VINCITRICE E VINTA | Marlene Dietrich, la dea egoista

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di Paolo Schmidlin

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Durante la Repubblica di Weimar e prima dell’ascesa del Nazismo, la città di Berlino era in preda a un fervore intellettuale e un fermento creativo mai conosciuti prima. Artisti, letterati, cineasti, architetti, nonché omosessuali da ogni paese, approdavano in questa città che prometteva divertimento, cultura e grande libertà sessuale.

“La vita a Berlino allora era al culmine della sua grandezza, al più alto grado di sofisticazione e di abbandono. Nessuno di noi aveva mai visto niente di simile prima”, ha raccontato Marsden Hartley, poeta e artista habitué della città. Non è un caso che il primo intervento di cambiamento di sesso fu eseguito proprio a Berlino negli anni ‘20, grazie agli studi scientifici sulla transessualità condotti presso l’Institut für Sexualwissenschaft di Magnus Hirschfeld. Una metropoli libera e spregiudicata, dove venivano pubblicati ben trenta periodici per omosessuali, si trovavano sarti che confezionavano abiti su misura per travestiti e i single avevano l’opportunità di pubblicare annunci espliciti per cercare partners. Nel quartiere di Schöneberg prosperavano bar, nightclub e cabaret frequentati da lesbiche, gay e transessuali. Proprio in questi locali – in particolare al Pyramid e all’Eldorado – capitava di incontrare una giovane donna tedesca molto bella, sposata da poco ma con un matrimonio molto “aperto” e senza obblighi di fedeltà: Maria Magdalena Dietrich. Questa creatura dalla voce suadente, diplomata all’accademia di Berlino, si esibiva occasionalmente come cantante e frequentava con disinvoltura paio di cantanti e cabarettiste lesbiche, Claire Waldoff e Margo Lion, entrambe sue amanti. Presto questa donna, dichiaratamente bisessuale, carismatica ma ancora sconosciuta, sarebbe diventata famosissima, un’icona immortale con il nome di Marlene Dietrich.

Marie Magdalene, nata il 27 dicembre 1901, era figlia di un ufficiale dell’esercito Prussiano, Louis Erich Otto Dietrich, che l’aveva educata alla disciplina e allo spirito di sacrificio, tanto che lei dichiarerà spesso d sentirsi “un bravo soldato”. Dalla madre, figlia di un famoso gioielliere, aveva ereditato lo spiccato senso estetico, una predisposizione verso il bello e la raffinatezza. La giovane, deposta l’ambizione di diventare una concertista, intraprende la strada della recitazione. Frequenta con impegno il Kammerspiel, una scuola-teatro fondata da Max Reinhardt che sfornò i più sorprendenti talenti di quegli anni: Leni Riefenstahl, Fritz Lang, Georg Pabst e persino Greta Garbo.

Con il nome di Marlene Dietrich comincia ad ottenere piccoli ruoli, anche in film muti e, ventunenne, si sposa con l’aiuto regista Rudolf Sieber da cui l’anno seguente avrà la sua unica figlia, Maria.  Proprio sul palcoscenico di un teatro sarà notata da un famoso regista austriaco, Josef von Sternberg che sta cercando la protagonista per un’opera importante – il primo film sonoro prodotto in Germania – dal titolo L’angelo azzurro (tratto da un romanzo di Heinrich Mann). Sternberg sceglie lei per interpretare Lola Lola, una cantante di varietà che circuisce un anziano professore di ginnasio, portandolo alla rovina. Il ruolo per l’epoca è piuttosto scabroso, ma Marlene vi s’immerge con totale dedizione. Sarà lei stessa a ideare quel costume di scena che diventerà iconico – reggicalze, boa di piume e cilindro di raso bianco – ispirandosi agli orpelli di un travestito che batteva i marciapiedi di Schöneberg. La sua prova d’attrice è eccezionale; la voce, quando canta tra i fumi del cabaret, è vellutata come una carezza; la sua presenza scenica conquista tutti, in primis il regista che se ne innamora. I due diventano amanti e il film, che esce a Berlino nel 1930, riscuote un successo mondiale.

Il rapporto con Sternberg è travolgente. Partono per Hollywood, dove la Paramount – i cui dirigenti hanno intuito le grandi potenzialità dell’attrice – ha pronto per entrambi un contratto di sei anni e per sei film. Marlene lascia senza remore marito e figlia in Germania ma non dimentica di portarsi dietro il suo portafortuna: un negretto in panno della Lenci, che la accompagnerà per tutta la vita professionale. Prende le distanze dal suo paese proprio nel momento in cui il Nazismo sta salendo al potere. È un regime che detesta ed è felice di mettere un oceano tra lei e Hitler.

