LA SAGRA DEI SOVRANISMI | I diritti dell’uomo contro il popolo

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di Giuseppe Maggiore

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Quando certi diritti si ritorcono contro l’uomo che avrebbero dovuto tutelare è tempo di rimetterli in discussione. L’Occidente liberal-democratico, con le sue leggi, le sue costituzioni, i suoi diritti fondamentali dell’uomo sembra essersi scavato la fossa con le proprie mani, creando armi a doppio taglio e mostrandosi debole proprio in ciò che avrebbe dovuto costituire la sua forza e la sua grandezza. Come un serpente che si morde la coda oggi è caduto vittima dei suoi stessi valori, e di ideali che, troppo spesso, si scontrano con la cruda realtà. L’idea universalista di una grande comunità allargata, senza più distinzioni di etnia, religione e cultura sembrava tradurre l’ideale cristiano di un “regno di Dio sulla terra” troppo a lungo atteso. Un’impresa in cui le moderne democrazie hanno voluto cimentarsi, proprio dove lo stesso Dio, rimandando a data da destinarsi il proprio Eden, aveva fallito. Alla luce dei conflitti e dei malumori generati da questa grande ammucchiata, sembrerebbe davvero il caso di affermare: “Non osi unire l’uomo ciò che Dio ha diviso”.

Le convivenze forzate non funzionano, prima o poi implodono, collassano su se stesse. Per realizzare l’unità dei popoli, per abbattere certi confini non solo geografici, ma culturali e ideologici, con ogni evidenza non sono sufficienti le leggi, poiché queste da sole non determinano in automatico una trasformazione nella coscienza collettiva. Non si può ad esempio stabilire per decreto la pace quando non c’è accordo sui termini in cui questa debba realizzarsi; se c’è, come spesso accade, chi vi pone delle condizioni che vanno a proprio esclusivo vantaggio, ci sarà chi dall’altra parte percepirà questa sperequazione come una sconfitta, uno smacco alla propria integrità e alle proprie legittime rivendicazioni. Quella pace e quelle convivenze raggiunte per decreto imposto dall’alto resteranno pur sempre una forzatura, un rospo difficile da digerire.

Allo stato attuale l’unica forma di unione tra i popoli è quella realizzata dal Capitalismo attraverso quei beni di consumo messi alla portata di tutti: anche i buddisti bevono Coca-Cola e digitano sullo smart-phone di ultima generazione, esattamente come fanno induisti, islamici e cristiani (ed è lecito che ora vogliano farlo anche quei popoli provenienti dai paesi cosiddetti sottosviluppati troppo a lungo lasciati in disparte). Nessun  sistema di governo o di religione è stato capace di raggiungere un simile risultato. Ma al di fuori di questa allettante mensa perennemente apparecchiata, colma di cibi, di stracci e di tecnologie presto superate, non c’è alcun incontro di culture, nessun’altra forma di relazione tra i popoli che non sfoci in un modo o nell’altro nello sfruttamento, nella sopraffazione, nella volontà di imporre le proprie norme e i propri valori. Restiamo in definitiva dei tribali, divisi in cielo come in terra, tutti in lotta tra loro per accaparrarsi la fetta di torta più bella, convinti come siamo di stare dalla parte del giusto e di essere detentori di una cultura superiore a quella altrui.

L’attuale clima di ostilità, diffidenza e paura che sta attraversando il mondo occidentale è segno di un malessere antico e profondo; un malessere che tanto i governi quanto le religioni non sono stati in grado di affrontare, tantomeno di curare. L’ondata di sovranismi agita da movimenti di estrema destra che sta scuotendo tutto l’Occidente non è semplicemente un virulento e chiassoso populismo che si rivolge alla “pancia”, a quel ceto popolare che presumiamo rozzo e incolto, ma è sintomo di questo antico male che ci portiamo dentro, di troppi conti ancora in sospeso col nostro passato, di un presente liquido, paludoso, sganciato dalla storia e privo di grandi ambizioni collettive che puntino in alto. Sintomo dal lessico sgangherato, certo, ma che proprio per questo esprime al meglio tutto il disordine e le contraddizioni di un percorso di civiltà non ancora giunto a maturazione; sintomo altresì di una democrazia che ha troppi nervi lasciati scoperti e che non ha sviluppato sufficienti anticorpi per proteggersi da se stessa, da quel suo impianto per molti versi troppo liberale e idealista.

