POLEMICHE EPISTOLARI NELLA VENEZIA DEMOCRATICA DEL 1797

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di Ruggero Soffiato

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

SFOGLIA LA RIVISTA  

 

La fine del Maggior Consiglio

 

La politica di neutralità seguita dalla Repubblica di Venezia rispetto ai conflitti che si verificarono tra gli Stati Europei durante tutto il Secolo XVIII, a seguito dello sconvolgimento degli equilibri provocati dalla Rivoluzione Francese, non sembrava più sufficiente a garantirla da eventuali aggressioni da parte delle potenze europee[1].

Venezia non entrò nella prima coalizione antifrancese del 1793 ed anzi pose particolare attenzione alle relazioni con la Francia rivoluzionaria: ne può far fede l’ambasceria decretata  dal Senato veneziano il 7 marzo 1795 ed  affidata al N.H. Alvise Querini, inviato in missione a Parigi [2].

Il 30 luglio 1795 il Querini si presentò alla Convenzione Nazionale, (presidente il Cittadino Reveillère Lepaux) e fece una esplicita dichiarazione di amicizia[3],  ricevendone dal presidente stesso altisonante conferma[4].

Qualche settimana dopo, il 22 agosto 1795 (5 Fruttidoro, anno III), la Convenzione Nazionale emana la nuova Costituzione, che affidava il potere esecutivo ad un “Direttorio” composto da cinque membri[5].

La nuova situazione politica potrebbe giustificare il diverso atteggiamento e la posizione del Ministro degli Esteri francese (denominato Ministro delle relazioni esteriori) Carlo De la Croix nel promemoria datato 11 ventoso dell’anno IV della Repubblica Francese (1° Marzo 1796) consegnato al Nobile Alvise Querini che lo trasmise al Senato veneziano in data 17 Marzo 1796. Oltre a  protestare fermamente la tolleranza da parte del Senato veneziano per il soggiorno veronese del pretendente al trono (e poi Re di Francia come Luigi XVIII) [6], il Ministro lamenta che il Senato “abbia sofferto il passaggio delle truppe austriache sul suo territorio”[7].

Il Senato intimò al futuro re di lasciare Verona ed i territori della Repubblica, provocando forti reazioni alla corte di Vienna.

La tanto difesa, anche a livello europeo, neutralità veneziana veniva quindi messa dai Francesi in serio dubbio. Napoleone poi, nei primi mesi del 1797,  aveva lanciato una offensiva decisa contro le truppe austriache, arrivando fino a Villach,  Klagenfurth e poi Leoben, (7 aprile), a pochi chilometri da Vienna.[8]

Il 18 aprile furono firmati i preliminari di pace tra Francia e Austria nei quali veniva deciso (segretamente) lo smembramento della repubblica di Venezia. Napoleone quindi, aveva necessità di disporre della repubblica e le dichiarò guerra (manifesto del primo maggio 1797 da Palmanova)[9].

Il passaggio dei poteri

 

Numerosi e assai convulsi appaiono i contatti tra Bonaparte stesso, i Rappresentanti Francesi (G.B. Lallement, G. Villetard) e i Deputati veneziani Francesco Donà e Lunardo Zustinian. Questi ultimi cercarono in ogni modo di controbattere alle accuse esposte nel manifesto del primo maggio, ma inutilmente. I documenti disponibili mettono in particolare evidenza la ferma difesa delle posizioni della Repubblica da parte di Lunardo Zustinian[10] Molte erano le richieste espresse, ma la più importante fu certamente quella di far “istituire a Venezia un governo rappresentativo di tipo democratico con conseguente abolizione del patriziato; o ci pensavano i veneziani o sarebbero intervenuti i francesi: Bonaparte non avrebbe pazientato più a lungo”[11].

Con la partecipazione del doge Ludovico Manin[12], “riunivasi infatti a tal fine il Consiglio[13] stesso il giorno 12 maggio 1797, in numero di soli 537 individui, quando almeno 600 sarebbonsi richiesti a rendere legale la deliberazione; ed accoglieva la proposta della Consulta, con venti soli voti negativi e cinque non sinceri.[14] Così, dopo aver per molti secoli empiuto il mondo della sua fama, cadeva quella gloriosa Repubblica, che il fiero Astigiano[15], nemico implacabile così dei re come degli ottimati, pur nondimeno appellava:

Del sen uman la più longeva figlia,

Che sol se stessa e null’altro somiglia. 

Il giorno 15 maggio  i Francesi occupavano i forti; ed il giorno seguente Venezia vide, per la prima volta nei suoi 14 secoli di storia, il soldato straniero percorrere le sue strade.

Viene quindi istituita la Municipalità Provvisoria, composta di 60 membri, suddivisi in 9 Comitati[16], che entrano immediatamente in funzione.

L’attività della Municipalità appare essere particolarmente intensa, producendo memorie, decreti, avvisi in grande quantità e relativamente ai più diversi soggetti che hanno lo scopo di apportare modifiche sostanziali alla vita dei cittadini veneziani, che sembrano comunque essere i soli destinatari  delle decretazioni, essendosi  la Terraferma già dotata di proprie ed indipendenti Municipalità,  che poi confluiranno nella Repubblica Cisalpina.

Particolare attenzione viene posta agli aspetti formali ed anche grafici dei decreti emanati, con lo scopo di evidenziare la forte discontinuità rispetto alla precedente Amministrazione e di allinearsi alle modalità della Repubblica francese.

Già nei documenti del 16 maggio 1797 scompare la scritta “ pax tibi marce”  etc.. sul libro dello stemma: viene sostituita da “diritti e doveri dell’Uomo e del Cittadino” , con l’aggiunta, ai lati del frontespizio, delle parole libertà – uguaglianza . In un documento del 16 maggio 1797 appare anche la parola virtù  che poi scompare[17].

Per ciò che concerne la  presente ricerca,  si rileva come il N.H. Lunardo Ziustinian sia nominato membro del “Comitato de’ Pubblici Soccorsi”, unitamente ai cittadini Niccolò Corner, Giuseppe Ferro, Tommaso Pietro Zorzi e Giuseppe Ferratini[18]. È infatti sulla base del Rapporto del Comitato di sussistenza e dei Pubblici soccorsi che la Municipalità provvisoria incarica, con apposito decreto del 28 Pratile (16 Giugno 1797), “i Parrochi e Presidenti delle Fraterne di cadauna Parrochia, o Contrada di farsi a riconoscere […] gli individui ex-Patrizi che non hanno beni fondi, e a quelli che esigevano dal passato Governo pensioni vitalizie sotto il titolo di provvisioni.”[19] E ciò al fine di continuare l’elargizione delle provvidenze consuete. Il decreto tenta di rispondere a  quanto richiesto da Bonaparte, tramite il Viletar, nel documento relativo al cambiamento di regime: “Siano assicurati i poveri ex nobili d’un provvedimento vitalizio sopra i beni nazionali, o con istituzione d’una lotteria….”[20].

 I poveri ex-nobili, detti anche Barnabotti

 

Col nome di Barnabotti era noto a Venezia, verso la fine della Repubblica,  il gruppo della nobiltà impoverita[21]. Si trattava di quei patrizi che, pur avendo perduto molte delle loro disponibilità economiche, continuavano di diritto a mantenere il seggio in seno al Maggior Consiglio.

