LA DISPUTA SULL’ART POUR L’ART | Mann e George / Due estetiche a confronto

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di Sandro De Fazi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 41 | inverno 2019-’20

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Estasi per la bellezza

Difficilmente si potrebbe sostenere che tra Thomas Mann e l’esperienza estetica del circolo di Stefan George corresse buon sangue, benché Klaus Mann diventasse in futuro uno dei suoi simpatizzanti. Ma Klaus, a differenza di Thomas, viveva apertamente la propria omosessualità senza trincerarsi dietro la facciata della morale borghese presente nel libretto del padre intitolato Sul matrimonio del 1925, dove si schierava pubblicamente contro lo stile di vita libertino, lo stesso che caratterizzò le scelte dei figli Klaus ed Erika. L’autore de La morte a Venezia stabiliva un singolare binomio fatto di bellezza e morte; l’amore tra persone dello stesso sesso veniva equiparato all’art pour l’art poiché non è riproduttivo e dunque è fine a se stesso e non vitale. L’omosessualità nel piccolo saggio è associata alla morte, non esiste benedizione in essa «se non quella della bellezza che è benedizione di morte. Le mancano le benedizioni della natura e della vita» (trad. it. di Italo A. Chiusano, Feltrinelli, 1993, p. 38): argomenti fortemente obsoleti, risalenti a momenti storici molto lontani da noi, fortunatamente non presenti negli stessi termini nell’opera letteraria né tantomeno nei diari. Qui sta parlando Thomas Mann con la sua facies pubblica. Il cosiddetto amore libero è per lui «amore infecondo, senza speranza, irresponsabile e incoerente. Nulla nasce da esso, non è la base di nulla, non è che l’art pour l’art, forse un’assai libera e superba cosa dal punto di vista estetico e però immorale, senza alcun dubbio» (ibidem). L’argomentazione, sostenuta dalla sua inconfondibile prosa, ha un suo fascino ambiguo anche quando si richiama all’antichità, non tenendo però conto del fatto che la pseudo-omosessualità greca – “pseudo” in quanto non vi era percezione etica nel mondo antico, pur tra rigorose regolamentazioni, di una differenza, o “diversità” che il cristianesimo nella sua più chiusa istituzionalizzazione pratica tenderà successivamente a demonizzare – se non è produttiva di figli, lo è di sapere filosofico. Qui la massima concessione è che l’omosessualità è l’arte e il matrimonio è la vita morale.

Katja Pringsheim fu contenta dell’omaggio ma era perfettamente al corrente dell’attrazione provata dal marito per ragazzi e giovani uomini, dato che era lui stesso a parlargliene, il che la dice lunga sull’apertura mentale di lei; sappiamo della sua pazienza e comprensione nei momenti non infrequenti in cui Thomas si mostrava fisicamente refrattario ad avere rapporti intimi. Perciò, se ci si addentra nel perché e nel come del dissidio col George-Kreis, gruppo decisamente schierato a favore della mimesi dionisiaca, querelle nella quale si faceva a gara a darsi del borghese e antiborghese a vicenda, ora in difesa e ora contro la Germania con tutto quel che, di lì a poco, avrebbe drammaticamente significato, non se ne esce facilmente: «Mi ricordo bene con quali parole, a quanto mi hanno riferito, Stefan George ha respinto i miei Buddenbrook: “No,” disse, “questa roba non fa per me. È ancora musica e decadenza”. Ancora? Una tarda, anzi attardata borghesia faceva dunque di me un confessore della decadenza» scrive nelle Considerazioni di un impolitico (a cura di Marianello Marianelli e Marlis Ingenmey, Adelphi, 2005, p. 123), saggio di proporzioni mastodontiche dove prende di mira, attaccando implicitamente il fratello Heinrich, la pretesa dello Stato democratico di basarsi su premesse illuministiche. E risponde a George per le rime. Il Thomas Mann che parla con la sua facies pubblica in taluni casi afferma esattamente il contrario di quanto ci si aspetterebbe da uno che ha scritto i capolavori che conosciamo. Ma pure nell’opera ci sono nodi concettuali difficili da sciogliere. Di qui però una delle ragioni della sua attrattiva e della sua grandezza: la fedeltà al modello goethiano nel far coincidere gli opposti.