Ecco allora che c’è un populismo trasversale, capace di intercettare questi malumori e di incamerare non solo il consenso dell’operaio e della casalinga, ma anche quello dell’intellettuale e di certe élite, con tutti i conseguenti intenti manipolatori, le riletture della storia, lo scadere in un linguaggio viepiù becero e intriso di amenità, la maggiore o minore onestà intellettuale con cui si cerca di portare acqua al proprio mulino. Onestà intellettuale che spesso manca dall’una e dall’altra parte, inabissandosi in posizioni preconcette e strumentali. Lo stesso “politicamente corretto” tanto invocato da alcune compagini istituzionali tendenzialmente di sinistra può edulcorare i termini del confronto tra opposte visioni, può raffinare il linguaggio della politica e del pubblico dibattito, certo, ma può anche fungere da mero paraocchi e tradursi in un rifiuto della cruda realtà. Manteniamo in questa sede quella convenzionale bipartizione tra destra e sinistra che tanto piace alla dialettica populista dell’una e dell’altra parte, sebbene entrambe annacquate e prive ormai di vera ideologia. Diamo altresì una certa ragion d’essere al populismo stesso, considerandolo, al di là delle sue degradazioni, uno strumento potenzialmente capace di ridestare i popoli e i loro governanti dall’antico torpore. Se infatti non vogliamo che quella che stiamo attraversando sia solo un’epoca di disordine strutturale, istituzionale e sociale dobbiamo fare in modo di trasformare anche questo rabbioso populismo in un’opportunità di confronto costruttivo e di crescita, cercando in questo modo di trarne una qualche utilità.

Ben vengano allora certi libri che si inseriscono a pieno titolo nell’odierno dibattito internazionale offrendo degli spunti di riflessione. Uno tra questi è il pamphlet (edito da Liberilibri, nella traduzione di Maria Giustozzi) I diritti dell’uomo contro il popolo di Jean-Louis Harouel, professore emerito di Storia del diritto all’Université Panthéon-Assas di Parigi. È interessante che Harouel scriva proprio da quel paese, la Francia, che per primo e più di tutti ha contribuito alla promozione dei diritti dell’uomo, da quel paese cioè il cui motto “Liberté, Égalité, Fraternité” ha assunto valenza universale tanto da ispirare gran parte delle Costituzioni dei vari paesi e da diventare caposaldo della moderna cultura occidentale. Con il suo scritto – che Vittorio Robiati Bendaud definisce nell’introduzione “un’opera polemica, graffiante, lucidamente divisiva” –  Harouel osa rimettere in discussione proprio quegli ideali illuministici nati dalla Rivoluzione francese, a suo avviso divenuti oggi pericolosi per la stessa Francia e per tutto l’Occidente. Quei diritti nati per difendere il popolo dall’oppressione e dall’invadenza del potere – ci avverte – sono oggi diventati una pericolosa arma abilmente utilizzata da coloro che esigono accoglienza e cittadinanza, da coloro che esigono rispetto verso il loro bagaglio di usi, costumi, norme e credenze religiose, ma che al contempo non mostrano di portare uguale rispetto per le tradizioni civili, culturali e religiose del paese ospitante. Il riferimento è rivolto soprattutto agli immigrati di cultura islamica, il cui flusso migratorio verso l’Occidente negli ultimi decenni è in costante ascesa. La Francia è difatti il paese dell’Europea occidentale che conta il maggior numero di musulmani sul proprio territorio (con cinque milioni di residenti, pari a un quarto di quelli presenti nell’Unione Europea), e dove l’Islam è la religione più diffusa dopo il cattolicesimo.