In America Von Sternberg la plasmerà anche fisicamente. Il suo corpo, che ne L’angelo azzurro non era esattamente da silfide, si assottiglia con l’ausilio di diete ferree. Le gambe, già superbe, assumono una linea ancor più sinuosa. La convince a farsi schiarire i capelli e, per mettere in risalto gli zigomi, perfino a farsi estrarre i molari così che le guance scavate creino magnifiche ombre sotto le luci di scena. Il suo viso, illuminato ad arte, con le palpebre velate sotto a  sopracciglia ridisegnate come un arco perfetto, si trasforma; si materializza quel volto diafano e fatale che tutti conosciamo.

La Dietrich s’immerge nel lusso di una Hollywood dove gli attori sono idolatrati alla stregua di divinità. Lei si adegua subito e lavora duramente con la consueta disciplina “militaresca”: sfodera tutto il senso del dovere e del sacrificio di matrice prussiana. Perfezionista, intransigente, pignola, controlla qualsiasi dettaglio che le riguarda: dalle luci che devono esaltare la luminosità della pelle e i lineamenti perfetti, alle fotografie ufficiali (dove in genere fa ritoccare, assottigliandoli, le mani e il punto vita), agli abiti – per lo più di Patou o di Adrian – che devono coniugare taglio impeccabile e preziosità dei materiali. Scivola con eleganza in quell’involucro luccicante da star che le calza a pennello. Indossa piume e pellicce “che sembrano appartenere al suo corpo come le pellicce alle belve e le piume agli uccelli”, scrive Jean Cocteau.

Gira sei film con Sternberg, tutti di grande successo e di cupa raffinatezza estetica. Il bianco e nero esalta la magia del suo personaggio; luci soffuse cadono dall’alto facendo brillare la chioma dorata e scolpendole il viso regale. Il primo film americano è Morocco (1930) dove, vestita da uomo con un frac nero, crea scalpore baciando sulla bocca una donna. Poi Disonorata e Shangai Express, tutti i ruoli di donne misteriose e “perdute”. Nel 1932 ecco Venere bionda: in una scena memorabile del film, Marlene balla indossando un costume da gorilla, per poi toglierselo lentamente rivelando tutta la sua sfolgorante bellezza. Gli ultimi film che gira con Sternberg sono L’imperatrice Caterina e Capriccio spagnolo.

 

A trentacinque anni la Dietrich é una stella di prima grandezza, ricchissima e anticonformista: il marito vive ancora a Berlino con la figlia e lei – pur avendo una relazione fissa con Sternberg – si concede innumerevoli amanti, sia uomini che donne. Nel suo letto passano personaggi del calibro di Orson Wells, Gary Cooper, Erich Maria Remarque, Burt Lancaster… e anche femmine magnifiche come Greta Garbo, Claudette Colbert, nonché quella che lei considera la donna più bella mai apparsa ad Hollywood: Dolores del Rio. “Ha zigomi perfetti, più dei miei”, ammette. Paradossalmente la Dietrich detesta essere toccata e questo é sconcertante, considerata la rapidità in cui cambia compagni di letto; ma lei fondamentalmente cerca palpiti, slanci appassionati, amori da “Sturm und Drang” che forse appartengono alla sua natura germanica. Quello che le piace è essere desiderata, venerata, avere conferma del suo fascino… Vive il sesso come un onere da pagare per ottenere la passione romantica, perciò non disdegna uomini impotenti: “Sono così carini.  Puoi dormire… ed è così intimo!”.

Pur essendo donna raffinatissima, per certe cose è assolutamente impudica; mette al corrente la figlia (giunta a vivere in California col padre) di dettagli intimi imbarazzanti, come il fatto di preferire la fellatio “perché così sei tu che dirigi il gioco” o la pratica empirica delle lavande di acqua fredda e aceto dopo i rapporti sessuali per evitare gravidanze.

È sempre disciplinata in tutto tranne che nel bere e nel fumare: per dimagrire  prima di girare un film segue un personalissimo e bizzarro regime alimentare a base  di tè, caffè, bicchieroni di acqua calda con sale inglese, sottaceti, aringhe, salame, wurstel e crauti crudi.