Tutt’altra impostazione in Stefan George, più esplicito e diretto alla sua maniera. Se Mann accoglie nella sua opera la società borghese criticandola, George la esclude del tutto, rigetta interamente la vita sociale della sua contemporaneità, da lui percepita come perdizione. A Mann non sarebbe mai venuto in mente di condividere da vicino il proprio culto per l’arte con una ristretta cerchia di mistici adoratori della bellezza maschile, né tantomeno di esprimersi in poesia anziché nella forma-romanzo e nel romanzo-saggio, sempre a lui più congeniali, essendo la prosa narrativa, forse per la sua tendenza mimetica, tradizionalmente molto frequentata dalla borghesia colta. La visione aristocratica di George «non ammetteva fratellanze: in lui non c’è che il genio creatore e la massa bruta, senza stati intermedi, senza mediazione, senza comunità di sorta» (György Luckács, Breve storia della letteratura tedesca, trad. it. di Cesare Cases, Einaudi, 1976, pp. 149-150). Ciò è interessante in quanto George sceglie proprio la poesia, già al tempo genere letterario d’élite, come medium privilegiato per la sua tenace opposizione alla società di massa. E questo ha anche del paradossale, poiché appunto la massa non vuol arrivare direttamente alla poesia, mentre l’unica comunità che George ammette è quella del suo gruppo.

Primato del sentimento

Il George-Kreis era una comunità di amanti (poeti, scrittori, filosofi, intellettuali di varia tipologia) stabilita su una rigorosa selezione naturale, si direbbe una realizzazione aggiornata del Simposio platonico, e viene fatto di pensare più a una tenace operazione di resistenza e autocostruzione di sé che non a una cerchia fondata su intenti di propaganda culturale e politica. Quanti vi aderivano dovevano per statuto essere tutti uomini, tutti omosessuali e tutti belli; altro tratto peculiare era costituito dall’elemento erotico. È facile prevedere come tutto questo sfociasse in un vero e proprio misticismo, non impervio a implicazioni carnali. Col tempo George, da primus inter pares che era all’inizio, diventò il leader indiscusso del gruppo, trattato come sacerdote secondo un cerimoniale ben preciso. Sia chiaro che i sostenitori esterni, non necessariamente aderenti a tutte le istanze del Kreis (ne fece parte per qualche tempo pure Rilke), furono tanti e della più svariata estrazione, affratellati dalla medesima motivazione antiborghese, categoria che oggi non ci dice più molto ma all’epoca aveva ancora un significato. Marco Fraquelli ha ben analizzato le caratteristiche del gruppo, inconfondibile soprattutto quando emerse il giovanissimo poeta Maximilian Kronberger, lo studente di liceo del quale George si innamorò e Maximin (così veniva chiamato) diventò fatalmente il centro dell’attrazione generale, una sorta di musa ispiratrice, ma la venerazione era condivisa dagli adepti fino a un certo punto. Maximin, scrive Fraquelli, «appartiene esclusivamente a George, che gli dedica numerose poesie d’amore» (Omosessuali di destra, Rubbettino, 2007, p. 69). Maximin viene divinizzato già da vivo, il Kreis deve trattarlo religiosamente, e questo sarà tristemente ancora più facile dopo la prematura morte del ragazzo, appena diciottenne, avvenuta nel 1904.