Già tra il 1778 ed 1780 Carlo Contarini e Giorgio Pisani, nelle proposte di riforma tendenti a diminuire il potere dell’Oligarchia, “avevano chiesto, fra l’altro, che fosse restituita piena sovranità al Maggior Consiglio, composto a quei tempi di circa 800 membri in buona parte Barnabotti, cioè nobili poveri (così chiamati dalla contrada S. Barnaba, ove dimorava la maggior parte di loro). I Barnabotti erano esclusi dalle cariche importanti, e soggiacevano alla volontà degli Inquisitori e di un piccolo numero di famiglie potenti di cui essi erano la clientela. Indubbiamente un allargamento del potere ai Barnabotti sarebbe stato pericoloso, ma avrebbe gradualmente promosso la partecipazione dei nuovi ceti borghesi, collegati a questa nobiltà minore, alla vita politica dello Stato”[22]

Il problema di fronte al quale si trova a dover agire  la Municipalità Provvisoria non è certamente di recente formazione. Già Traiano Boccalini,  nel 1669[23], citato da Giovanni Ricci nel suo saggio L’allarme di Marco Molin…etc[24] pone l’accento su “due tanto pericolosi estremi delle immense facoltadi e della molta povertà” che costringevano la Repubblica a soccorrere in vari modi gli aristocratici “mal proveduti de’ beni di fortuna”.

Non è ambito di questa ricerca indagare la vasta storiografia sull’argomento, citata da Giovanni Ricci, ma sembra che l’affermazione dello stesso Ricci, a proposito della gerarchia dei provvedimenti da adottare dalla Municipalità Provvisoria, nei confronti dei Patrizi poveri, possa essere rivista. Egli infatti scrive: “nella gerarchia dei problemi della società le si attribuisce un’urgenza sempre meno pressante”.

È invece già del 20 giugno 1797 il primo decreto della Municipalità Provvisoria (su suggerimento del Comitato Sussistenze e Pubblici Soccorsi a firma Ziustinian, Ferro e Guizzetti):

 LA MUNICIPALITÀ PROVVISORIA DI VENEZIA

Volendo assicurare che, anche in mezzo ai gravi oggetti, che chiamano le sue continue sollecitudini, essa non dimentica le circostanze degli indigenti ex patrizi,

DELIBERA

che dalla Cassa della Nazione siano contati al Cittadino Paolo Abis  ducati 4.500 quattromilacinquecento  perché debba nelle misure della unita nota distribuirle agli individui nella stessa compresi”[25].

Segue quindi la prima DISPENSA del mese di luglio stesa  dal cittadino Paolo Abis “fatta per commissioni della Municipalità provvisoria a n.ro 424 ex-Patrizi in ragione di ducati dieci correnti per cadauno”[26]

La dispensa poi riporta i nomi degli ex-Patrizi suddivisi per famiglie: Badoer, Balbi, Barbaro, Barozzi, Bembo, Bon, Bonlini, Bragadin, Gatti, Cicogna, Condulmer, Contarini, Corner, Dandolo, Dolfin, Donà, Foscarini, Foscolo, Gritti, Longo, Loredan, Marin, Minio, Morosini, Mosto, Muazzo, Pasqualigo, Pisani, Pizzamano, Priuli, Querini, Riva, Romieri, Sagredo, Soranzo, Tiepolo, Venier, Zen, Zorzi.

Analoghe dispense furono pubblicate nei mesi successivi, nella stessa forma della prima, anche se con un numero diverso di beneficiari, ma sempre per la somma di 10 ducati pro capite: Agosto, 441; Settembre, 448; Ottobre, 593; Novembre, 586, Dicembre, 587[27].

Il problema non verrà trascurato nemmeno dall’amministrazione Austriaca, che subentra alla Municipalità Provvisoria nel gennaio del 1798:  infatti essa richiederà a Marco Molin (ex membro del Tribunale delle Quarantie ed Avogadore di Comun), che fu tra i primi impiegati richiamati in servizio dopo la fine della Repubblica e la cessione all’Austria, un rapporto sulla povertà patrizia che sarà presentato al Governo nel maggio 1798[28].

I pamphlet

Gli sconvolgimenti nel Governo della Repubblica provocarono una vasta proliferazione di documenti, sotto forma  di lettere, scenette metaforiche, libelli, opuscoli[29], dialoghi sia in favore della Municipalità[30] ma,  anche,  di critica feroce alla stessa  ed ai suoi Comitati (in particolare  a quello per la Pubblica Istruzione) e di rimpianto della perduta Repubblica [31].

Non è certo possibile in questa sede procedere ad una disamina di tutti, ma se ne vogliono citare alcuni che sembrano essere esemplificativi del genere ed il cui esame può essere utile per meglio comprendere le famose Lettera di un Patrizio Veneto etc.. e Lettera Apologetica sulla Repubblica di Venezia etc..”[32] entrambe indirizzate al N.H. Lunardo Zustinian Lolin, che costituiscono la ragione di questa ricerca e che saranno trattate nel  paragrafo successivo.

Non sarà possibile nemmeno una esegesi accurata dei documenti scelti: saranno fornite soltanto alcune indicazioni sul contenuto e soprattutto sullo spirito che emana dai documenti.

Nel già citato volume quarto della Raccolta di carte Pubbliche etc…. alla pag. 49 e segg.  troviamo la lettera intitolata Un ex-Patrizio alla Municipalità di Venezia.

L’argomento è L’Amnistia  generale promessa dalla Municipalità agli ex  Patrizi[33], ma che, a parere dell’anonimo autore, non viene applicata in quanto “Se lassa stampar a rotta de collo tutte le maggiori declamazioni contro i Aristocratici, con maraveggia persin dei cattivi” ed anche “Mai sazi d’insultarne, e de farne insultar tenté sempre de mettere scismi contro de nu, de incitar el Popolo perché sempre più el ne odia, sempre più el se irrita? Voleu che el ne mazza tutti?”.

Seguono poi un accorato appello alla misericordia di Dio e l’espressione della speranza che vengano rispettati i desideri del Bonaparte “che no vedo l’ora ch’el vegna”.

Viene anche fatta una distinzione tra Patrizi Aristocratici  ed Oligarchi, questi ultimi considerati dallo scrivente i veri colpevoli  dell’oppressione del Popolo e da qui  la richiesta che eventualmente siano questi ultimi  i destinatari delle invettive e non tutti gli ex- Patrizi.

La lettera si conclude con un altro appello: “No fé, che el bon Popolo Venezian, che ze sta bon sibben che nu gierimo cattivi, el deventarà in un momento cattivo adesso, che a merito de Bonaparte e de vu altri saremo per essere boni”.

A pag. 55, sempre nel volume quarto della Raccolta, troviamo la risposta intitolata Riflessioni sullo scritto dell’ex Patrizio alla Municipalità Provvisoria di Venezia.