La sua carriera a Hollywood procede a gonfie vele. Lei sembra possedere tutte le caratteristiche necessarie per stare a galla nello spietato mondo del cinema; a dispetto dell’immagine evanescente è dura come l’acciaio, instancabile sul lavoro, estremamente narcisista e mostruosamente egoista. Totalmente immersa nel suo ruolo, si sente una dea. Quando le capita di osservare la gente normale in un luogo affollato commenta: “Quante persone orribili ci sono al mondo! Non mi meraviglia che ci paghino tanto!”. Nessuno ha il potere di intimidirla e anche i produttori più aggressivi davanti alla Dietrich provano soggezione. Con i subalterni appare generosa, ma è strategia; con regali ed aiuti compra la loro devozione imperitura. La sua generosità deve essere ben chiara ai destinatari, così da poterli legare con l’arma gratitudine. Se poi qualcuno azzarda a dirle un “no”, è un affronto che la rende furiosa: “Vedi com’è fatta la gente? Fai tutto per loro e ti ripagano così…”.

È sempre tranchant nei suoi giudizi, anche verso le colleghe: giudica la Crawford “una donna orribile, con quegli occhi sporgenti… una ballerina di tip-tap di quart’ordine. Addosso a lei tutto sembra volgare”; Loretta Jung “una bigotta cattolica; ogni volta che commette un peccato, fa costruire a Hollywood un’orrenda chiesa”. Una delle eccezioni è la vicina di camerino, Mae West, di cui diviene amica; a lei sono concessi comportamenti disinibiti che in un’altra avrebbero provocato una delle sue occhiate sprezzanti. Mae si diverte a stuzzicarla e si fanno matte risate. Purtroppo queste due incredibili vamp non faranno mai un film insieme. Sarebbe stato memorabile.

Conclusa la relazione col pigmalione Sternberg e libera di scegliere i ruoli che le aggradano, raccoglie altri successi (Desiderio, Angelo, La taverna dei sette peccati).  Hitler e Goering fanno carte false per richiamarla in patria; Marlene, diva tedesca, sarebbe un simbolo ideale per il regime. Lei, feroce oppositrice del Nazismo, si nega. Anzi, quando nel 1941 gli americani entreranno in guerra, si mobilita per portare spettacoli d’intrattenimento al fronte, sia in nord Africa sia in Europa. Canta Lili Marlene con quella voce che, come diceva Hemingway, ”saprebbe spezzarti il cuore” e prende talmente sul serio la sua missione di “conforto” per le truppe che si prodiga anche in modi non proprio convenzionali: alcuni componenti della troupe racconteranno in seguito che avevano il compito di montare la guardia davanti ai suoi alloggi per dirigere il “traffico” dei giovani soldati cui quella diva inarrivabile “risollevava il morale”.

Tornata in California molti film ancora la attendono: Scandalo internazionale (1948), Paura in palcoscenico (1950), Testimone d’accusa (1957), Vincitori e vinti (1961) per il quale conquista il David di Donatello. Ormai Marlene ha sessant’anni e, pur sempre bellissima, il fisico comincia a dar segni di cedimento. Ha qualche problema di equilibrio, da ascrivere probabilmente a una sindrome di Meniére, ma il vero punto debole sono le sue famose gambe. Una forte osteoporosi, aggravata dalle diete e dal fumo, rende le sue ossa fragili come vetro.