Harouel vede in atto un processo di islamizzazione della Francia e dell’Europa in generale, favorito proprio dalle nostre leggi liberal-democratiche, e per dimostrarlo cita all’inizio del suo scritto le parole pronunciate nel 2002 a Roma dallo sceicco Yusuf al-Qaradawi: “Con le vostre leggi democratiche, noi vi colonizzeremo. Con le nostre leggi coraniche noi vi domineremo.” Come ben sappiamo l’Islam non è soltanto una religione, ma uno Stato, un tutt’uno di fede e legge. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 le sue rivendicazioni identitarie in terra straniera si sono fatte sempre più pressanti e manifeste: il ritorno in voga dei veli islamici indossati dalle donne, il proliferare di moschee, la pretesa di far rimuovere i simboli cristiani dai luoghi pubblici, la richiesta di poter usufruire delle piscine pubbliche in orari riservati esclusivamente alle donne islamiche, il rifiuto di queste ultime a farsi visitare da medici di sesso maschile… sono tutte azioni che non chiedono il semplice rispetto dei propri usi e costumi, ma che esprimono la volontà di acquisire maggiore visibilità e legittimità nello scenario pubblico, cui si accompagna un palese e netto rifiuto verso la civiltà occidentale. Ed è proprio attraverso l’uso strumentale e opportunistico delle nostre leggi antidiscriminatorie che tutto ciò avviene.

«Nei Paesi europei – scrive Harouel – le sole rivendicazioni identitarie che non rischiano di essere accusate di razzismo o di xenofobia sono quelle che provengono o dagli stranieri o da persone in possesso della cittadinanza ma la cui origine è straniera.» Leggi e diritti che sembrano quindi valere solo per una parte, a detrimento proprio dei popoli occidentali che dovrebbero in primo luogo esserne tutelati avendo concorso alla loro formazione. Ecco perché Harouel ritiene che siano proprio i diritti dell’uomo ad aiutare i musulmani nella loro opera colonizzatrice dell’Europa, mettendoci in guardia da ciò che vorrebbe esser fatto passare come il semplice rispetto della pluralità culturale e religiosa: «Quando la classe politica si preoccupa dell’Islam, lo fa soltanto dall’angolazione della libertà religiosa e della non-discriminazione. I musulmani non sono che secondariamente i fedeli di una religione, essi sono un gruppo identitario di origine straniera antagonista della Francia, che si considera parte di una civiltà totale in cui politica, diritto, religione e costumi formano un blocco inscindibile, che sta conquistando pezzi di territorio.»

Harouel punta per questo il dito contro quella religione secolare dell’umanità che ha trasformato i diritti dell’uomo da mezzo di liberazione contro il potere a mezzo di oppressione contro il popolo. Una religione a suo avviso imbastita dalle correnti socialiste e più in generale dal pensiero di sinistra, che prendendo le mosse dallo gnosticismo e dal millenarismo si traduce in una falsificazione del messaggio evangelico e in un nuovo totalitarismo ideologico. Attraverso questa forma di religiosità civile l’Occidente, reo di un benessere raggiunto con lo sfruttamento e la sopraffazione degli altri popoli, viene costantemente criminalizzato dall’interno e costretto a una perenne espiazione, esautorandosi per mezzo delle proprie leggi, degli organismi sovranazionali e di magistrati trasformatisi in “preti giudiziari”. Un Occidente quindi vulnerabile, autolesionista, tanto clemente e accondiscendente verso l’estraneo che sfonda la sua porta, quanto sordo e ostile verso i membri della propria casa. Non ha tutti i torti Harouel. Ciò che scrive scaturisce da un’evidente paura, non del tutto immotivata; la sua è un’opera reazionaria, ma pervasa al tempo stesso da un profondo senso di impotenza e di frustrazione.