È una breve invettiva carica di acredine e di recriminazioni (ma non priva di una certa forza oratoria) sui passati comportamenti dei Patrizi che al “…Popolo gavevi serà la bocca, e i occhi, stropà le orecchie, ligae le man, e le gambe, e come un bambozzo  lo condusevi a vostro modo, lo fasevi parlar, guardar, sentir, caminar, menar le man quando volevi e co piaseva a vualtri?”.

Quindi non si dovevano lamentare se venivano pubblicamente esecrati ed ingiuriati, e se erano ridotti in povertà.

Il terzo di questa terna documentale[34], emblematico della produzione incessante,  contesta punto per punto la prima lettera, (specialmente la seconda parte), interpolando citazioni dotte in latino con domande retoriche e con frasi fortemente accusatorie sulle passate malversazioni dei nobili nei confronti del popolo e sulla corruzione endemica anche dei funzionari di grado inferiore: “Per confermar, o crescer un Calmier, per deliberar un Apalto a vostro  modo, per sbregar un Processo, e assolver un reo, per mancar con una scusa una mattina, e far andar a monte una Causa, per proteger una squaquarina? Zecchini, e tutto giera fatto”. E per rispondere alla dichiarazione di povertà e alla necessità di un sussidio: “ Dove eli andai sti bezzi? Adesso gavé fame?, volé che ve mantegnimo dopo sti boni trattamenti, che n’avé fatto?, e gavé coraggio ancora de domandarlo? Dii multa neglecti mala dederunt[35].

Può essere utile alla datazione del documento la frase che irride all’espressione  dell’ex- Patrizio  relativa all’auspicata amicizia tra gli uomini[36] : “Ah buffacchio! Respetté almanco col silenzio el nome sacro de amigo, za che no lo savé sostener colle azion. Amici adesso: se vinti zorni fa no se poteva spettar altro che l’epiteto de becco fotù, chi credistu che sia, so un Zentilomo, te farò scavezzare i brazzi e cose simili?: essendo infatti la Municipalità insediatasi il 16 maggio 1797[37], il documento è stato presumibilmente pubblicato nella prima decade di giugno e ciò a dimostrazione di come la polemica fosse immediatamente seguita all’azione politica.

Il libello prosegue con l’incitamento al popolo di non lasciarsi ingannare dalle lamentele e dalle preghiere dei Nobili, di non lasciarsi trasportare dalla sua indole[38] perché: “Latet anguis in herba, sotto i bei fiori se sconde le bisse: nelle belle parole se sconde l’inganno”,   e si conclude con una terribile invettiva che auspica vendetta: “Recordeve che tutte le vostre porte ze segnae da un Anzolo de vendetta, e de furor col sangue, ma non col sangue dell’agnello che figurava la sicurezza, la pase, el perdon; ma ze segnae co quel sangue innocente, che avé succhià sin all’ultima giozza, e che chiama vendetta terribile a Dio, ai omeni, e sin alle bestie istesse”[39].

Numerosi e molto interessanti sono i documenti polemici pubblicati nei mesi del governo della Municipalità.

Un attento commento a molti di essi si può trovare nel già citato saggio di Pia Zambon che, pur essendo stato scritto 80 anni fa e risentendo del clima politico del momento storico (1923), è pur sempre una rassegna critica che bene rappresenta lo spirito dei documenti allora pubblicati.

Le Lettere Apologetiche (I e II)

 

Gennaio 1798, la bufera democratica è passata, l’Austria è il nuovo signore di Venezia[40], è tempo di vendicare gli affronti subiti, almeno attraverso una pubblica denuncia.

È ciò che fa un ex-Patrizio anonimo facendo pubblicare a stampa la  prima Lettera di un Patrizio Veneto di quelli che li loro nomi sono stati precisamente stampati d’ordine del Comitato dei Pubblici Soccorsi diretta al N.H. Lunardo Zustinian Lolin, fu Savio di Terra ferma., Savio alla Scrittura, Deputato del Maggior Consiglio al Generale in Capo Bonaparte e Municipalista di Venezia.[41]

L’antefatto sembra potersi ricercare nell’accusa di alcuni ex-Patrizi al Zustinian Lolin di essere “il rubatore di poche miserabili Lire assegnate dalla vostra generosità democratica alla nostra Aristocratica miseria”[42],  alla quale il Lolin risponde con la pubblicazione delle liste degli ex-Patrizi ai quali viene assegnato il sussidio di 10 ducati mensili, esponendoli quindi al ludibrio del popolo.[43]

La motivazione addotta dal Patrizio per la stesura della lettera sembra però essere solo un pretesto per una più ampia e decisa accusa nei confronti di uno dei protagonisti della breve stagione del governo municipalista.

E infatti subito appresso afferma: “Sapete quali sono i fondamenti di questa imputazione: sentiteli? Voi foste in ogni tempo l’Amico del perfido Sordina[44],  voi siete sempre vissuto in stretta Amicizia con Lui, egli era uno di quelli, che componevano l’infame, e arcano Club dei Feratini in Campo SanPolo, Campo che voi altri faceste denominare e stampare la Piazza della Rivoluzione, dicendo che colà si raccolsero i primi Patrioti,[45] che io chiamerò i primi ribelli, e quelli che colà hanno disegnato, e consumato il piano della distruzione dell’adorata estinta mia Patria”[46].

Lo scrivente passa quindi a contestare la legittimità stessa del Governo Provvisorio “…Perché il Governo provisorio legittimo doveva essere composto dall’ex-Doge, dagli ex-Consiglieri, dagli ex Capi di Quaranta, e dagli Savi ed altri da loro nominati, […], ma invece da chi prendeste il Mandato della vostra Rappresentanza Provvisoria? Iddio grande! Dai congiurati della casa Feratini in Campo San Polo, da quei scellerati, che avevano giurato colà da tempo la perdita del legittimo nostro Antico Governo”[47].

Subito dopo viene citato Rousseau che, “dice nel suo contratto Sociale: Se vi fosse un popolo di Dei questo si governerebbe democraticamente: un governo così perfetto non conviene agli uomini, ed io v’aggiungerei, e molto meno se questi Uomini siano ben lungi dall’essere tante divinità, ma invece siano immersi come noi in ogni lezzo, in ogni depravato costume, e nella più profonda e orgogliosa ignoranza”[48] .

Anche di  ignoranza viene tacciato il Lolin, perché se avesse letto i Pubblicisti e non fosse digiuno di diritto pubblico “…arrossireste non poco della tenuta governativa vostra condotta […] ma le vostre brutalità di Governo in questi trapassati otto Mesi[49] degne solo dei [50]Tiranni di Tebe”.

La seconda parte della lettera è praticamente dedicata all’elenco delle “brutalità” nei confronti di alcuni esponenti dell’ex Governo Aristrocratico: “il Virtuoso Proc. e K. Pesaro, […] il valoroso Morosini, […] l’infelice Priuli, […], il probo General in Dalmazia Querini […] i nomi illustri ancora dei Senatori Garzoni, Grimani, Labia…”.

L’ultima parte della lettera è dedicata alla presunta congiura del 12 ottobre[51]. L’ex-Patrizio accusa il Lolin: “È vero, Ella volle condannare al disprezzo con questo Libro tutti i sfortunati, e poveri Cittadini dell’estinta nostra repubblica, come Ella tentò di far uccidere i più doviziosi il fatal giorno del 12 ottobre, che io raccapriccio al solo rimembrarlo”[52].