Ma chi era esattamente Maximilian Kronberger, specialmente in rapporto all’opera e alla vicenda biografica di George? Era un ragazzo normale, sopravvalutato dal grande poeta tedesco ma ciò è vero soltanto se ci atteniamo a un esclusivo quanto ingiusto dato oggettivo di relativa importanza. Probabilmente il ragazzo presente nelle poesie è quello vero e l’invenzione è data dall’innamoramento del poeta: l’amante reinventa sempre il suo oggetto, lo crea cogliendone aspetti più veri del vero e rivelandolo a lui stesso. Sappiamo da Margherita Versari che la frequentazione tra i due fu sporadica, ma ciò è irrilevante dal punto di vista dell’analisi semiotica; lui era un adolescente come potevano essercene tanti quando si conobbero, per strada, nel 1901; fu George a scoprire il suo talento, anche se Maximin era «probabilmente inadeguato a tanto investimento emotivo e intellettuale del Maestro» (La poesia di Stefan George. Strategie del discorso amoroso, Carocci, 2004, p. 83) e allo stesso tempo tale circostanza nulla toglie all’autenticità del Maximin immortalato nei versi.

Fu un amore grande e breve. Ma se dal punto di vista letterario è lecito trasfigurare la situazione amorosa, è pur vero che la presa di distanza dall’oggettività, l’idealizzazione esasperata di George verrà contestata da Max Horkheimer e Theodor Adorno nella loro Dialettica dell’illuminismo, proprio per il mito della «bestia bionda» (trad. it. di Renato Solmi, Einaudi, 2010, p. 250) derivante dalla paideía greca, ma assunto di lì a poco dal nazismo. Si tratta insomma di una proiezione gheorghiana dell’idea del bello su Platone e sull’educazione dell’uomo greco, nel senso che, non c’è dubbio, «la bellezza legata a un singolo individuo» cioè Maximin «viene poi proiettata sull’idea pura del bello» (Versari 2004, p.93). Siamo oltre lo stesso Winckelmann: il bello assoluto coincide non più con l’arte greca e romana ma con Maximilian Kronberger! Però Horkheimer e Adorno,  muovendo una critica radicale anche al concetto classico di kalokagathía (il bello, buono e valoroso), lo connotano in senso classista, laddove la kalokagathía non era legata all’utile, bensì al kalón, inteso proprio nel senso di opus, di intelligenza produttiva.

Il nome del poeta tedesco ricorre varie volte nei diari di Klaus Mann, redatti negli anni più che tragici dell’ascesa di Hitler. A ripercorrerli non si capisce molto dei suoi rapporti con le tantissime persone che frequenta, degli innumerevoli fatti, letture, flirts, amori, scritture che elenca, al netto di scrittori, poeti, nomi illustri intorno ai quali o è noto o è intuibile dal contesto il suo pensiero. Un turbinio di avvenimenti senza capo né coda, ma proprio questo è il fascino della sua operazione. Solo fatti e non interpretazioni, si direbbe, ma l’interpretazione sono in questo caso proprio i fatti che annota. Stefan George è da lui letteralmente idolatrato e sempre difeso mentre la propaganda di regime va impossessandosi degli aspetti più tenacemente aristocratici della sua opera. È di particolare rilievo constatare che Klaus parla di George come di un «dittatore spirituale», a proposito del «primato del sentimento: niente verità “oggettiva”», ma come distorsione e non come elementi appartenenti a George: li considera «menzogne della stampa nazista» (30 settembre 1932, in La peste bruna. Diari 1931-1935, trad. it. di Matilde de Pasquale, Editori Riuniti, 1998, p. 73). E Klaus difende il padre dall’accusa mossagli da Rudolf Thiel, autore di un saggio contro il Mago: secondo Thiel, Thomas avrebbe copiato da Nietzsche ma Klaus annota: «che ne saprebbe un Thiel di Nietzsche senza Th. Mann?»  (25 settembre 1932, p. 71). È improprio ritenere George un precursore del nazismo, una guida spirituale dall’anima hitleriana, benché non avulsa da forti pulsioni soggettivistiche. Il nuovo regno da lui vagheggiato e, nell’ambito del Kreis, organizzato in maniera gerarchica, non era il Terzo Reich. Emigrare e morire in Svizzera sarà il suo modo di opporsi.

Sandro De Fazi


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