandoci ad osservare più responsabilmente il piatto in cui stiamo mangiando, Attali ricostruisce le tappe della nostra progressiva degenerazione alimentare, un processo inaugurato dalla prima era industriale e poi confluito nella dittatura del fast food. «L’industrializzazione investe prima il settore agricolo, poi quello alimentare in generale, mentre la massa dei consumatori cresce. Il potere economico passa progressivamente dalle mani dei proprietari terrieri a quelle dei detentori di capitale industriale. E quando gli Stati Uniti diventano il cuore dell’economia mondiale impongono la necessità di ridurre il costo degli alimenti e di industrializzarli per spingere i ceti medi e popolari a dedicare la maggior parte del loro salario a beni di consumo diversi dal cibo, cambiando così profondamente la natura del pasto, ma anche della conversazione che lo accompagna, nonché della società che su essa si struttura.»

Oggi, denuncia Attali, lo strapotere delle economie capitalistiche sta agendo prepotentemente sulle nostre vecchie e buone abitudini alimentari. Il sistema preme affinchè si mangi sempre più velocemente, fuori casa, preferibilmente da soli e in piedi. Cibi a basso costo, preconfezionati e dai sapori omologati, facili da produrre e commercializzare. Cibi spazzatura (il termine è ormai d’uso comune), carichi di grassi e di zuccheri, capaci di saziare in breve tempo e di creare dipendenza. La cultura della preparazione del cibo è minacciata inoltre da una nuova tendenza che ha preso piede in quest’ultimo decennio: la consegna dei pasti pronti a domicilio. Agricoltura intensiva e allevamenti intensivi rappresentano solo una parte del problema, un problema che sta a monte, nella consapevolezza e nel senso di responsabilità di ciascun consumatore. Per quanto lo scenario attuale sia fosco «grandi cambiamenti sono ancora possibili, e questa possibilità rende il futuro non del tutto ingestibile.»

Nell’ultima sezione del saggio Attali indica quali vie si dovranno seguire per evitare il tracollo del pianeta: in primis abituarsi a consumare meno carne, meno zuccheri e più verdure; mangiare locale, lentamente e con orari più stabili, condividere il più possibile il proprio pasto con quello degli altri, non perdere mai di vista l’aspetto conviviale. «Se volessimo mantenere lo stesso modello di consumo adottato in Occidente oggi, nel 2050 la produzione alimentare globale dovrebbe aumentare del 70%», quindi solo una totale riformulazione delle dinamiche di produzione e consumo potrà salvarci dallo scempio del pianeta che ci ospita. I nutrimenti terrestri, per citare André Gide, sono il carburante dell’anima. L’alimentazione è cultura, e non può darsi cultura senza il rispetto. Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare molto. In barba agli interessi ciechi e sconsiderati delle multinazionali possiamo riorientarci nella direzione giusta, fare acquisti intelligenti, responsabili e consapevoli. La priorità, prima di alimentarsi in modo sano, è quella di vivere in un mondo sano.

Cecily  P. Flinn


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