Segue il racconto dell’arresto degli ostaggi, (in particolare di Zuanne Zusto[53], di oltre 80 anni) decretato dalla Municipalità, in quanto “pretesi Congiurati” e delle modalità di esecuzione, paragonata a quelle “con cui la sbiraglia sotto il passato Governo colpiva solamente il Parricida”.

Accusa pesante, dunque che va ben oltre quella della pubblicazione delle liste, intesa a condannare in toto l’operato della Municipalità.

Conclude lo scritto dando atto del fatto che lo stesso Lolin fu poi ostaggio di Napoleone (che lo aveva espressamente richiesto)[54]: “ È vero, anche voi foste condotto in ostaggio”[55], ma poi chiude con un affondo terribile. “ma ricordatevi, che lo scellerato, e parricida Duca d’Orleans[56], dopo aver colle sue mani rovesciato il trono dei suoi maggiori per la rigenerazione della Francia[57], perdette per opera de’ suoi stessi Compagni di rivoluzione sopra un infame patibolo la testa”.[58]

Il libello, come afferma lo stesso autore, ebbe un grande successo[59], tanto da convincerlo a scriverne un secondo intitolato Lettera Apologetica sulla Repubblica di Venezia diretta al N.H. Lunardo Zustinian Lolin ex-Municipalista di Venezia[60].

In realtà si tratta quasi di un trattatello, apparentemente meno personalmente polemico nei confronti del Lolin e  che svolge in maniera più ampia i temi della prima lettera, mettendo in risalto le differenze tra la vecchia Repubblica e la nuova Municipalità e sostenendo le sue argomentazioni citando gli autori alle cui teorie si vennero ad ispirare i Rivoluzionari dell’epoca.

“Vi voglio convincere dei vostri errori tanto fatali alla vostra patria, colle autorità istesse di quei filosofi, che vi saranno stati tante volte citati dal vostro Maestro-Rivoluzionario[61].[…] So che non dareste retta ad altri autori, che a questi, che godono già l’onore del Panteon di Parigi, e che sono i gran Genj del secolo, e che hanno tanto contribuito alla propagazione della fatal anarchia, che va di giorno in giorno diffondendosi vie più nell’Europa”.

Inizia quindi citando Voltaire ed il suo Dictionnaire Philosophique, tomo IX, di cui riporta alcuni passi esplicativi dei fondamenti della  libertà di Venezia da ogni tiranno esterno e di come essa abbia saputo proteggersi dai possibili invasori contando solo sulle sue forze. Parlando poi delle circostanze della sua caduta cita: “Rome perdit par Cesar au bout de cinqcent ans sa liberté acquise par Brutus. Venise a conservé la sienne pendante onse siecle, & je me flatte qu’elle la conservera toujours”. E aggiunge: “Lo avesse voluto il cielo che questo voto si fosse verificato! È vero, noi non abbiamo avuto bisogno delle mani parricide di un Bruto per acquistare a sì caro prezzo la nostra libertà, ma per perderla abbiamo ben trovato dei figli parricidi come voi, che le hanno piantato lo stile nel cuore, col pretesto della sua chimerica rigenerazione”[62]

Passa poi a citare l’Abate Raynal[63] a suffragio della propria tesi sulla bontà del passato governo: “Une seule ligislation, dit il, merite d’etre observée dan ces belle legions d’Europe; c’est le gouvernement de Venise. Une ville, grande, magnifique & riche, inexpugnable[64], sans enceinte & sans fortresses, domine sur soixante douze illes”[65].

Ad ulteriore conferma della propria tesi, riporta una lunga citazione da uno scritto del Cardinale Gasparo Contarini[66], il quale  si sofferma in particolare a lodare le  qualità del governo misto di Venezia e introduce il concetto, caro all’estensore della lettera , della superiorità dei nobili rispetto ai popolari: “…che in questa si fatta guisa di fare i Comiti, sia mista insieme con la specie popolare, la forma de’ savi maggiori e nobili; pure con sì fatta temperanza, che quel c’è dei nobili e maggiori avanzi la ragione popolare: perciocché la sorte non in altro che nel costituire gli Elettori; della qual potestà ancora gli uomini bassissimi e vilissimi della Repubblica senza danajo veruno possono essere partecipi ed avere potestà con gli ottimi cittadini. Ma nel conseguir degli honori non ha parte veruna la sorte, nella estimazione[67] è posto”[68].

Ecco finalmente chiarito il pensiero dell’estensore: al Maggior Consiglio (i Comiti, o Comizj come li chiama il Contarini) possono partecipare anche i Popolari, ma per gli incarichi di prestigio solo i Nobili sono adatti: e questa forma di governo misto è quella migliore, come ha dimostrato Sparta.

A sostegno di quanto afferma, ecco allora l’ex-Patrizio fare riferimento nientemeno che al grande J.J. Rousseau “ che fu qui secretario di un ambasciatore di Francia[69], il quale nel suo Contratto Sociale dimostra essere il nostro un governo misto[70] e che sono in errore, dic’egli, tutti quelli che lo prendono per una vera aristocrazia”[71]. Dice Rousseau “Car c’est un erreur de prendre le Gouvernement de Venise pour una veritable aristocratie. S’y le peuple n’y a nulle part au Gouvernement, la noblesse este peuple elle même. Une moltitude de pauvres Barnabotes n’approcha jamais d’aucune magistrature & n’a de sa noblesse que le vain titre d’Excellence & le droit d’assister au grand conseil”.

L’appellativo di “pauvres Barnabotes”, sembra pungere sul vivo l’ex-patrizio che subito cerca di volgere il discorso a proprio favore: “Non crediate, o mio dovizioso[72] signore, che io mi chiami offeso s’egli mi appella bernabotto[73] ossia povero[74]; mi basta solo ch’egli mi chiami repubblicano; ossia uomo non soggetto ad altri che alle leggi della mia Patria, come lo era di fatto, perché per quattordici secoli queste furono il mio solo sovrano; e ben lo sapeva senza di lui[75] che nel Gran Consiglio io era un’individuo della gran massa del popolo governativo; ma che se avessi avuto talenti, virtù, e lumi mi avrei potuto innalzare alle primarie dignità di autorità, ma non di lucro; come di Senatore, di Avogadore e sino del Consiglio di X, e di Inquisitore di stato, come ne ho veduto alcuni della mia sfortunata casa giungervi gloriosamente ai miei giorni”[76].

Passa poi a confutare con forza l’accusa fatta “…dai vostri demagoghi con virulenta eloquenza contro la ricchezza che ci derivava a noi miseri bernaboti, dalla amministrazione di quel governo che dopo quattordici secoli avete voluto distruggere”[77]facendo presente che sia lui che suo padre hanno sì occupato qualche carica di lucro, ma “siamo vissuti sempre con spartana moderazione, e non degna certamente d’invidia”[78].

