IL ROMANZO POLIFONICO DEI VANGELI | Corrado Augias dialoga con Giovanni Filoramo

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di Sandro Bianchi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Che cosa sono esattamente i Vangeli? Quando sono stati scritti? Chi li ha scritti? Perché sono quattro? Fino a che punto possiamo considerarli attendibili? Cosa intendeva dire lo scrittore e filosofo argentino Jorge Luis Borges affermando che «i testi sacri sono un ramo della letteratura fantastica»? A queste e ad altre domande tentano di rispondere Corrado Augias e Giovanni Filoramo nel saggio-dialogo Il grande romanzo dei Vangeli (Einaudi, 2019), una riflessione lucida e disincantata sul complesso e problematico testo sacro posto a fondamento della Cristianità. In primis, però, l’obiettivo di questa singolare ricerca è quello di liberare i vari personaggi presenti nei vangeli «dalla rigidità indotta dalla teologia per farne personaggi della vita, partecipi, uomini e donne, alla nostra comune condizione di mortali.»

“Vangelo” deriva dal greco euanghélion, termine che migra all’italiano attraverso il latino evangelium, letteralmente “lieto annunzio” o “buona notizia”. I vangeli sono i testi che raccontano «la tragica vicenda di un predicatore che, avendo sfidato il potere della Chiesa e dello Stato, viene processato e condannato a morte.» I vangeli canonici, ovvero quelli riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa come dogma di fede, sono quattro: il Vangelo secondo Marco, Matteo, Luca e Giovanni. I nomi sono mere convenzioni, non indicano identità specifiche. Il riconoscimento dei quattro canonici risale alle prime comunità cristiane e conobbe un’effettiva consacrazione con il Concilio di Trento (1545-1563). Il Vangelo più antico, scritto poco dopo il 70, è quello di Marco. Dei quattro è quello che si sofferma maggiormente sul profilo storico di Gesù. I primi tre vangeli (Marco, Matteo, Luca) sono detti anche “sinottici”, perché molto coerenti tra loro. Un Vangelo a sé, perché più audacemente filosofico che apologetico, è invece quello di Giovanni (è il meno antico, composto tra la fine del I e l’inizio del II secolo).

Filoramo sintetizza così la sostanziale differenza tra il testo giovanneo e i sinottici: «Mentre il Gesù di cui parla Marco è un personaggio che scopre progressivamente la sua coscienza messianica senza però mai acquistare davvero una dimensione divina; mentre Luca e Matteo si muovono sulla stessa linea con un Gesù nel quale abbondano gli elementi umani, il Risorto del Vangelo di Giovanni è l’Inviato celeste che si presenta fin dall’inizio come il figlio di Dio (…) inviato dal Padre per salvare il genere umano.» Corrado Augias, giornalista, scrittore, appassionato divulgatore culturale, si definisce «un non credente sul quale la figura di Cristo esercita un fascino straordinario.» Giovanni Filoramo, docente di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Torino, è «un laico che ha passato la vita a studiare il fenomeno religioso.» Nel precisare la non adesione a una fede gli autori si fanno garanti di un’analisi dichiaratamente oggettiva. «Atei o credenti – scrive Augias – non c’è dubbio che il cristianesimo metta tutti di fronte a un’eredità inquietante. Chiedersi oggi se Dio esista o no è una domanda che non ha più molta importanza (…) Importante a me pare è vedere in che modo l’eredità cristiana possa ancora essere una “risorsa”, per chi ha fede e per chi non ce l’ha. Forse può ancora esserlo se si cerca nelle Scritture non più una Verità ma un possibile Significato.» Nel dialogo i vari protagonisti – comprese anche certe trascurabili comparse che affollano il grande presepio cristologico (il Cireneo, il centurione Longino, i due ladroni, Barabba, Giuseppe d’Arimatea, la Veronica…) – vengono esaminati alla stregua di personaggi della letteratura, quindi nella loro specificità squisitamente narrativa, depurati da ogni riferimento teologico. Calati giù dai loro piedistalli questi personaggi cessano di essere rigidi simboli e ridiventano persone «di carne e sangue»; ad emergere così non è l’incerta verità storica, ma la componente squisitamente umana che palpita nel grande romanzo polifonico dei vangeli. Il profeta Gesù, ebreo illuminato, ci viene mostrato in tutta la sua divina umanità, tanto prodigioso e carismatico quanto umile e semplice; non era né un filosofo né un teologo, probabilmente sapeva a stento scrivere. Figlio d’un mondo agro-pastorale, «usa il linguaggio e le metafore dei semplici» affinché chiunque possa assimilare il suo messaggio. La missione che aveva intrapreso «assorbiva ogni sua energia rendendo trascurabili tutti gli altri aspetti dell’esistenza: personali, affettivi, familiari, comprese le relazioni con la sua stessa madre.»

L’enigma Maria – la giovinetta ebrea prescelta per generare sine macula il Cristo, rimanendo virgo intacta, vergine perpetua ante et post partum – è forse quello che più di tutti proietta il testo sacro nella dimensione della letteratura fantastica; nei vangeli Maria è quasi una figura che stenta ad emergere, diventerà “la Madonna” solo dopo «ingegnose elucubrazioni» e «successive costruzioni teologiche». Solitaria, marginale e muta, quasi insignificante, è invece la figura di Giuseppe il falegname (o piccolo imprenditore), relegato alla mera funzione di padre adottivo, contraltare del vero Padre che è quello celeste. Altra figura letteraria magnificamente indagata è quella di Giuda, al contempo traditore e «traghettatore» del Cristo verso il sacrificio della croce; appartiene alla schiera di quelli «costretti ad agire più che dalla loro volontà, dal destino.» C’è poi la folla – il popolo di Giudea e di Galilea – che nei vangeli assurge a personaggio collettivo: l’umanità miserabile e diseredata che si stringe intorno a Gesù, mischiata a quell’altra umanità che chiede a gran voce la sua morte. Con questa lettura nuova Augias e Filoramo ci presentano i vangeli non solo come “testo sacro” della religione cristiana, ma come un grande scrigno di storie e di passioni meravigliosamente umane. Vicende lontane, strettamente legate a quelle congiunture storiche, ma per molti versi non così dissimili dal «mondo smarrito nel quale viviamo.»

Sandro Bianchi


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