NDE EXPERIENCE – esperienze di premorte | LA SCALA DI LUCE

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testimonianza di Hans A. Klein

raccolta da Marie Lange

traduzione dal tedesco di Andrea Pardo

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Hans A. Klein, 34 anni, originario di Dortmund, oggi residente a Castrop-Rauxel (Renania Settentrionale, Vestfalia), racconta la sua esperienza di premorte.

All’origine di tutto: la climacofobia. Ne soffro da sempre, e invano ne ho cercate le ragioni. Nasci con una paura specifica e semplicemente te la porti dietro per tutta la vita. Ci devi convivere. Industriarti con piccole strategie di difesa. È una patologia molto condizionante che inficia tanti aspetti della quotidianità. Non se ne esce, o quantomeno io non ne sono uscito, per quanti sforzi abbia fatto. Spiego meglio perché il termine tecnico di per sé non dice nulla alla maggior parte delle persone.

La climacofobia è la paura – persistente e ingiustificata – delle scale. Delle scale, sì. Scale di ogni ordine e grado, chiocciole comprese. Nel mio caso è legata alla paura per le altezze e per le profondità, in senso lato. L’equilibrio vien meno e subentra prima il panico e poi il mancamento. Io sono sempre stato un orizzontale. Salire e scendere più di quattro gradini mi è sempre stato intollerabile. Perché? Non c’è un perché, o meglio, non l’ho mai saputo spiegare. È una paura atavica che mi è sempre covata dentro dacché ho memoria di spostamento. Dall’età di due-tre anni è cominciato il mio pellegrinaggio di specialista in specialista: Germania, Svizzera, Stati Uniti… nessuna cura si è rivelata efficace nel lungo termine, solo palliativi e parole, parole, tante parole. Alla fine i miei genitori si sono arresi, e io ho fatto altrettanto. Ho dovuto organizzare la mia vita sulla superficie, in piano, raso terra, e non è stato facile. Il mondo è fatto a scale, letteralmente, e chi soffre di climacofobia se ne avvede presto. Devi salirle per entrare a scuola, in chiesa, a casa, ovunque. Ti guardi intorno e scopri di essere circondato da scale di tutti i tipi. Scale su scale. La mia è una disabilità conclamata. Il quinto gradino è il mio limite, a meno che qualcuno non mi sorregga trascinandomi. Gli ascensori non sono un grosso problema, ma la loro prossimità alle scale sì. Anche vederle a distanza mi crea disagio.

Oggi ho imparato a difendermi. Tra casa e posto di lavoro mi muovo su traiettorie collaudate, tutte lineari, tutte a pian terreno. Scongiurata l’eventualità della vertigine sono un uomo assolutamente normale, tranquillo e rilassato. La fobia mi aggredisce solo quando perdo il controllo del contesto, cosa che fortunatamente accade assai di rado. Mi sono organizzato affinché non accada. So dove andare e dove non andare. Chi mi conosce sa dove condurmi e dove no. Nei miei peggiori incubi sono su una rampa, tra scale che salgono e scale che scendono. Divento pura vertigine, come se le leggi della gravità cessassero di assimilarmi. È una sensazione terribile che davvero non auguro a nessuno. In quei momenti non puoi fare nulla se non abbandonarti alla tua vulnerabilità. Fino a svenire. La climacofobia ti isola e ti imprigiona. Non hai vie di fuga. Ti si crea come un vuoto nel cervello e tu cadi a picco. Non hai appigli. È come se il mondo ti respingesse, …non so come spiegarmi. Me la sono vista brutta in tante occasioni, specialmente durante l’adolescenza, quando non avevo ancora gli strumenti giusti per aggirare il problema. Ora è diverso, ma allora le scale mi coglievano di sorpresa. Giravo l’angolo di un corridoio e me le trovavo davanti, immense, ripidissime, fagocitanti. La dentatura di una bocca spalancata… e io ci cadevo dentro a peso morto come un boccone indigesto. La visione delle scale in salita mi generava un ribaltamento all’indietro, e il più delle volte battevo la testa così violentemente da perdere i sensi. Una caduta, su tutte, mi fu fatale. Beh, diciamo quasi fatale, visto che adesso sono qui a rievocare l’esperienza. È da lì che tutto è cambiato, che il mio approccio al problema è cambiato drasticamente. Come dicevo ho dovuto imparare seriamente a tutelarmi. Oggi non c’è scala nella mia zona che possa cogliermi impreparato. So dove si trovano e so come tenermene alla larga.

Ma torniamo a quella caduta, a quel capitombolo che mi è costato un trauma cranico, fratture diffuse e ben due giorni di stato comatoso. Non un vero e proprio coma, ringraziando il cielo, ma ci sono andato vicino. L’intervento tempestivo dei soccorsi ha evitato il peggio. Per alcuni minuti sono stato più di là che di qua, ed è di questi brevissimi minuti che voglio riferire. Si è trattato di pre-morte, concetto assai scomodo per la medicina ufficiale, e difatti non ce n’è traccia sulla mia dettagliatissima cartella clinica. È un’esperienza che posso riferire solo io, perché solo io l’ho vissuta e superata.