Spiega poi come a Venezia chiunque, anche non nobile, poteva arrivare a cariche importanti e molto lucrose, ma si sofferma in particolare, sempre citando il Contarini, sui Segretari dei quali descrive l’importanza ed il potere che potevano avere e di quanto potevano lucrare. Lo stesso scrivente avrebbe desiderato far parte di questa categoria  ed essere assegnato a città importanti all’estero, “ma invece nella mia sfortunata condizione sarebbe stato pazzo sino il mio desiderio di vederle, e la Città di Treviso e quella di Padova dovevano essere le colonne d’Ercole per me”[79].

Si sente in queste parole tutta la frustrazione del povero ex-Patrizio che da giovane aveva grandi aspirazioni, ma poi, costretto dalle circostanze, doveva vivere col sussidio della Municipalità.

Dopo alcune pagine dedicate ancora a descrivere minuziosamente la bontà delle passate Istituzioni repubblicane, mettendo in rilievo in particolare quella degli Inquisitori di Stato  e confrontandole con quelle istituite dalla Municipalità e criticando in modo particolare il Comitato di Salute Pubblica, affermando essere “contrario ad ogni principio di ragion politica che tutti li poteri più importanti della Repubblica si concentrassero in sette soli individui di quel Comitato”[80].

Passa poi ad un excursus storico citando come  esempio di governo misto, Roma, Atene e Sparta che avevano sì una Plebe,  ma anche una Nobiltà.

Nelle successive pagine emerge certamente il livello culturale dell’ex-Patrizio che dispiega tutta una serie di ragionamenti sull’uguaglianza degli uomini, ma anche sulla proprietà terriera che, secondo lui, dà origine alla Nobiltà e gli consente una ulteriore critica al nuovo governo che ha abolito i titoli nobiliari: “…Distruggere in stato di società i privilegi sociali di nobiltà[81] , è un’ingiustizia, com’è un’ingiustizia il voler distruggere i privilegi sociali delle proprietà fondiarie [82]degli uomini”. Ed aggiunge, a rincarare la dose: “Un titolo di nobile senza ricchezze, fa da ridere, ma un titolo di ricco  proprietario di gran beni fa da piangere nella vostra repubblica di perfetta eguaglianza, perché questi saranno, e sono sempre stati i cittadini attivi, e quelli che hanno dispoticamente governato gli altri”[83].

Ed ecco ancora una accusa dura, ed una precisa condanna al Governo provvisorio per aver abolito i titoli nobiliari, ma: “ Non avete voluto toccare per nulla le vostre doviziose e vaste proprietà fondiarie, malgrado l’estremo pericolo della vostra repubblica, e poi avete voluto ingiustamente distruggere e annullare i miei privilegi di nobiltà, unico patrimonio acquistato col sangue, con i sudori, o con le ricchezze dei miei maggiori, perché privandoci di questo unico privilegio, vi restava a voi altri ancora quello dei fondi, per farvi essere sempre, in qualunque forma di governo, della trionfatrice casta dei possessori regnanti”.

Affronta quindi l’argomento che forse di più gli sta a cuore: la democrazia rappresentativa,  con lo scopo di dimostrane l’illusoria validità, sarcasticamente attribuendo al secolo corrente l’dea di applicare un tale sistema di governo che mai nei secoli passati era stato preso in considerazione “né appresso agli Egizi, né appresso agli Arabi, né appresso ai Greci, né appresso ai Romani, né appresso ad alcun illuminato e colto popolo”[84].

Rousseau è ancora una volta il  riferimento per poter argomentare il suo discorso: “La souveraineté ne peut être répresentée, par la même raison qu’elle ne peut être alienée; elle consiste essentiellement dans la volonté generale, & la volonté ne se represente point: elle est la même, ou elle est autre; il n’y a point de milieu. Les deputés du peuple ne sont donc ni ne peuvent être ses représentans,[85] ils ne sont que des commissaires; ils ne peuvent rien conclure definitevement.”[86].

Esprime poi la sua indignazione “…di essere rappresentato da un Dabalà[87] e da un Caracossa[88] […] quelle due ignorantissime bestiacce della specie umana”[89]. E  prosegue contrapponendosi al giudizio sull’ignoranza dei Patrizi del vecchio governo: “…avevate nel grembo due terzi almeno dei vostri legislatori, che non sapevano appena che scrivere, e leggere; ed il solo Mingotti[90], che avete strascinato colà a forza, era quello che solamente fosse dotto nella perigliosa scienza della legislazione, […] ma trovandosi così differente dagli altri, egli vi ha subito abbandonati”.

Ed aggiunge: “Non volete che la nazione raccapricciasse d’orrore, quando si aprì il vostro governo democratico, e che vide Aruspice di un nuovo ordine di cose un Niccolò Corner[91] sedente come capo di essa, su quella stessa sedia dei Dogi Dandolo e Gritti, Morosini e Foscarini?” .

Ammette poi che anche tra quelli della sua casta vi fossero elementi “della più crassa ignoranza, ebbri solo dell’usurpato titolo di Eccellenza”[92], ma poi ribadisce ancora “ve n’erano anche de’ doviziosi vostri concittadini, profondamente ignari di tutto, macchiati da turpi vizi”[93] e ciononostante salivano ai più alti gradi: “Bastava in questi ultimi tempi per giungervi, di possedere un palazzo, una gondola a due remi, ed un cuoco”[94] e poi sferra l’attacco finale pesantissimo, irreverente e canzonatorio al Lolin ed a quelli del suo grado: “Io vi ho veduto, o mio dottissimo concittadino, colla veste di savio delle scritture, cioè Preside supremo dell’armi tutte della Repubblica […], io vi ho veduto replico a passeggiare gravemente le scene colla faccia rossa di belletto, con i capelli inanellati e col piumato elmetto in testa…”[95].

La lettera continua poi con tutta una serie di ragionamenti su vari personaggi importanti del passato, utili a sostenere la sua tesi che invece quelli attuali non sono certamente degni di stare a confronto.

La lettera si chiude con un discorso sulla libertà citando ancora Rousseau: “La liberté, dice Rousseau, n’est dans aucune forme de gouvernement, elle est dans le coeur de l’homme libre, il la porte par tout avec lui”[96].

Abbiamo visto quindi come l’ex-Patrizio estensore delle due lettere, certamente persona colta e buon conoscitore dei testi dell’illuminismo francese – Voltaire, Rousseau, l’abate Raynal – che magari aveva anche amato, utilizzi questi testi per dimostrare, con profondo senso di frustrazione, amarezza e mortificazione, di essere un  intellettuale che non vede riconosciute le sue qualità e le sue conoscenze.

Sfoga questi suoi sentimenti contro un governo che gli ha tolto anche il solo bene che gli restava, il titolo di Nobile, mentre coloro che vi hanno rinunciato senza troppi drammi, hanno continuato a dominare lo Stato solo in virtù delle proprie ricchezze, restando profondamente ignoranti.

Ruggero Soffiato

 

Bibliografia di riferimento

 

Archivio Storico di Venezia, Biblioteca legislativa, buste 1- 2.

 

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[1] Scarabello G.,  Aspetti dell’avventura politica della municipalità democratica  in  Pillinini, S., (a cura di), Venezia e l’esperienza “democratica” del 1797, Atti del corso di storia veneta, Venezia, Ateneo Veneto, 1998, pag. 25.