Harouel parla da fiero cittadino di un paese dalla forte tradizione nazionalista, che vede in questa inarrestabile e incondizionata immigrazione una minaccia all’integrità della propria identità culturale. Il suo è un sentimento molto diffuso oggigiorno; un sentimento che diventa rabbia perché troppo spesso colpevolmente ignorato da chi dovrebbe farsene carico. Il suo discorso è in buona parte condivisibile, muovendo da buone premesse e da legittime preoccupazioni; notevole è anche l’excursus storico che traccia per spiegare la genesi e l’evoluzione di quella  religione secolare dell’umanità, che definisce un’arma mortale per gli europei.

Tuttavia non si può non rilevare un vizio di fondo, nella parzialità con cui riduce il tutto a una spietata critica alla sinistra, come quando cita le vittime del comunismo senza fare altrettanto con quelle del nazismo o del fascismo. Altrettanto si può dire quando definisce il Cristianesimo una religione che non ha mai preteso di intromettersi nelle leggi dello Stato, in cui la separazione tra politica e religione sarebbe più netta, rispetto all’Islam, in cui entrambe le funzioni invece coincidono. Dimentica o omette volutamente, in questo caso, le tante ingerenze ecclesiastiche nelle questioni che attengono la società civile e i frequenti attacchi alla laicità dello Stato. Ma se la sua volesse in tal senso essere una difesa della laicità e della sovranità dello Stato, e quindi di una posizione neutrale rispetto alle religioni, non si spiega allora perché rivendica al contempo il diritto a esporre il crocifisso in ogni luogo pubblico, addirittura auspicando la presenza della croce nella bandiera dell’Unione Europea per sottolinearne le radici cristiane.

Limitare la storia della civiltà occidentale ai soli duemila anni di Cristianesimo è alquanto riduttivo; vedere nel Cristianesimo ciò che avrebbe favorito il progresso civile dell’Occidente suona altrettanto riduttivo e in larga misura falso, perché affermando ciò non solo non si tiene conto dell’enorme contributo apportato dalla nutrita schiera di liberi pensatori laici quali filosofi, scienziati, artisti, letterati e politici lungimiranti, ma si tralascia anche di ricordare il secolare ostruzionismo esercitato dalla Chiesa nei confronti della scienza e di quanti per mezzo dell’intelletto hanno cercato di riscattare l’uomo dalla semplice condizione di pedina nelle mani di Dio. Da chi abbiamo ereditato la scrittura e la matematica? Dove li mettiamo i filosofi greci e latini? Quale sarebbe oggi il posto e il ruolo delle donne occidentali senza la rivoluzione dei movimenti femministi? Quale ruolo hanno avuto l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nella possibilità che oggi Harouel ha di poter scrivere ed esprimere un proprio pensiero? Ma andiamo avanti.

Gettando lo sguardo sui testi sacri del Corano, Harouel parla di una violenza insita nella religione islamica, di una sua ineludibile natura repressiva e terroristica che non ammette infedeli. Giusta osservazione. Ma potrebbe fare altrettanto leggendo i testi biblici del Vecchio Testamento, dove l’immagine del Dio giudaico non si discosta molto da quella di Allah in quanto a ira e gelosia. La storia mostra tanti fondamentalismi religiosi, in cui il Cristianesimo con i suoi milioni di vittime affastellati nel corso di questi duemila anni, tra pagani, ebrei, musulmani, donne accusate di stregoneria, omosessuali e liberi pensatori non fa certo eccezione. Il cattolicesimo moderno ha raffinato le sue tattiche espansionistiche e autoritarie, ma resta pur sempre un potere che in modo più o meno subdolo detta legge sulle coscienze e sulle politiche degli stati. Ma questo naturalmente Harouel omette di dirlo, definendo la politica di oggi “un dipartimento della morale” solo quando obbedisce al principio di non-discriminazione stabilito dalla religione secolare dei diritti dell’uomo. Salvo poi proporci una sua morale dal cui filtro non passa praticamente quasi nessuno. In linea col suo pensiero di destra, Harouel attacca infatti questi diritti perché rei di un’idea uniformante divenuta dogma, in virtù della quale, scrive: «(…) l’altro è in grado di esigere di essere riconosciuto come il medesimo di sé, e di avere la sua tesi accolta dai tribunali. Non ci sono più né ebrei né neri, né stranieri, né musulmani, né donne, né omosessuali, né disabili, né nessun altra minoranza visibile o no. Sono tutti “lo stesso” quando esigono di esserlo.» Questi soggetti, a suo avviso, «Nel nome della perfetta uguaglianza, sono dei privilegiati.» nei confronti dei quali non è possibile manifestare alcuna critica o disapprovazione senza essere tacciati con una parola che termini per “fobia”.

