NON PENSARE E GUIDA | Sorry we missed you | il nuovo film di Ken Loach

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Don’t think and drive. Non pensare e guida. Uno slogan secco, perentorio, che non ammette replica; perfetta sintesi del nuovo film di Ken Loach. In una scena di Sorry we missed you la frase compare incorniciata in un quadretto. L’ultraottantenne regista britannico torna a raccontare il mondo della working class con un tono asciutto, freddo, quasi documentaristico, consegnandoci una storia in cui non c’è riscatto né speranza. In una società i cui ingranaggi sono mossi solo dalle logiche di mercato, a chi sta nell’ultimo gradino non è dato pensare. E quell’intimazione a guidare che sembra voler concedere un potere d’azione sulla propria vita, altro non è che una subdola trappola, l’illusione di poterne assumere il controllo, mentre in realtà si è solo il galoppino di chi dall’alto se ne è appropriato. Credi di essere un lavoratore autonomo, un libero professionista, quando in realtà resti a tutti gli effetti solo un dipendente che non comporta più alcun onere di malattia, di riposi, di ferie o di contratti stabili a chi lo sfrutta fino all’osso.

“Sei padrone del tuo destino”, dice il datore di lavoro a Ricky, il protagonista del film, all’atto dell’assunzione; “Non lavori per noi, lavori con noi”. Così dicendo sta semplicemente spostando sul lavoratore ogni responsabilità, riservandosi solo il vantaggio di guadagnarci sopra. È così in molti settori lavorativi ormai, dove il titolare per risparmiarsi anche il fastidio di doverti tenere d’occhio ti piazza un chip, ti dota di un terminale o di uno scanner che sarà la tua protesi, il tuo inseparabile compagno, il tuo guinzaglio al collo.  È il software che ti controlla, che traccia ogni tuo movimento, anche il minutaggio che impieghi per andare alla toilette (a Ricky viene consegnata una bottiglietta per pisciare, così da poterlo fare anche mentre sta alla guida); è lui che misura il tuo rendimento, pronto a generare un alert automatico che potrebbe condurti al licenziamento per improduttività. Vali nella misura in cui produci, porti risultati, evadi tutte le richieste, e per questo devi correre, guai a te se ti fermi, se hai un qualche cedimento o rallentamento. Non c’è ragione o famiglia che tenga, c’è soltanto una macchina che deve andare a tutta velocità, e tu sei solo un pezzo – intercambiabile, utile ma non indispensabile – di questa macchina.

Sorry we missed you è il messaggio che i corrieri lasciano quando non trovano il destinatario della consegna. Ricky è un corriere, sua moglie una badante; i loro due figli sono in buona sostanza orfani di genitori assenti o troppo stanchi, dopo intere giornate tenuti in ostaggio dal lavoro. Storie di uomini e di donne impigliati nelle maglie delle moderne forme di schiavitù; storie di quel popolo di invisibili automi fatto di magazzinieri, di riders, corrieri, shoppers che opera nel settore della logistica e del delivery. Storie di uomini-drone, prima che i droni li sostituiscano del tutto, come ha già fatto il mercato online con i negozi fisici ridotti alla fame. Economie che muoiono, lavori che scompaiono e nuovi slogan che esaltano l’intraprendenza e la creatività per restare al passo coi tempi “moderni”. Un “tutto a portata di click” che ti fa avere ogni cosa subito a domicilio, pagando il servizio una cifra irrisoria o non pagandolo affatto, perché tanto il vero prezzo di quel servizio non grava sull’azienda che lo sta erogando, ma su chi materialmente lo sta eseguendo. La retorica del lavoro che nobilita l’uomo ha ormai fatto il suo tempo, e lo ha fatto anche quella che dava a chi il lavoro sapeva meritarselo la possibilità di progettare il proprio futuro. Per chi sta nello strato più basso della scalata sociale non c’è dignità nel lavoro; non c’è premio che ricompensi una vita fatta di sacrifici; c’è solo un arrabattarsi in una condizione di perenne insicurezza e precarietà, un tirare a campare che non concede tregua né tempo per se stessi o per la propria vita affettiva.

Nessuna rassicurazione né lieto fine dunque: in questo come in altri film di Ken Loach non c’è alcuno spiraglio di romantica o divertente evasione, ma la lucida e schietta restituzione della nuda e cruda realtà. C’è la verità di un mondo degli ultimi; c’è quello che nessun dato Istat sull’occupazione, nessun politico, nessun media ha il coraggio e l’onestà di svelare in tutta la sua miseria e drammaticità. Perché qui non si riportano cifre, non si parla di numeri, ma si lasciano parlare le persone. Non a caso i protagonisti di quest’ultima pellicola di Loach sono ancora una volta interpretati da attori non professionisti, scelta che li rende testimoni, prima ancora che interpreti, di una condizione vissuta sulla propria pelle, conferendo al film ulteriore genuinità. Testimoni di quel privilegio che sembra essere diventato oggi il lavoro per chi ce l’ha, e dei costi, in termini di umanità, dignità e diritti che questo “privilegio” comporta.

Quello di Loach è un cinema sociale, politico, resistenziale, capace di mantenere ancora quel contatto con la realtà che altrove sfuma nei toni edulcorati dell’intrattenimento o nella strumentalizzazione. Certo, un film non ha il potere di cambiare le cose, ma ha certamente quello di aiutarci a riflettere. E questo è uno di quelli che andrebbe proiettato in Parlamento, per ricordare ai nostri politici così usi a sciorinare numeri altalenanti sull’occupazione, che il vero scopo dello Stato è quello di vigilare sulle effettive condizioni lavorative; non è – come scrive Baruch Spinoza – quello di «convertire in bestie gli uomini dotati di ragione o di farne degli automi. (…) Il vero fine dello Stato è la libertà.»

Giuseppe Maggiore


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