[2]Tentori C.,  Raccolta cronologico ragionata di documenti inediti che formano la storia diplomatica della Rivoluzione e Caduta della repubblica di Venezia corredata di critiche osservazioni, – Tomo primo, Augusta, MDCCIC, pagg. 63-65. Bayerische staatsbibliothek, München, copia digitale in < www.googlebooks.com >.

[3] “Cosa poteva accadermi infatti di più lusinghiero, e di più interessante, quanto di comparire al seno della Convenzione Nazionale di Francia per l’oggetto importante di confermare i sentimenti della perfetta amicizia che il Senato, e la Repubblica di Venezia conservano per la Repubblica Francese?”. (Ivi   pag.  64, neretto di chi scrive).

[4] “La Convenzione Nazionale mette nel numero de’ giorni felici per la Repubblica Francese quello, in cui riceve nel di lei seno l’Inviato della Repubblica di Venezia. I segni di soddisfazione, che si sono manifestati in questo recinto, ne sono per Voi garanti. Da lungo tempo, è vero, i nodi dell’amicizia unirono Venezia e la Francia, ma questa era curvata sotto la verga dei Re. Quanto è più dolce oggidì l’accordo, che deve regnare tra i due Paesi egualmente liberi di un simil giogo”. ( Ibidem, neretto di chi scrive).

 5 Costituzione del 5 Fruttidoro, anno III (22 agosto 1795). Art. 132 – “Il potere esecutivo è delegato a un Direttorio di cinque membri, nominato dal Corpo legislativo, che in questo caso esercita in nome della nazione le funzioni di Assemblea elettorale”. In Saitta A., Costituenti e Costituzioni della Francia rivoluzionaria e liberale (1789-1875), Milano, Giuffrè, 1975,  si veda il sito < www.dircost.unito. it >.

[6] In esso si diceva, tra l’altro: “ Il sottoscritto Ministro delle Relazioni esteriori ha l’onore di informare il Sig. Querini Nobile della repubblica di Venezia presso la Repubblica francese, che il Direttorio Esecutivo  avendo a cuore di prevenire tutto quello che potrebbe turbare la pace, e l’amicizia, che felicemente sussistono fra le due Repubbliche, ha incaricato il suddetto Ministro delle Relazioni esterne di notificare al Sig. Querini la pena sensibile, che gli fa provare la strana condiscendenza, che il Senato di Venezia manifesta allo strepito scandaloso che fa agli occhi di tutta l’Europa il soggiorno a Verona di Luigi Stanislao Xaverio, sedicente Luigi XVIII, annunziandosi, ed agindo come re di Francia”. (Ivi pag. 84).

[7] “Questo passaggio, se è stato ottenuto col mezzo della forza, questo è un attentato alla repubblica di Venezia; e se è stato accordato liberamente, una violazione manifesta della Neutralità, una offesa alla buona armonia, che l’interesse reciproco delle due Repubbliche ha stabilito, e manterrà senza dubbio tra esse”. ( in Infra, pagg. 80-85).

[8] Scarabello  G. Aspetti dell’avventura politica della municipalità democratica,  in  Pillinini, S., a cura di, Venezia e l’esperienza “democratica…” del 1797, op.cit.

[9] Ibidem.

[10] “Enunziatosi al Generale Bonaparte dopo i consueti uffizi al riconfermare de’ sentimenti amichevoli della sua verso la Repubblica Francese, fu il Zustinian da esso interrotto col dire che le due Repubbliche erano in guerra, che voleva in pochi giorni distruggere affatto la Veneta, ed intimogli di partir dalla sua Residenza dentro poche ore in pena d’esser fucilato. […..] Rispose il Zustinian con fermezza, che non curava la vita, ed incontrando il Dialogo con Bonaparte sostene validamente le giuste ragioni della propria Repubblica ribattendo co’ fatti, e coi Pubblici irrefragabili Documenti.” (Tentori, C., Raccolta cronologico ragionata di documenti inediti,…. Op. cit. pag. 355).

[11] Un dettagliato elenco delle richieste si può rilevare in A. Alberti, R. Cessi, a cura di, Verbali delle sedute della Municipalità Provvisoria di Venezia, 1797, Vol. I, parte I, pag. XXXIX, Bologna, Nicola Zanichelli, 1928

[12] “Il doge Ludovico Manin, uomo onesto, della patria amatissimo […..] ma che lontanissimo era dal possedere quella fortezza d’animo e quella serenità di mente che in ispezialità si domandano in colui ch’è chiamato a salvare nelle più grandi fortune del mondo la nave pericolante dello Stato” Così scriveva Girolamo Dandolo nella sua Caduta della Repubblica di Venezia ed i suoi ultimi cinquant’anni,  Venezia, co’ tipi di Pietro Naratovich,  1855, pag. 48.

Al momento della sua elezione  commenti sarcastici venivano espressi dalla voce popolare: “i gha fato doxe un furlan, la Republica xe morta” o anche “El doxe Manin dal core picinin, l’è streto de man, l’è un furlan”. ( dal sito www.magicoveneto.it)..

[13] Ivi pag. 51-52. Per l’asserita illegalità della deliberazione del Gran Consiglio si veda anche (Tentori C., Raccolta cronologico ragionata di documenti inediti,…. Op. cit. pag. 415.

[14] Si veda anche il documento emesso dal Maggior Consiglio in data 12 maggio 1797,  in Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, Volume terzo, pag. 8, Venezia, dalle stampe del Cittadino Silvestro Gatti, l’anno primo della veneta libertà, MDCCXCVII.

[15] Alfieri V., Gli epigrammi, le Satire, il Misogallo, Satira nona: i viaggi, Torino, Roma, Firenze, Napoli, G.B. Paravia e Comp, 1903. Dal sito www.classiciitaliani.it.

[16] Si veda il relativo decreto della Municipalità Provvisoria in  Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, , Venezia, dalle stampe del Cittadino Silvestro Gatti, l’anno primo della veneta libertà, MDCCXCVII, Volume Quarto, pagg. 228-242.

[17] ASV (Archivio di Stato di Venezia), Biblioteca legislativa, busta 2.

[18] Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, Volume Quarto,  op. cit., pag, 240. Ma si veda anche la copia del documento originale  in ASV, Biblioteca legislativa, busta 2, foglio 17.

[19] Il testo completo del decreto si trova in Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, , Venezia, dalle stampe del Cittadino Silvestro Gatti, l’anni primo della veneta libertà, MDCCXCVII, volume terzo, pag. 9.

[20] Alberti A, Cessi R., ( a cura di), Verbali delle sedute della Municipalità Provvisoria di Venezia, 1797, Vol. I, parte I, pag. XL, Bologna, Nicola Zanichelli, 1928.

