LO STATO DELL’ARTE | L’arte contemporanea nel cul-de-sac della globalizzazione

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Che l’arte contemporanea non goda di ottima salute è cosa nota. Basta una rapida occhiata, non occorrono grandi investigazioni. Pallida, denutrita, claudicante, malaticcia, più disarmata che disarmante, più annoiata che noiosa, nuova ad ogni costo quindi sistematicamente già vista, ma soprattutto afflitta da demotivazione cronica. Povera cara, lei un tempo così vigorosa e battagliera. Il suo sfaccettato superorganismo, non più irrorato dal fluido vitale delle Avanguardie, non più agito da quell’urgenza profonda di voler riformulare il mondo, barcolla su protesi pericolanti. Da cosa tragga nutrimento, ispirazione ed effettiva legittimazione è difficile stabilire. Eppure, a dispetto delle metastasi che la divorano dall’interno, non rinuncia a mostrarsi patinata e luccicante. All’occorrenza, quando il vento le è favorevole, sa bene dove attingere le risorse residue per riguadagnarsi una parete, un podio, una copertina. La si può rimproverare di tutto, ma sul territorio della scaltrezza non teme rivali. Il suo più grande talento, oggi più che mai, è il sapersi valorizzare.

Un gioco da ragazzi per la Maestra della posa. Sebbene, per quanto si adoperi coi belletti, gli scandaletti e gli effetti speciali, sotto sotto non sia che la labile caricatura di quella che era un tempo. Cos’è che l’ha ridotta così? Non sarà mica un’altra vittima della globalizzazione? Per quanto inspiegabilmente ostenti sicurezza e determinazione, glielo si legge in faccia che è preda del più totale smarrimento. Allora? Mente sapendo di mentire, la signora, o la sua è solo una strategia di sopravvivenza? La deriva delle arti visive non è un fenomeno recente. Parliamo di un processo cominciato dalla metà degli anni Ottanta, all’indomani di quel “ritorno alla pittura” auspicato dalla Transavanguardia, velocizzatosi poi con l’avvento del digitale. Sarebbe facile puntare il dito unicamente contro il famigerato sistema dell’arte – quel monstrum tentacolare che ha dettato (e detta) le regole in alto e in basso, incidendo prepotentemente sul gusto e sulle tendenze – ma le responsabilità vanno ricercate anche altrove, nelle coscienze degli artisti innanzitutto, in quelle dei critici (testimoni diretti delle adulterazioni perpetrate sull’imago) e non ultimo nei cosiddetti consumatori finali (osservatori, visitatori e collezionisti); un’equa spartizione delle colpe, però, da sola non risolve il problema, caso mai lo circoscrive, ma va da sé che esserne consapevoli è pur sempre un primo passo.

Forse nulla come la recente banana di Cattelan descrive meglio il cul-de-sac in cui versa oggi il mondo dell’arte contemporanea. Didattica, metaforica, consolatoria, enigmatica quel tanto che basta, citazionistica, politicamente un tantino scorretta ma socialmente impegnata ed ecosostenibile, estrema, disturbante, post-romantica, incipriata di pop con un occhio al minimalismo, un’arte a uso e consumo di palati sempre più elementari. Nei grandi numeri, fatte salve davvero poche eccezioni, tutta l’arte contemporanea è didascalica e autoreferenziale. È lo specchio, per nulla deformante, di ciò che siamo diventati. Un popolo di incolti, di disattenti, di narcisisti. A vincere è tutto ciò che si presta a una lettura veloce, a un’emozione transitoria, allo stupore fine a se stesso. Gli artisti che cavalcano quest’onda sono tanti, troppi. Chi osa avventurarsi controcorrente non ha visibilità. Il sistema premia chi è connivente. A muovere i fili non è più una vera élite intellettuale di storici e di critici, quei tempi ormai sono definitivamente tramontati, ma aziende gestite da imprenditori e curatori loro amici; il risultato sono le innumerevoli mostre-trash che impazzano ormai un po’ dovunque, esposizioni di basso livello concepite per soddisfare il bisogno culturale dell’uomo-medio, senza di fatto arricchirlo (si veda a tal proposito il recente studio di Tommaso Montanari e Vincenzo Trione Contro le mostre, Einaudi, 2017).

Prostrata ai potentati, resa ubbidiente, conforme, confacente, l’arte contemporanea descrive la società attuale senza incidere su essa. Abbaia ma non morde. Da un lato sopravvive in un mondo di addetti ai lavori, dall’altro si offre al grande pubblico solo attraverso la banalizzazione dei media generalisti. In piena era digitale le arti visive sono chiamate a pagare un prezzo molto alto: la generazione smartphone fagocita immagini a una velocità impressionante, immagini fluide, infinitamente sovrapponibili, in dissolvenza l’una sull’altra; l’immagine sta perdendo sempre più forza attrattiva, l’osservatore vi si sofferma per tempi brevissimi, di qui la tendenza diffusa all’utilizzo di codici “forti”, spettacolari, stupefacenti. Si veda la monumentale mostra-show di Damien Hirst “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, allestita in pompa magna a Venezia nel 2017. Qui, in un delirio neo-barocco, Hirst simula il ritrovamento di un’antica nave romana carica di tesori; i visitatori sono chiamati a muoversi tra teste di medusa, statue di faraoni, demoni, robot e personaggi Disney. Un’accozzaglia che, in un non proprio riuscito gioco di specchi, restituisce bene l’attuale stato dell’arte, la sua impietosa débâcle. L’oggetto d’arte kitsch solleva un’altra questione cruciale, quella della deriva di certo collezionismo attuale, privo di solide basi intellettuali. L’argomento è stato ben sviscerato dal critico d’arte Marco Meneguzzo nel recente saggio Il capitale ignorante (Johan & Levi, 2019). Meneguzzo non usa mezzi termini per spiegare come «l’ignoranza sta cambiando l’arte». La forza centrifuga della globalizzazione ha scombussolato anche gli equilibri che consideravamo più solidi. Il livellamento culturale ha piegato verso il basso l’asticella del gusto. E l’artista, scrive Meneguzzo, «perso di fatto il ruolo antagonistico che lo teneva al riparo dalle mode, non oppone più resistenza a questo assetto omologante. È costretto a seguire il successo economico e produce un’arte “obbediente”, attenta ai diktat del marketing e del gusto globalizzato, a scapito di quell’autonomia che era stata il suo vanto e la sua forza fino a pochi decenni fa.» Non doveva essere l’arte a salvare il mondo dall’ignoranza? Dove abbiamo sbagliato?

Massimiliano Sardina


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