IL PASSATO NON SI CONTIENE | L’istante largo | un romanzo di Sara Fruner

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di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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Sara Fruner, poeta, esperta di letteratura post coloniale e traduttrice, originaria di Riva del Garda, è docente di italiano presso la New York University. André Aciman l’ha definita «una maga della parola». Con L’istante largo (Bollati Boringhieri, 2020) Sara Fruner ci consegna la sua prima opera narrativa. Romanzo corale e polifonico, venato di realismo magico e di suggestioni pittoriche, L’istante largo invita il lettore a riflettere sul mistero profondo che il passato tramanda nel presente di ciascun individuo. Il protagonista è Macondo, un tredicenne di rara intelligenza, appassionato lettore di Sherlock Holmes e Martin Mystère. Macondo vive con sua nonna, l’affermata pittrice cilena Rocío Sánchez, e non sa nulla delle sue origini. Sa solo di aver avuto tre madri, ma non ne ricorda nemmeno una. Possiede una fotografia che le ritrae tutte e tre insieme, ma non conosce i loro nomi. Anche di suo padre non sa nulla. Altro mistero è perché mai gli abbiano affibbiato un nome impegnativo come Macondo, in dichiarato omaggio all’immaginaria cittadina nella Colombia caraibica che Gabriel García Márquez creò per Cent’anni di solitudine (1967). «Chiamarsi così è come chiamarsi Terradimezzo o Hogwarts o Neverland, è come essere qualcosa d’inventato che non puoi spiegare. Come camminare in un posto in cui sai dove mettere i piedi ma non quello che trovi. La stessa impressione che provo quando guardo le tre facce della foto sulla mia scrivania.» Capirà solo in seguito che Macondo è «più uno stato metafisico che uno spazio topografico», più un tempo (largo, dilatato) che un luogo determinato. «Macondo è tante cose.» rimanda alla solitudine, alla malinconia, all’insoddisfazione ma anche alla bellezza struggente di quel che può, nonostante tutto, realizzarsi.

Saprà tutto a tempo debito, dopo aver compiuto la maggiore età. Così aveva deciso nonna Rocío, divinità muta ma eloquente, sola depositaria della verità. Il ragazzino è combattuto da due forze: la divorante necessità di sapere contrapposta all’obbligo morale di non disobbedire. «Il mio passato sta dentro una scatola. La nonna la tiene nello studio, in alto.» Nell’efficace incipit del romanzo è racchiuso lo stato d’animo del giovane adolescente, tormentato ma al contempo pacificato. Macondo è tanto curioso e intraprendente quanto placido e paziente. Potrebbe arrampicarsi sulla libreria e impadronirsi della scatola, ma non lo fa, è la sua innata correttezza ad impedirglielo. Agirà diversamente, raccogliendo dettagli, valutando indizi e conversando con la colorata tribù che frequenta la casa-studio di Rocío Sánchez. Senza dare troppo nell’occhio trasformerà la sua quotidianità in una raffinata detective-story, una vera e propria caccia al tesoro che, all’età di quindici anni, in anticipo di due anni rispetto alla data fissata dalla nonna, lo porterà a scoprire il suo passato. «L’adorazione per Sherlock e Martin ovviamente ha contribuito. Loro insegnano che cercare impedisce ai dettagli di scivolarci addosso e morire. Allora comincio a cercare, perché non voglio che i dettagli muoiano. (…) E le cose che si nascondono dentro le cose, sono incredibili.»

A dispetto del segreto che li divide, nonna e nipote condividono un legame speciale. Rocío, affetta da un carcinoma dell’orofaringe, non può emettere parola. Comunica scrivendo dei bigliettini che stacca da un block-notes appeso al collo. Sceglie le parole, le dispensa, così come fa con i colori quando dipinge. Comunica con il verbo scritto, non chiacchiera, ma intesse con Macondo un dialogo profondo. Le sue parole sono versi, sono poesie, sono piccoli oracoli. È una donna minuta che sa sprigionare potenza, misura, saggezza. È la quarta madre (o una sintesi delle tre). Doriana, Consuelo, Maia… È Rocío che, in anticipo sui tempi prestabiliti, decide di elargire al nipote tutte le informazioni sul suo passato. Un passato doloroso e meraviglioso. Per farlo utilizzerà due diversi espedienti grafici: le parole vergate a mano e quelle dattiloscritte. «Nelle pagine del quaderno giallo, c’è quello che la mancanza della voce ha impedito che ti raccontassi.» Alle pagine dattiloscritte Rocío affida invece con più oggettività «quello che la mancanza di coraggio ha impedito che ti mostrassi.» Fruner cala l’io narrante di Macondo in una struttura narrativa a più voci dove la parola scritta (bigliettini, fogli di quaderno, lettere, email) rivendica una sua imprescindibile pregnanza.

Penetrando gradualmente nella scatola del suo passato Macondo sperimenta una dilatazione spazio-temporale. «Gli istanti sono avari. Ma certe volte un istante si allarga, e concede quello che di solito è negato. In quell’istante una barca blu notte naviga in un letto e un braccio sfiora il lenzuolo, o la piatta di un mare albino. In quell’istante puoi capire.» La consapevolezza è il primo passo verso una pacificazione, ma la verità è per sua natura tremendamente amara. Macondo saprà coglierne il messaggio profondo: Doriana, Consuelo, Maia… i legami affettivi sono famiglia, non la biologia, non il sangue. È questo il grande tesoro custodito nella scatola. «…ciò che unisce genitori e sostituti genitori sono gli errori che entrambi commettono cercando di non commetterne.»

Alla fine, con parole lucide e chirurgiche, Rocío spiega il perché aveva deciso di procrastinare la verità: «Non volevo trovarti negli occhi lo sguardo del giudice bambino che, applicando la legge perversa del senso di colpa, stabilisce il proprio grado di colpevolezza e si assegna il massimo della pena.» Macondo capisce che il suo passato non può essere contenuto in una scatola. «Il passato non si contiene. È ovunque, e sempre, come l’aria. Vive dentro e fuori di noi, nei nostri passi, nei nostri gesti. E respira nelle persone che ci aiutano a fare di noi quello che dobbiamo diventare.»

Leone Maria Anselmi


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