I VEGGENTI | un romanzo di Giuseppe Benassi

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di Leone Maria Anselmi

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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In una realtà apparentemente lineare non è raro che irrompano coincidenze misteriose ed eventi sincronici. Tutto sta nel coglierli e nel saper decifrare i messaggi riposti. Ma, fin dove può spingersi lo sguardo interiore? È possibile che gli occhi senza pupille, quelli dipinti misteriosamente da Modigliani, riescano a infrangere i confini dello spazio-tempo per sbirciare in una verità altra? Le avventure misteriche e surreali dell’avvocato Leopoldo Borrani, scettico ma non troppo, si snodano nei cinque romanzi dello scrittore livornese Giuseppe Benassi: L’omicidio Serpenti o l’enigma del Bosco sacro (Bastogi, 2010), Omicidio a Calafuria ed altri putiferi (Bastogi, 2011), Invidia (Sassoscritto, 2011) e Occhi senza pupille (Vertigo, 2012). I veggenti, edito quest’anno da Pendragon, si offre come una riscrittura ampliata dell’ultimo capitolo della saga.

La formula narrativa individua significativamente nello studio di un avvocato un crocevia di storie e di destini, un punto d’osservazione privilegiato sul mondo, sulle persone, su una realtà solo apparentemente ordinaria. Borrani siede alla sua scrivania e queste storie bussano alla sua porta, lo coinvolgono, lo trascinano, lo proiettano in una dimensione sospesa tra realtà e sogno, tra verosimile e assurdo, in un crescendo di misteri e rivelazioni che alla fine lo riconduce, come se nulla fosse accaduto, alla sua contingenza, al suo ufficio, alla sua vita di sempre. Ogni storia (prim’ancora di pronunciarsi e di rivelarsi in tutta la sua complessità) si presenta sotto forma di cliente, un cliente che per l’appunto si rivolge a un avvocato per ottenerne l’aiuto, la protezione, le dritte, i consigli giusti. E fin qui tutto come da prassi, e sarebbe normale routine se il cliente non tardasse invece a rivelarsi per l’avvocato una vera e propria incognita, un rebus, un codice da decriptare. «Borrani pensò (…) a come fosse difficile liberarsi dei clienti, che venivano ad albergare dentro di te e non ti mollavano neppure quando si era in vacanza. Erano piante infestanti che avevano seminato dentro di te e da lì sviluppavano i loro lacci. Fantasmi che si materializzavano altrove. Tormenti eterni.»

Ne I veggenti la cliente di turno è la misteriosa signora Repetti (ribattezzata Madame Coulotte), una ex antiquaria di mezza età con grossi problemi finanziari che per sbarcare il lunario ha dovuto ripiegare su una bancarella del mercato vendendo libri e vecchie bambole da collezione. A pregare Borrani di aiutare la Repetti è un tale commendatore Eustachio Bernardi, ribattezzato per la stazza generosa Monsieur Coulon, figura altrettanto ambigua e fuggevole. Il problema più impellente della Repetti si rivela presto quello dell’uomo che ha sposato, un giovane marocchino nullafacente (ribattezzato per la corporatura snella e atletica Monsieur Coulin) che la sfrutta e la maltratta. La vicenda nasconde lati più oscuri e complessi e Borrani, suo malgrado, senza darsi una ragione ben precisa, se ne sente attratto. Alla vigilia di un breve romantico week-end a Parigi con la sua amante-compagna (la Messori) Borrani riceve dalla Repetti una singolare richiesta: portarle dal mercato delle pulci di Parigi degli occhi per le sue bambole. Di qui in avanti, in un singolare alternarsi tra vicende reali e visioni oniriche, la storia prende gradualmente una piega metafisica ed esoterica. La Messori, che prima Borrani giudicava solo una donna frivola e superficiale, si rivela tutt’a un tratto un’appassionata di scienze ermetiche. C’era un mistero, un mistero tutto da sondare, e questo mistero riguardava dei disegni perduti, dei ritratti alla poetessa Anna Achmatova realizzati dal grande livornese Amedeo Modigliani. Borrani non crede alle sue orecchie mentre la Messori gli sciorina le sue conoscenze in materia d’esoterismo, chiamando in causa teosofi, cabalisti, alchimisti, fino alle avanguardie artistiche nate a Parigi nel primo Novecento. «…Amedeo aveva scoperto a Parigi il segreto per potenziare se stesso, moltiplicarsi, superare i limiti della ragione (…) Ma non vedi che i ritratti di Modì sono dei golem? Degli automi viventi? Come si fa a essere così ciechi, e non capirlo? Amedeo era riuscito, nella magica Parigi di quegli anni, a collegarsi con le forze cosmiche!» La Messori non ha dubbi, e chiama in causa la sezione aurea, i versi di D’Annunzio e quelli dell’Apocalisse per dare credito alla sua tesi; in quei disegni (andati perduti forse negli anni della rivoluzione bolscevica) si celerebbe una sorta di segreto sapienziale, una verità che il pittore (da buon alchimista) avrebbe criptato negli occhi dei suoi ritratti. L’avvocato Borrani, all’inizio scettico, si lascia man mano affascinare dalla suggestione e individua una misteriosa relazione tra gli occhi senza pupille di Modigliani e gli occhi delle bambole della Repetti.

Il romanzo si muove tra due piani paralleli, non separati ma sovrapposti; l’oggettività delle realtà esteriori appare come sorvegliata da un “terzo occhio”, l’occhio interiore, l’occhio con la pupilla rivolta altrove. Anche i luoghi (Livorno, Parigi, Volterra) rimandano a percorsi iniziatici e onirici, e Borrani attraversa gli uni e gli altri in un’unica soluzione di continuità. L’interazione tra vita vissuta e vita sognata è una costante nel metro narrativo di Benassi e la ritroviamo in tutti i suoi romanzi. La struttura interna del romanzo rispetta la convenzione del “giallo” (il mistero alla fine sarà svelato, naturalmente non lo anticipiamo per non sottrarre piacere alla lettura), tuttavia Benassi riesce a proiettare il lettore ben oltre lo schema tradizionale del “genere” aprendo altri percorsi nel tessuto narrativo.

Leone Maria Anselmi


Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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