Non dovrebbe essere così? I principi del rispetto dell’altro, del suo pieno riconoscimento, della sua uguaglianza, del non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso, non sono forse alla base del messaggio cristiano, di quel Cristianesimo che lui ritiene sia fondamento della moderna democrazia? Ma Harouel mostra di voler prendere dal Cristianesimo solo ciò che crede possa collimare col suo discorso. E difatti preferisce i testi veterotestamentari intrisi di xenofobia e di istanze integraliste a quelli del Nuovo Testamento, lagnandosi al tempo stesso dello scollamento tra la società contemporanea e le prescrizioni del Decalogo. Ancora una volta qui cade in contraddizione con le sue stesse asserzioni, dal momento che tra quei dieci comandamenti cui fa riferimento ve n’è uno che recita “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Quando sostiene che «L’inferiorità della donna proviene dalla sharìa, che ne fa un’eterna minore, passando dalla tutela della sua famiglia a quella di suo marito» dimentica forse il parallelismo con la nostra cultura patriarcale e maschilista, non ancora del tutto superata? Quando lamenta che «Il semplice fatto di avere l’imprudenza di manifestare con un segno esteriore convinzioni non approvate dal legislatore è penalmente punibile» intende forse legittimare la riproposizione di svastiche e di saluti romani da parte dei movimenti neofascisti nelle pubbliche piazze?

La critica alla civiltà liberale, forse divenuta un po’ troppo smidollata, incapace com’è di difendersi dagli attacchi dei vari fondamentalismi, va bene fin quando non le si voglia opporre un fondamentalismo di segno opposto che ne voglia scardinare gli ideali e azzerare tutte quelle conquiste civili che hanno reso grande l’Occidente. Tanto il laicismo quanto il relativismo non costituiscono di per sé un male, e non sono affatto un “vuoto pneumatico” privo di valori; garantiscono bensì uno spazio neutrale rispetto alla molteplicità dei valori, nei confronti dei quali respingono ogni dogmatismo e ogni pretesa di verità esclusive. Il lungo e accidentato processo di secolarizzazione che ha condotto le società umane ad emanciparsi dall’influsso delle religioni non può che essere visto positivamente, dal momento che questa secolarizzazione non ha affatto debellato la dimensione del sacro né ha impedito la libertà di culto a nessuna religione, ma ha semplicemente ridimensionato il loro ruolo e la loro ingerenza nella sfera pubblica. Questi fattori, così tanto demonizzati da ecclesiastici e loro affini, lungi dall’essere annichilenti o degenerativi, rappresentano proprio i punti forti delle moderne democrazie, poiché è proprio sulla base di questi principi che possiamo esercitare le nostre libertà individuali di pensiero, di azione, di scelte, di credo politico e religioso. Altrimenti dobbiamo rinunciare alla nostra democrazia e optare per uno Stato Etico o una dittatura. È questo ciò che vorrebbe Harouel? Se così fosse, nello scontro di civiltà già paventato a suo tempo da Samuel Huntington, l’Occidente ne uscirebbe definitivamente sconfitto. Allora tutto il discorso che Harouel fa in difesa dell’Occidente deflagrerebbe, decretando, attraverso lo smantellamento dei suoi valori, dei suoi ideali e delle sue libertà, proprio la sconfitta della nostra civiltà. Si darebbe in definitiva ragione a un Islam oscurantista, antimoderno e antiliberale.