Ma lei, “il soldato Dietrich” abituato a vincere sempre, non demorde e si dedica a faticose tournée in tutto il mondo esclusivamente come cantante. Tuttavia non sconfiggerà il nemico implacabile, il tempo, che la sospinge verso quella vecchiaia da lei sempre aborrita. Comincia ad avere crampi alle gambe e problemi di mobilità che nasconde ostinatamente perché una dea colpita da infermità fisica verrebbe declassata al livello dei comuni mortali. Per attenuare il dolore aumenta il consumo di alcolici e ingurgita farmaci in gran quantità: cortisone, codeina, Nembutal, belladonna, Librium…  Tutto questo non fa che peggiorare la situazione. Fa alcune brutte cadute anche in scena, tuttavia i suoi recital riempiono i teatri e lei é sempre smagliante, un’apparizione di puro glamour: la sontuosa pelliccia bianca di piumino di cigno, gli abiti da sera “nude look” ricamati di strass, i capelli biondi scintillanti di polvere d’oro… Fino a quando appare perfetta, è convinta di esserlo veramente. Purtroppo la realtà è ben diversa: sotto i vestiti di chiffon impalpabili nasconde spesse guaine, faticosissime da indossare, che le sostengono i seni flaccidi e le rimodellano il corpo ormai sfiorito; i capelli sono raffinate parrucche (consigliate dall’amica Vivien Leigh che avendo problemi di calvizie già le usa da tempo); cerotti nascosti le tirano indietro la pelle del viso e sul palcoscenico il passo è malfermo, vacilla, si aggrappa al sipario… Ma i suoi fan adorano questa “vecchietta” (così la definì crudelmente il critico Max Gibson) che cerca di ricreare la magia di un tempo ormai perduto. L’ultimo concerto sarà nel 1975, a Sidney, dove stramazza a terra ubriaca e si rompe un femore. Si riprende, con la tenacia che la contraddistingue. L’ultima sua apparizione cinematografica sarà Gigolò (1979): un triste cameo in cui il simulacro della diva che fu, abbigliata con un grande cappello nero con veletta, canta un brano struggente. Visibilmente rigida e poco lucida, sembra una statua di cera. Lo stesso anno nel suo appartamento di Parigi, ubriaca, cade in bagno e si incrina un’anca. Sarebbe un trauma risolvibile in poche settimane, ma lei decide di mettersi a letto per il resto della sua vita. Vuole salvare la sua leggenda.

Con perfetta efficienza teutonica attrezza la sua camera con tutto ciò che le serve e il letto diventa il suo quartier generale. A portata di mano due telefoni, kleenex, occhiali, foto, agende, penne, liquori, un fornello elettrico… Utilizza lunghe pinze per prendere dagli scaffali tutto ciò che d’altro le serve, come i medicinali. Accanto al letto tiene due piccoli bidoni, dove travasa l’urina scaricata in un’elegante caraffa di Limoges. Gli escrementi li raccoglie invece in una casseruola metallica. In breve tempo la situazione degenera poiché non vuole essere toccata né lavata, e protesta quando si cerca di cambiarle il letto, imbrattato di feci e quant’altro. A poco a poco i muscoli delle sue bellissime gambe si atrofizzano e i piedi si deformano per l’inattività ma lei non sembra preoccuparsene e passa le giornate a bere Scotch, leggere, telefonare. Raramente guarda la televisione che considera “un passatempo per le classi inferiori”.  Mantiene una mente lucidissima e passa ore ed ore al telefono a civettare in maniera morbosa con ammiratori sconosciuti, rivelando senza ritegno i suoi segreti. Protetta dal filtro della cornetta telefonica la Dietrich riesce ancora ad ammaliare con la sua inconfondibile voce. I suoi interlocutori non riescono a immaginare questa vecchia incartapecorita, maleodorante, con le gambe atrofizzate, i capelli radi, a ciocche scomposte (se li è tagliati malamente da sola con le forbicine per unghie), i lobi delle orecchie penzolanti, l’occhio sinistro velato da una cataratta mai curata… vedono ancora l’Angelo Azzurro.  Con l’età avanzata è diventata ancor più dura, cinica, spesso sboccata: “Non voglio infermiere, basta l’uomo che sta di guardia ai garage per salire e buttar via il mio piscio!”; “Cos’è tutto quel chiasso in America per quel libro sui negri? (Radici) Chi mai vorrà leggere un libro su di loro? Non venderà una copia…”. A ottantacinque anni si infatua di Mikhail Baryshnikov e, ottenuto il suo numero di telefono privato, flirta spudoratamente con lui. Sciorina con nonchalance alla figlia Maria, allibita, le consuete oscenità: “Dovresti sentirlo, è meraviglioso! Così tenero e romantico… Sarebbe carino che venisse a trovarmi. Dopo tanti anni di nulla dovrei essere di nuovo stretta “là sotto”, non credi?”. Dopo Baryshnikov ci sarà un giovane dottore… e poi altri ancora. Voci di uomini sconosciuti riempiono la sua solitudine e la illudono di conservare intatto il suo potere seduttivo.

Nella notte del 6 maggio 1992, dopo dodici anni di “confino” nel suo letto, la leggendaria Marlene, sfinita, muore. Rannicchiata, con le gambe scheletriche ripiegate contro il fragile corpo, sembra una bambina impaurita. Nulla resta, neppure un vago bagliore, della donna fatale che era stata.  Viene composta nella bara avvolta in un lenzuolo di raso bianco. Un aereo la riporterà nella sua Berlino, chiusa in una cassa zincata coperta da una bandiera a stelle e strisce.

Paolo Schmidlin


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