CITTADINI DISCONNESSI | Non c’è cittadinanza lì dove non c’è bellezza

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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In questi anni rovinosi e guasti invochiamo la bellezza come fosse una sorta di “Deus ex machina” che venga a soccorrere il mondo dagli scempi e da tutte le sconsiderate azioni di cui ci siamo resi artefici o semplici spettatori. Ma non potrà esserci nessuna salvezza senza una doverosa assunzione di responsabilità e senza il minimo impegno da parte nostra. Come scrive Salvatore Settis nel suo Se Venezia muore (Einaudi, 2014), «La bellezza non salverà nulla e nessuno, se noi non sapremo salvare la bellezza.».

I luoghi che abitiamo riflettono la decadenza di un mondo che ha voltato le spalle alla bellezza, inseguendo il feticcio di una modernità che non sa e non vuole venire a patti con la storia e con le peculiarità di ciascun luogo. Le nostre città e i paesaggi che ci circondano sono l’immagine dolente di una civiltà che affoga nella cupidigia di speculatori privi d’ogni scrupolo – politici, architetti, ingegneri – i quali senza ritegno continuano a scavare, tagliare, abbattere, cementificare senza alcun riguardo né verso gli abitanti di oggi né verso le generazioni future. Basterebbe solo guardarsi intorno per rendersi conto di quanto triste e misera sia quel che ci viene spacciata come modernità. Agglomerati di case e capannoni privi di luoghi deputati alla cultura e di spazi per la socialità, anonimi non luoghi uguali dappertutto, privi d’ogni relazione con il territorio e con la città di cui sarebbero la propaggine. Luoghi privi di identità, di bellezza, di memoria pensati per gente il cui vivere si riduce al rituale della produzione e del consumo. Volgere uno sguardo critico su questi scenari alienanti può servirci a ristabilire i nessi di un discorso più ampio, che partendo dall’ambiente naturale e urbano che ci circondano ci induca a riflettere sulle condizioni del nostro vivere civile, sulla qualità della nostra vita, in definitiva sullo stato di salute della nostra stessa democrazia. E può indurci soprattutto a uscire fuori dall’effimera protesta virtuale per tornare a protestare nelle piazze e nei luoghi dove si continua a perpetrare lo sciacallaggio del nostro patrimonio. Chiediamoci di quale città possiamo ancora dirci cittadini e su che cosa possiamo ancora fondare il nostro senso di appartenenza.

Settis, nel già citato libro, non a caso insiste molto sul concetto di città come “teatro della democrazia”, scenario nel quale per generazioni si è svolto «un assiduo pensare e ripensare la natura della cittadinanza», ma anche luogo simbolico in cui si esercita la memoria individuale e collettiva, quella memoria capace di leggere «il presente in controluce sul passato.». È proprio la memoria ciò che sembra mancare di più a questo nostro popolo transitato dal Ventennio fascista a questo nuovo Ventennio appena iniziato. Dietro la spinta di beceri sovranismi in salsa populista che risuscitano vecchi fantasmi, fomentano nuove divisioni e ostilità, creando muri in luogo di ponti contro nemici provenienti dall’esterno, non ci rendiamo conto che i veri nemici della nostra civiltà, della nostra democrazia, delle nostre città siamo stati proprio noi o coloro che abbiamo lasciato agire impunemente. Non ci rendiamo conto che la cittadinanza non è più un diritto o un privilegio che possiamo concedere o non concedere a chi viene da fuori, ma proprio quel che noi per primi abbiamo perso. Siamo ormai tutti cittadini privi di memoria e identità. Espulsi dalla città, abitiamo nei non luoghi di periferie squallide, anonime e sterminate, in cui nulla più ci parla della nostra storia, nulla è presente di tutto ciò che un tempo connotava la città e la nostra civiltà. E in questi luoghi dove mancano teatri, librerie, negozi di musica, nulla più ci induce a coltivare interessi culturali, ogni richiamo alla bellezza o a tutto ciò che possa fornirci un godimento spirituale risulta assente, condannandoci a una vita più misera e sciatta. In questi luoghi dove mancano servizi e istituzioni «langue la coscienza civile, viene esiliato il diritto alla città», e noi per primi siamo in definitiva estromessi dalla dignità di cittadini, ridotti a essere stranieri in casa nostra. Se in una qualche misura riusciamo a esserne consapevoli, non altrettanto riusciamo a trovare il modo di reagire fattivamente per arrestare questo processo di svilimento e degradazione.

