LA FOLLIA BUONA | Tutto chiede salvezza | un romanzo di Daniele Mencarelli

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di Elena De Santis

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 42 | autunno 2020

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A due anni di distanza dal romanzo d’esordio La casa degli sguardi (Mondadori, 2018), il poeta romano Daniele Mencarelli torna alla narrativa con un coraggioso memoir, la ricostruzione di una dolorosa esperienza vissuta da ventenne nel 1994. Tutto chiede salvezza, sempre edito da Mondadori, esplora il confine labile che separa la sanità mentale dalla cosiddetta follia, la lucida e pacificata normalità dal demone spasmodico dell’inquietudine. L’io narrante è un giovane poeta che fatica a trovare le parole per esprimere le ragioni profonde del suo disagio esistenziale. A destabilizzarlo «è l’idea che la vita vissuta finisca nel nulla, che non ci sarà modo di riviverla, di rivedere tutti.» Soffre di nostalgia, la malattia degli artisti, dei poeti e dei matti. «Il mio passato mi sfila davanti agli occhi come un’unica, enorme, occasione persa, sacrificata sull’altare del mio modo di essere, vedere.» Soffre perché, dentro sé, custodisce dolorosamente «il seme di un ricordo lontanissimo, qualcosa avvenuto prima di tutte le storie.» Illuminante si rivelerà il confronto con altri pazienti, cinque compagni di viaggio con i quali si ritroverà a condividere una settimana di internamento coatto nella camera di un reparto psichiatrico.

Finito l’effetto della sedazione Daniele apre gli occhi. A ridestarlo è un forte odore di bruciato. Impiega qualche istante ad accorgersi che il fuoco proviene dai suoi capelli. Un infermiere corpulento interviene in suo soccorso. Accade tutto molto velocemente. L’infermiere sequestra un accendino dalle mani di un pazzo che, come se nulla fosse, torna a coricarsi sul suo letto. Dopo questo siparietto Daniele comincia a ricordare: la sera precedente ha avuto una delle sue crisi di rabbia, forse più violenta del dovuto, e ora si ritrova ad espiare la sua colpa nel luogo che la società ha deputato per curare quelli come lui. Una settimana d’osservazione e tornerà come nuovo, o almeno così si spera. TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Niente più famiglia, né amici. Ora il suo mondo è tutto racchiuso in una camera con sei letti dove a regnare è solo un caldo asfissiante. Per ogni letto un caso umano, una patologia, un disagio, una disarmata e muta richiesta di salvezza. Mario, Madonnina, Gianluca, Alessandro, Giorgio… «Perché devo vivere questa maledizione? Anche io, come tutti qui dentro, sconto la mia condanna, ognuno con la sua ossessione da svolgere, all’infinito. Con gli occhi puntati verso il bianco del soffitto, mi ritrovo a ripetere quella parola, accessibile a me soltanto, che non dico nemmeno a mia madre. Eccola la mia ossessione, il mio desiderio patologico. Salvezza. Dalla morte. Dal dolore. Salvezza per tutti i miei amori. Salvezza per il mondo.»

Quello che gli si prospetta solo come l’inizio di una pena, un obbligo burocratico a ricevere delle cure, si trasforma gradualmente in un’inaspettata e straordinaria opportunità umana, e non tanto per il supporto dei medici – distaccati, freddi, in egual misura indifferenti e incompetenti – quanto per la struggente condivisione di quell’esperienza con gli altri cinque sorvegliati speciali. Vinta l’iniziale paura, Daniele scopre di aver trovato degli amici. Percorsi diversi, drammi diversi, eppure così simili. «Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare.» Il reparto psichiatrico, asettico e afoso, funge più da cella detentiva che da luogo di guarigione. «…qui dentro te aiutano a casca’ più che a rialzatte.»

Dai medici mai una sola parola di vero conforto. Nessuna empatia. Mencarelli stabilisce una netta cesura tra i sani (o presunti tali) e i disturbati (o presunti tali). «Mancino mi ha trasmesso il sentimento che prova per me. Qualcosa di simile a uno zero. Chi obbliga quelli come lui a esercitare la professione medica? Dov’è finita la sua vocazione? (…) Non chiedo santi, per giunta dotati di straordinario acume clinico, ma nemmeno uomini disamorati di se stessi e di tutto il genere umano.» È  dialogando con i suoi nuovi amici che Daniele, giorno dopo giorno, riceve le vere cure di cui ha bisogno: solidarietà, fratellanza, calore umano. Niente giudizi, né farmaci. Sarà Mario, in un raro momento di loquacità, a decostruire la cattedrale del cosiddetto disturbo mentale: «…oggi a un ragazzo che si interroga sulla vita, sulla morte, su Dio, si risponde con la medicina, si parla immediatamente di depressione…» Mario non nega l’esistenza della malattia mentale: «…ho conosciuto squilibrati da mettere i brividi (…) Ma oggi non si cura più solamente la malattia mentale, oggi è l’enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell’unicità dell’individuo…» Attraverso le parole del suo compagno di sventura Daniele riflette su una verità fondamentale: «un uomo che contempla i limiti della propria esistenza non è malato, è semplicemente vivo. Semmai è da pazzi pensare che un uomo non debba mai andare in crisi (…) Tutto quello che l’uomo ha fatto di eccezionale in passato è stato anche grazie a quelle caratteristiche che oggi cataloghiamo come sintomi, patologie, come la capacità di farsi ossessionare da una determinata cosa, un progetto, un’idea, un’opera d’arte. Dico solo che loro non vogliono curare, ma depurare, purgare, invece dovrebbero saper dividere la follia buona, costruttiva, da quella cattiva, distruttiva.» Tutto chiede salvezza è la storia di un ragazzo che chiede aiuto, ma al contempo è la storia di un poeta che, finalmente, trova le parole.

Elena De Santis


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