Quand’è successo avevo diciannove anni, ma ricordo tutto come se fosse accaduto ieri, ogni immagine, ogni sensazione, ogni brivido. Nel primo fotogramma compare lei: la scala. Spalancata di fronte a me, vasta, temibile, affamata di me. Non faccio in tempo a guardarla e a temerla che già lei mi risucchia, mi prende, mi inghiotte. Io rovino giù, come una maceria. Mi sgretolo, mi frantumo, mi disperdo. Il contatto è freddo, brutale. Urto, sbatto, mi spezzo e scivolo, scivolo giù, sempre più giù. La scala è interminabile, scende e risale, trattiene e scaraventa, pietra viva che schiaccia e ammacca. All’inizio l’immagine è piuttosto buia, con le prime lastre marmoree in penombra e quelle in basso via via più oscure. Piccoli tagli di luce che lampeggiano sugli spigoli dei gradini. Ricordo il dolore pulsarmi nelle ossa, in ogni angolo del mio corpo. Cado, cado, disarticolato e stordito, cado e ricado ancora, poi finalmente tutto si ferma. Non so dove ho trovato l’energia per sollevare il capo. Fatto sta che da quel buio in cui ero atterrato ho cominciato a distinguere una piccola luce. All’inizio debole, poi man mano più intensa. Non capivo cosa fosse. I pensieri faticavano a concatenarsi. Infine ho realizzato: avevo di fronte un’altra scala, una scala che saliva, andava verso una forte luce ed era essa stessa fatta di luce. Niente pietra, solo luce. Una scala di luce. Il desiderio inspiegabile di salire leniva il dolore: per la prima volta una scala non mi incuteva terrore, per la prima volta non ero preda di vertigine. Ecco che raccolgo le forze, mi sollevo e le vado incontro. Metto il piede sul primo gradino e lì avverto già il calore, il benessere, la certezza di aver imboccato la direzione giusta. Il secondo gradino, il terzo, il quarto, il quinto, il sesto… avevo superato il mio limite, la mia inguaribile fobia. Ero salvo, ero libero. Non sapevo dove mi avrebbe condotto, ma sicuramente in un posto migliore di quello in cui ero sprofondato. Mi sono sentito chiamato dalla cima, da lassù, lì dove la luce trasfigurava lo spazio, la rampa finale, la via di fuga. E salivo, sgravato da ogni dolore, stranamente felice, trepidante. Salivo senza sforzo alcuno, come se mi stessi muovendo in rettilineo, scaldato, irrorato da quel piacevole raggio diffuso. Salivo, o forse scendevo, non so. O forse era la scala a salire o a scendere con me sopra.

Baciato dalla leggerezza, abbracciato dal tepore, trasportato da un flusso luminoso di sconfinata gentilezza. Non saprei adoperare altre parole che queste per descrivere quello che provai. Nulla di ascrivibile a sensazioni esperibili su questa terra. Era tutto amplificato e illuminato. La scala, non più nemica, era divenuta la mia strada, il mio percorso. Nessuna fretta di arrivare, forse solo una legittima gioiosa curiosità per quello che avrei trovato lassù. Dietro la luce. Nel cuore caldo di quella luce. Eppure, ripeto, in questo ascendere era contemplato anche lo scendere: un procedere avvolgente, a chiocciola, avvitato morbidamente su sé stesso. Lasciavo tutto dietro di me e non me ne rammaricavo. Erano pesi inutili, sciocchezze, ingombri accessori. Infinitamente più importante era quello che mi attendeva dopo l’ultimo gradino, e me lo figuravo a tratti come un grande spazio aperto, un prato d’oro, come l’illustrazione di quel libro di fiabe che leggevo da bambino, non ricordo di che fiaba si trattasse ma ricordo l’atmosfera di luminosa e magica pace che emanava da quell’immagine. Sarei finito in quell’illustrazione? Sono convinto di sì, ed è lì che mi piacerebbe ritrovarmi un domani, quando avrò esaurito i miei giorni.

Questo appagamento è durato troppo poco. Sul più bello, a pochi gradini dal traguardo, sono stato ricondotto nel mondo reale, un mondo fatto di scale di pietra. Scampato alla morte ma scampato anche alla luce. È ingiusto da parte mia manifestare questa frustrazione, me ne rendo conto. Solo in questi termini però posso rendere il senso profondo della mia esperienza. Una NDE, ne sono convinto. Anche se ufficialmente non sono mai entrato in coma. È un’esperienza che mi ha trasformato radicalmente, a dispetto della mia fobia ostinata. Ne parlo per una mia necessità interiore e senza troppe pretese. Ne parlo anche per capire meglio. Forse è tutto legato: la mia paura persistente e il suo rovescio di felicità. Ciò che ci fa paura – mi ha detto tempo fa un’anziana signora che ha vissuto un’esperienza simile alla mia – è anche ciò che ci può guarire. Oggi convivo con questa scala duplice, terrena e ultraterrena: dalla prima mi tengo a debita distanza, mentre è la seconda ad essersi allontanata da me; forse qualcuno un giorno saprà suggerirmi delle risposte, io nel frattempo tento di gestirmi questo grattacapo.

Più della fobia, però, oggi agisce in me il ricordo di quella luce, energia carezzevole e maternamente amica. L’abbiamo vista in tanti e in tanti tentiamo di restituirne l’intensità attraverso il filtro della testimonianza. Io mi aggiungo a questo coro, sicuro di far bene a non tacere. È bello condividere il proprio stupore dinanzi al mistero della vita, anche a rischio di apparire ridicoli o visionari. Non salgo e non scendo scale, ma quella scala di luce la ripercorrerei tutta fino in cima. E oltre.

Hans A. Klein


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