L’unico scenario pubblico in cui riusciamo a esprimerci è quello virtuale, ed è lì che riversiamo ogni nostro sentimento, illudendoci di assumere una qualche voce in capitolo. Oggigiorno siamo tutti in grado di dichiararci amanti del bello, di dirci orgogliosi per le grandi opere che l’ingegno umano ha saputo realizzare, mostrandoci all’occorrenza indignati quando qualche monumento va in malora o una foresta brucia. I social network ci danno l’attitudine a dire la nostra su tutto, spesso senza nemmeno dover compiere il minimo sforzo nel formulare una frase con parole proprie: che si tratti di una tragedia, un disastro ambientale o un artista che muore, c’è subito pronta un’immagine con opportuna didascalia pronta da condividere, e tutto finisce indistintamente tra foto di viaggi, di piatti e selfie vari. Tutto si esaurisce in un post, un tweet, una foto che altro non attestano se non un voler essere dentro l’attualità pur restandone fuori. Esattamente come canta Renato Zero: È tutta una vetrina / Esposti come fossimo trofei / La vita vale poco / Esibirla in questo modo è disumano / Una sorta di corrida… ci arrestiamo sulla soglia dei fatti, li sbirciamo, giusto il tempo di un frettoloso like o un emoticon, ma ne restiamo fuori. E non fa di certo meglio la nostra parassitaria classe politica. Intanto la plastica soffoca gli oceani, le foreste bruciano, i ghiacciai si sciolgono, i centri storici si svuotano e sempre più spesso le città vengono sommerse da acqua e fango. Chi dovrebbe farsene seriamente carico? Tutti dovremmo, ma la frenesia e una modalità di dissenso tanto facile quanto disimpegnata ci rendono ormai incapaci di andare oltre la superficie delle cose. Andare oltre significa stabilire delle connessioni – vere, non virtuali – tra noi e il mondo che ci circonda; significa riflettere sull’impatto che hanno le nostre azioni nella società; significa comprendere che non ci può essere nessun vero benessere in un mondo avvelenato, devastato, violentato. Andare oltre vuol dire ancora sentire su di sé la responsabilità di ciò che accade, anche quando non ne siamo materialmente fautori ma semplici spettatori. Il silenzio, l’accondiscendenza, l’indifferenza, la connivenza ci rendono ugualmente responsabili. Riflettere sulle nostre condotte, sullo stile di vita che conduciamo, mettendo in discussione certe abitudini, può aiutarci non soltanto ad acquisire una nuova consapevolezza, ma anche a scoprire quale ruolo abbiamo o possiamo avere in questo bistrattato mondo e se questo ruolo contribuisca più o meno positivamente alla salvaguardia del bene comune.

Questo mondo lacerato e triste rivendica un nuovo e più concreto impegno da parte di tutti. Rivendica nuove connessioni di interdipendenza tra tutte le sue parti: nei rapporti umani, in cui ci vogliono più autenticità, più ascolto, più reciprocità, più coesione; nella tutela dell’ambiente, in cui necessita un approccio meno arrogante da parte dell’uomo, un agire che non si fondi soltanto sulla produttività e sul profitto a discapito di tutto il resto; nelle varie professioni, in cui serve recuperare un’etica che sappia prevalere sull’egoismo e sulla tentazione del facile profitto; e non ultimo nella politica, in cui si richiedono idee e progetti lungimiranti, ma soprattutto concretezza e senso di responsabilità. Ciascuno di noi può e deve fare la propria parte, ripristinando una socialità fatta di gesti e di attenzioni vere. Ma per fare ciò bisogna innanzitutto riattivare i “sensori”, rieducandoci alla visione e all’ascolto veri, per poi passare all’azione. Cominciamo col tornare a viaggiare senza il filtro di schermi e congegni elettronici, facendo esperienza dei luoghi attraverso tutti i nostri sensi, in modo da accumulare più emozioni che fotografie da postare; lasciamo che siano i luoghi e le cose a parlare in prima persona, non una loro rappresentazione virtuale. Spegniamo i congegni e riaccendiamo le menti; spegniamoli anche a una mostra e mentre passeggiamo immersi nella natura o tra le architetture di una bella città. Riappropriamoci dei centri storici, di quelle vie e di quelle piazze in cui la città aveva ancora una propria identità, piuttosto che starcene tra le corsie di un anonimo centro commerciale; circondiamoci di meno cose, evitando quelle futili derivanti da falsi bisogni, e valutiamo anche quanto ci costa, in termini di inquinamento e di sfruttamento delle risorse, la produzione di quel bene che intendiamo acquistare; premiamo l’imprenditoria che rispetti l’uomo e l’ambiente, rifiutando quei prodotti o servizi che sappiamo essere frutto di selvagge speculazioni, sfruttamento del lavoro minorile o di ogni altra forma di trattamento disumano dei lavoratori; pretendiamo, finalmente, una classe politica culturalmente preparata e capace di agire per il bene comune.

Se ciò a cui aspiriamo è la bellezza facciamo in modo che ogni nostro agire rifletta questa tensione, adoperandoci nel nostro piccolo a contrastare tutto ciò che vi si oppone. Difendiamo la bellezza in tutte le tangibili forme che ne sono espressione, dal paesaggio alla città; siamo gelosi custodi del capitale materiale, tanto di quello urbano – costituito da monumenti, opere d’arte, architetture – quanto di quello naturale, costituito dalla varietà di specie animali e vegetali. Adoperiamoci a essere gelosi custodi anche di quel capitale immateriale fatto di melodie, opere del pensiero, storie, memorie, usi e costumi propri della nostra tradizione, sapendole trasferire alle nuove generazioni, a quei “figli del videogioco” a cui non abbiamo saputo trasmettere nessuna memoria, nessun contenuto che fosse di ordine storico, musicale, cinematografico o letterario. E tutto questo non tanto per restare barricati nel passato chiudendosi al nuovo, o per essere dei nostalgici conservatori, quanto per perseguire un’idea di sviluppo e di innovazione che si armonizzi con la storia e con quanto essa ci ha lasciato, affinché  il nuovo si innesti a quel che già c’è senza violentarlo e snaturarlo, senza volersi sostituire arrogantemente a esso cancellandolo. Abbiamo una democrazia da difendere. Solo riappropriandoci di tutto ciò che la nostra storia e la nostra cultura ci hanno trasmesso, facendone il cardine di una cittadinanza attiva e inclusiva, sarà possibile non solo celebrare la bellezza, ma anche farne una dote preziosa per costruire e garantire il futuro.

Giuseppe Maggiore


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