LO SGUARDO DELL’ANIMALE MORENTE | L’ultimo scodinzolio | di Raffaele Mantegazza

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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…Tutta la vita in un angolo, peloso angelo

Renato Zero, Il pelo sul cuore (2000)

 

Spostare l’attenzione da sé all’altro. Dalla propria specie (dominante, predatrice) a tutte le altre (dominate, predate) con le quali condividiamo il pianeta. Disfarsi, una volta per tutte, della deformante visione antropocentrica. Maturare piena consapevolezza, a dispetto dell’educazione acquisita fin dalla più tenera infanzia, che l’animale (un cane, un gatto, un maiale, una mucca…) non è un oggetto, una cosa, una creatura implicitamente inferiore e non senziente, ma un essere vivente unico e irripetibile, dotato di una sua emotività, di un suo vissuto, di un suo punto di vista sul mondo. Un’entità individuale che, esattamente come noi, nasce, prova gioie e sofferenze, e infine muore. Scrollarsi di dosso, una volta per tutte, la superba convinzione di essere i soli legittimati detentori del piacere e del dolore.

Ne L’ultimo scodinzolio (Ortica, 2020) Raffaele Mantegazza affronta, ad ampio spettro, una tematica difficile e densa di implicazioni: la «morte taciuta» degli animali, gli altri animali (per rigore scientifico è sempre bene sottolineare che anche Homo Sapiens è sotto tutti gli aspetti un animale). Docente di Scienze pedagogiche e sociali al Dipartimento di Medicina dell’Università di Milano-Bicocca, Mantegazza si occupa da anni di tematiche animaliste, antispeciste e di bioetica. In questo saggio-pamphlet indaga, con accorata militanza, sia il profondo attaccamento affettivo dell’uomo all’animale (e dell’animale all’uomo), sia le odiose dinamiche del distacco desensibilizzato che, nella società dei consumi, sono deputate a giustificare il maltrattamento e lo sfruttamento. L’analisi verte inoltre, con estrema delicatezza, sul dolore che prova il padrone (termine eticamente improprio) di fronte alla perdita dell’amato amico peloso, sia esso un cane, un gatto, un cavallo, un pennuto… (per riflesso, anche l’animale da compagnia entra in sofferenza quando subisce la “piccola morte” dell’abbandono). L’elaborazione del lutto, specie quando la convivenza con l’amico peloso si è protratta per un lungo periodo, non è un’impresa facile e richiede laboriose strategie. «Niente come la compagnia di un animale ci mette davanti agli occhi la relatività del tempo, niente ce la rende così vicina e per certi versi così poetica.»

Chi ha avuto l’opportunità di condividere la propria vita con quella di un cane, cogliendone giorno per giorno la sua irripetibilità e insostituibilità, sa di cosa stiamo parlando. Membro effettivo della famiglia, compagno di vita (di gioco, di tenerezza, di mutuo interscambio) l’animale si palesa come soggetto. Quando muore non scompare un “cosa” ma un “chi”, «il partner di una relazione», una soggettività, una personalità, un bagaglio memoriale. Da qui ad allargare questa consapevolezza a tutto il regno animale il passo è breve, eppure quanti di noi sono davvero disposti a compierlo? Il modello di sviluppo a cui da sempre siamo stati abituati rimarca un confine netto tra noi e loro, tra la nostra specie (predatrice) e le altre (predabili).

Macellazione su scala industriale, caccia, sperimentazione… «La desensibilizzazione riguardo all’animale e alla sua sofferenza (…) ha inizio ogni volta che un adulto dice a un bambino “è solo un cane” e si sostanzia proprio nella mancata percezione del dolore dell’animale. Occorre un lungo processo educativo perché una persona giunga a non chiedersi da dove viene la bistecca che ha sulla tavola o il collo di pelliccia che la riscalda.» Per l’uomo medio, quello della porta accanto, gli animali sono meri alimenti, «non sono vite che meritano di essere vissute.» Oggi il nostro pianeta è un immenso mattatoio. Quello che sempre più zelantemente applichiamo agli animali (manzi, polli, maiali, pesci…) è un trattamento da Lager. I nazisti furono maestri nel trasformare l’individuo in un esemplare, banalizzandone così oltre che la vita anche la morte. Non diversamente agisce oggi l’accanimento sconsiderato sul più debole, spersonalizzato e ridotto a oggetto da sfruttare fino all’osso. Occorre, spiega Mantegazza, recuperare un «nuovo pensiero creaturale», un pensiero che liberi dall’odierna Treblinka tante creature indifese, «un pensiero che recuperi una solidarietà leopardiana tra creature limitate e finite, capaci di dare la morte ma anche di comprendere la morte dell’altro e soprattutto di scegliere tra queste due opzioni; capaci dunque di rifiutarsi di procurare la morte, di vestirsi di morte, di mangiare la morte.»

Fra trent’anni, nel 2050, servirà carne per sfamare nove miliardi di persone (e il conto dovrà pagarlo, oltre che la nostra coscienza, un intero ecosistema già al collasso). Per quanto ancora potremo continuare a non interrogarci «riguardo al dolore che accompagna l’oggetto che consumiamo»? Dietro ogni comportamento desensibilizzato e deresponsabilizzato si cela un maltrattatore, un omicida seriale, un essere incapace di empatia. Scelte e comportamenti consapevoli possono e devono fare la differenza. L’ultimo scodinzolio è un testo che trasuda umanità, vera umanità. Lo si legga non come un monito – siamo tutti complici di un modello di sviluppo che, forse, è più grande di noi – ma come un accorato invito al riconoscimento della soggettività unica ed irripetibile del sofferente e del morente.

Massimiliano Sardina


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