[21] “Veniva infine la terza classe dei patrizii, detta dei Barnabotti, tenuta a vile per la scarsezza o mancanza totale del censo, e cui tuttavia, benché fossero aperti impieghi anche di grande autorità, non si conferivano d’ordinario a quelli, che sebben più lucrativi, in compenso esigevano molte spese e sontuoso vivere, come di ambascierie, di generalati e bailaggi, e delle prime cariche in terraferma. Invidiosa quindi del fasto dei patrizii che vedeva fra le dovizie e i piaceri, mentre ad essi gettavano come per carità una tenue annua pensione; scontenta perciò e sediziosa; ignorante per la maggior parte, avveniva che  quella tra essa a’ quali s’erano aperti i gratuiti posti nell’Accademia de’ nobili alla Giudecca, od aveano potuto profittare altrove dell’istruzione e sviluppar mente colta ed arguto ingegno, aspirassero a balzar di seggio coloro che negli eminenti posti poggiavano. Nel Maggior consiglio, a cui tutt’i nobili aveano accesso, la classe de’ Barnabotti veniva a costituire la parte più turbolenta, del che avea dato non guari un esempio nella Cor rezione promossa dal Contarini e dal Pisani, e tra essa cercavano i grandi patrizii e gli ambiziosi i suffragi”. Si veda Romanin, S. Storia documentata di Venezia, tomo IX,  libro decimottavo, Venezia, dalla prem. Tipografia di P. Naratovich, 1860, pagg. 7-8.  Anche il Romanin, nella nota 1 di pag. 7 cita la Lettera apologetica come documento a suffragio della sua tesi.

[22] Nievo I., Le confessioni di un Italiano, a cura di Claudio Milanini, pag. 248, nota 7, Milano, RCS Libri, 2011

[23] Boccalini T.  De’ Ragguagli di Parnaso, Amsterdam, appresso Giovanni Bleau, MDCLXIX

[24] Ricci G. L’allarme di Marco Molin – Note sulla povertà nobiliare a Venezia fra la caduta della Repubblica e la Restaurazione, in Studi Veneziani,  Pisa, Giardini, 1982, pagg. 297-314.

[25] ASV, Raccolta di tutti i decreti della Municipalità Provvisoria di Venezia, relativamente agli assegni che furono da essa passati agli indigenti ex-Patrizi. Con tutti i rapporti del Comitato alle Fondazioni di Pubblico Soccorso e con le note degl’Individui che sono stati beneficati, il tutto stampato per Ordine della Municipalità stessa. Giusto il decreto 8 Gennaro 1798 V.S. , Biblioteca legislativa, busta 2, foglio 267.

26  10 ducati (o zecchini) corrispondono a circa 1.130 € odierni. Per comprendere meglio il valore d’acquisto, un Kg. di pesce pregiato (rombo) costava 28 soldi, corrispondenti a € 1,96, mentre un Kg.  di sogliole costava  56 soldi corrispondenti a € 3,92. Si veda  Castellani  G. in  Enciclopedia Italiana Treccani, Castellani G.,   Zecchino , Roma, 1937 (ad  vocem). ( Dal sito <www.treccani.it >.

[27] Ibidem

[28] Ricci, G., L’allarme di marco Molin, etc.., infra, pag. 298. Per una disamina più completa della situazione del patriziato veneto durante la prima dominazione austriaca si rimanda al saggio sopra citato.

[29] “Gli opuscoli, affiorati numerosissimi a Venezia con la mareggiata democratica, furono presto dimenticati quasi miseri rottami di una rivoluzione naufragata. Eppure essi offrono una documentazione non trascurabile di quel burrascoso periodo e rivelano sovrattutto quale fu l’anima veneziana durante la repubblica democratica”. Questo è quanto premette P. Zambon al suo saggio Satire, invettive, discorsi a Venezia durante  la democrazia (1797), in Archivio Veneto-Tridentino, Periodico Storico Trimestrale,  Venezia, 1923, pagg. 79-141. L’autrice, apertamente ostile alla esperienza della Municipalità democratica ci fornisce un ampio florilegio di testi, soprattutto in versi popolari, di critica, satira a dimostrazione di una quasi certamente reale insofferenza popolare per la “democrazia”.

[30] Per una ampia trattazione dei documenti favorevoli alla Municipalità, si veda Pillinini, S., Creazione e organizzazione del consenso nel nuovo regime democratico in Venezia e l’esperienza democratica  del 1797 Atti del corso di storia veneta, Venezia, Ateneo Veneto, 1998.

[31] Per molti testi integrali si veda:  Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, Volume Quarto, op. cit.

[32] Ibidem.

[33] Si veda il testo integrale del Manifesto della Municipalità Provvisoria in Carte Pubbliche, stampate ed esposte ne’ luoghi più frequentati della città di Venezia, dal giorno 1 Maggio sino li 5 Giugno, Tomo 1, e  ristampate a spese del Cittadino Giovanni Zatta, 1797. Il Manifesto è datato 16 maggio 1797 ed è firmato Nicolò Corner, Presidente.

[34] “Ultima risposta data alla lettera dell’ex-Patrizio scritta alla Municipalità”, in Raccolta di carte pubbliche, istruzioni, legislazioni ec. ec.ec.. del Nuovo governo Democratico, Volume Quarto, op. cit.

[35] “Gli dei, trascurati, procurarono molti mali”.  In corsivo nel testo.

[36] “Fene gustar con pase i dolci e cari nomi de amigo, de fradello, de Cittadin [….] come compagni indivisibili della Libertà e della Uguaglianza”, ibidem.

[37] L’annuncio solenne venne dato attraverso un “MANIFESTO” pubblicato in data 16 maggio 1797. Il documento originale si trova in ASV (Archivio di Stato Venezia), Biblioteca legislativa, busta 2.

[38] “ El  Popolo Venezian, che per natural  istinto inclina in general più alla compassion, che alla giustizia….” Ivi, pag. 1.

[39] Ivi, pag. 64.

[40]  “Il 18 gennaio 1798 le truppe del gen. Wallis entrarono in Venezia percorrendo il Canal Grande. Iniziava qui quella dominazione asburgica che, con l’intervallo napoleonico, (19/01/1806-16/04/1814)  si sarebbe protratta per quasi sessant’anni”. Gottardi  M.,  L’Austria a Venezia, Società e istituzioni nella prima dominazione austriaca 1798-1806,  Milano, Franco Angeli Storia, 1993, pag. 11.

[41] Il testo consultat è la digitalizzazione della copia conservata presso la Bayerische staatsbibliothek, München. Digitalized by Google. (www.googlebooks.com ).

[42] Ivi, pag.  6.

[43] Ulteriore approfondimento meriterebbe il problema della pubblicazione : il decreto che ordina la pubblicazione degli elenchi in forma di raccolta, unitamente ai decreti emessi nei mesi precedenti, è dell’8 gennaio 1798, quindi ad esperienza della Municipalità praticamente conclusa ( si conclude ufficialmente il 18 gennaio). Si veda ASV, Archivio di Stato Venezia, Biblioteca legislativa, busta 2, pag. 276. Ma dalla raccolta dei documenti presenti nelle buste 1 e 2 della Biblioteca legislativa, appare chiaro come la pubblicazione dei decreti fosse praticamente quotidiana e quindi si dovrebbe presumere che anche quelli relativi ai sussidi lo fossero. Ma di questi specifici decreti non ve ne è traccia.