Che ci sia un problema legato alla gestione dell’immigrazione che riguarda tutti i paesi occidentali è fuor di dubbio. Che quest’immigrazione comporti, insieme agli inevitabilmente conflitti, incomprensioni, ostilità e diffidenze, anche problematiche legate agli alloggi, all’occupazione e alle politiche del welfare, anche questo è fuor di dubbio. Né si può negare che sussista, in molti tra questi immigrati, un atteggiamento ambivalente, tra il netto rifiuto (per non dire  disprezzo) verso la civiltà occidentale, e le pretese di accoglienza e riconoscimento d’ogni diritto e tutela. Tutto ciò ammesso, la soluzione non può certo essere quella di trincerarsi in un sovranismo nazionale che si limiti a preservare i caratteri identitari di una nazione, quali cultura, lingua, religione, peraltro ormai perlopiù materia di folclore piuttosto che di vera identificazione.

Come scrive la filosofa Marta Nussbaum in Coltivare l’umanità (Carocci, 2012): «Formare il “cittadino del mondo” è in netta contrapposizione con lo spirito che anima le politiche dell’identità, le quali affermano che le fedeltà primarie devono venire riservate al gruppo di appartenenza, sia esso religioso, etnico oppure fondato su differenze di genere o di orientamento sessuale.» Si tratta di politiche il cui fondamento ideologico, implicitamente discriminatorio e antidemocratico, possono solo andare a infierire su un tessuto sociale già di per sé fragile, creando nuove lacerazioni e indebolendo ulteriormente il sentimento dell’Umanità. «In qualsiasi società – scrive ancora Marta Nussbaum – appare radicale sostenere l’eguale dignità di ogni essere umano e l’uomo cerca in tutti i modi di non ammettere la validità di questo ideale, anche se ciò implica agire in contraddizione con i principi professati.» È  proprio in questa evidente contraddizione che Harouel cade, passo dopo passo di ogni sua affermazione. Perciò suggeriamo a lui, e a quanti sono in linea col suo pensiero, anzitutto di dare ordine e logica alle proprie idee, quindi di valutare anche gli effetti pericolosi che queste possono avere sul piano sociale.

L’insistere sul terreno delle narrazioni identitarie alimenta l’idea di uno scontro di civiltà in atto, nascondendo che la vera guerra che si sta combattendo è quella, molto meno ideologica e valoriale, dell’economia mondiale. È sul piano delle politiche economiche che gli stati dovranno tornare a rivendicare una propria sovranità. I concetti di nazione e di popolo non possono che fondarsi su un comune terreno di diritti e doveri ugualmente riconosciuti a tutti i soggetti che ne fanno parte. Le leggi devono servire allo scopo di garantire che l’esercizio di questi diritti e doveri da parte di ogni cittadino, nativo e non, avvenga in modo coerente e responsabile. Restringere il campo dei diritti, selezionando quelli che più rispondono a un interesse di parte, a una nostra personale etica o morale, significherebbe dar luogo a nuovi e inesauribili conflitti. Non c’è nessun valore al di sopra della libertà individuale, sebbene anche questa richieda rigore e disciplina. Quando una certa idea di sovranismo intende retrocedere sul piano dei diritti e delle libertà; quando quest’idea di sovranismo intende recuperare uno spirito identitario ormai inesistente al di fuori della cultura capitalistica, e si ostina a voler essere una perenne fabbrica di nemici, invasori e complottisti contro cui difendersi, potrà sì cavalcare l’onda del populismo, ma ad attenderlo all’orizzonte non ci saranno altro che le panche di una sagra di paese.

Giuseppe Maggiore


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