[44] Sordina Andrea: greco; acceso democratico; influente. Cancelliere nella burocrazia della Serenissima, divenne poi membro del comitato di salute pubblica. Nel novembre del 1797 ebbe dal Bonaparte l’incarico di commissario a Corfù e nelle altre isole del Levante.  Si veda Gullino, G., La congiura del 12 ottobre 1797 e La fine della Municipalità Veneziana, in Critica Storica, XVI, n. 4 (1979), Firenze Leo S. Olschki Editore MCMLXXIX.

[45] In corsivo nel testo.

[46] Ivi, pag. 6.

[47] Ivi, pag. 10.

[48] Ivi, pagg. 10-11. Il corsivo è nel testo.

[49] Quindi appare verosimile che la pubblicazione della lettera, aggiornata,  sia del gennaio 1798,  probabilmente strettamente a ridosso dell’arrivo degli austriaci.

[50] Ivi, pag. 11

[51] Gullino, G., La congiura  del 12 ottobre 1797 e La fine della Municipalità Veneziana, in Critica Storica, XVI, n. 4 (1979), Firenze Leo S. Olschki Editore MCMLXXIX.

[52] Ivi, pag. 20

[53] “A questo innocente e virtuoso vecchio gli era stato conferito da quel Senato, che questa Nazione venerò e nominò per tanti secoli, trenta tre volte la Veste di Savio ossia di Ministro Reggio del Gabinetto della Repubblica, e poi egli rifiutò costantemente, benché con posterità e moderate fortune, il ricchissimo Bailaggio, con cui sollevasi premiare simili interni servigj.” Ivi, pag. 22

[54] Si veda Gullino, G. La congiura etc. op. cit. , pag. 564.

[55] Ivi pag. 23.

[56] In realtà Luigi Filippo, duca d’Orléans era solo cugino del re di Francia Luigi XVI, del quale aveva votato la condanna a morte.  Accusato poi lui stesso di tradimento, venne ghigliottinato il 5 aprile 1793, Vedi www.treccani.it alla voce Orléans, Louis-Philippe-Joseph di Borbone duca d’ (detto Philippe-Égalité).

[57] In corsivo nel testo.

[58] Ivi, pag. 23.

[59] “Ho veduto con mia grata sorpresa a circolare la lettera che vi scrissi, ed a farne di essa molteplici copie, e sino a desiderare da molti di vederla a stamparsi. Io non mi sarei mai immaginato ch’ ella potesse meritare tanto applauso”. Così inizia il testo della seconda lettera. (vedi nota 58).

[60] Il testo consultato è la digitalizzazione della copia conservata presso la Bayerische staatsbibliothek, München. Digitalized by Google. (www.googlebooks.com ).

[61] E’ probabile che il Maestro-Rivoluzionario sia il Sordina. Si veda anche alla pag. 6 della lettera in cui viene definito “vostro novello greco-Maometto”. Sordina infatti era greco.

[62] Ivi, pag. 7.

[63] Guillaume –Thomas-François Raynal. Scrittore storico-politico, 1713-1796, si dedicò alla storia e alla divulgazione della filosofia degli enciclopedisti. Figura tipica dell’Illuminismo francese, aveva affermato il diritto d’insurrezione, ma allo scoppio della rivoluzione francese si avvicinò alle posizioni monarchico-liberali e in una lettera all’Assemblea Nazionale (31 maggio 1791) stigmatizzò i disordini rivoluzionari. Enciclopedia biografica universale, Biblioteca Treccani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana,  Roma,  2007.

[64] In corsivo nel testo.

[65] Ivi, pag. 8

[66]Vedi www.treccani.it alla voce  Contarini, Gasparo. – Cardinale (1483 –  1542); nominato cardinale da Paolo III nel 1535, dopo aver reso importanti servigi politici e diplomatici a Venezia, fu il più deciso tra i fautori di una riforma interna della Chiesa. Presidente della commissione convocata nel 1536 per preparare il concilio e studiare le basi della riforma, stese la relazione Consilium de emendanda Ecclesia. Il suo sforzo di conciliazione a Ratisbona (1541), con la sua formula ambigua sulla giustificazione, fu sconfessato dalla curia e da Lutero.

[67] In corsivo nel testo.

[68] Ivi, pag. 11

[69] Alla fine di agosto del 1743 Jean-Jacques Rousseau giunse a Venezia come segretario dell’ambasciatore di Francia Montaigu, che l’aveva preceduto il mese prima. Si veda Mario Infelise “Europa”. Una gazzetta manoscritta del ‘700,

in Non uno itinere. Studi storici offerti dagli allievi a Federico Seneca, Venezia, Stamperia di Venezia, 1993, pp. 221-239

[70] In corsivo nel testo.

[71] Rousseau  paragona  la repubblica di Venezia a quella di Ginevra affermando che “son Gouvernement, n’est pas  plus aristocratique que le notre”. Ivi, pag. 14.

[72] L’aggettivo sembra inserito per marcare ulteriormente la differenza tra lui, povero,  e Lolin, molto ricco.

[73] In corsivo nel testo.

[74] In corsivo nel testo.

[75] Rousseau

[76] Ivi, pag. 17.

[77] Ivi, pag. 18

[78] Ivi, pag. 19.

[79] Ivi, pag. 25.

[80] Ivi, pag. 31. L’autore riporta un passo di una lettera del Conte Bujovich al Dandolo.

[81] In corsivo nel testo.

[82] In corsivo nel testo.

[83] Ivi, pag. 37.

[84] Ivi, pag. 39.

[85] In corsivo nel testo

[86] Ivi, pag. 40.

[87] Dabalà, Vincenzo: pescatore, si espresse solo in dialetto; sincero patriota. Il 18 gennaio 1795 more veneto (= 1796) era stato eletto doge dei nicolotti, ossia gastaldo grande della comunità di San Nicolò e dell’Angelo Raffaele; membro del comitato istanze . Si veda Gullino G. La congiura etc. op. cit. pag. 609.

[88] Caracozza,  Giacomo, membro del comitato istanze. Si veda Gullino G. La congiura etc. op. cit. pag. 608.

[89] Ivi, pag. 41.

[90] Mengotti, Francesco. Personaggio importante. Nobile feltrino (1749-1830); moderato, influente. Idraulico ed economista. Fu rappresentante della Municipalità presso Bonaparte a Milano. Si veda Gullino, G. La congiura etc. op. cit. pag. 614.

[91] Corner Nicolò: ricco ex-Patrizio; primo presidente della Municipalità, moderato, divenne membro del comitato sussistenze. In precedenza era stato capitano a Bergamo. Durante il suo mandato sembra operasse bene, mantenendo buoni rapporti con il ceto mercantile, tanto che l’associazione dei mercanti gli volle dedicare una medaglia alla fine del suo mandato il 9 luglio 1975. Si veda Voltolina P., La storia di Venezia attraverso le medaglie, Edizioni Voltolina, Venezia, 1998. Non si comprende quindi il motivo dell’attacco sferrato al Corner  da parte dell’Ex-Patrizio.

[92] Ivi,  pag. 42.

[93] Ivi, pag. 44.

[94] Ivi, pag. 44.

[95] Ivi, pag. 45.

[96] Ivi, pagg. 50-51


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