DALL’AMEBA A DONALD TRUMP | Imperfezione | un saggio di Telmo Pievani

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di Cecily P. Flinn

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Che cos’è la perfezione? Ve n’è traccia in natura, in noi stessi o nella smisurata solitudine del cosmo? Il mirabile equilibrio, l’eleganza matematica, l’armonica corrispondenza tra infinitamente grande e infinitamente piccolo sono acclarate verità scientifiche o fuorvianti chimere? È l’evoluzione, grande maestra di vita, a fornirci tutte le risposte. Il grande disegno (per usare un’espressione cara ai creazionisti) non è opera di un esperto, scrupoloso e infallibile progettista, più calzante semmai è l’immagine di un artigiano dilettante (ma intraprendente) alle prese con una gran mole di schizzi, abbozzi, prove e appunti a margine. È l’imperfezione ad averci forgiati e condotti fin qui. Questo vale per noi homo sapiens come per tutte le altre forme di vita terrestri. Siamo il frutto (più o meno maturo) di tutta una serie di imperfezioni che si sono rivelate vincenti. «La storia naturale –  scrive l’evoluzionista e filosofo della scienza Telmo Pievani nel saggio Imperfezione (Raffaello Cortina Editore, 2019) – è un catalogo di imperfezioni che hanno funzionato, a partire da quella infinitesima deviazione nel vuoto quantistico primordiale da cui è nato l’universo.»

All’infuori del vuoto, inteso quale pura e ancestrale dimensione astratta, nulla può considerarsi propriamente perfetto. La perfezione non appartiene a questo mondo, né tantomeno all’insondato pluriverso che da quello stesso vuoto è scaturito miliardi e miliardi di anni fa. Anche il vuoto, però – regno buio e silente dell’impermanente permanenza e dell’asettica simmetria – è intrinsecamente imperfetto; lungi infatti dall’esaurirsi in un inviolato e inviolabile nulla (assenza di spazio-tempo quindi di materia e non materia, di campi, di particelle…), il vuoto ha sempre contemplato in sé la possibilità (remota e non remota) di un pieno in fieri. Il nulla è dunque solo parte integrante di quel tutto che dal vuoto scaturì all’incirca 13,82 miliardi di anni fa. Un caso, un’anomalia, un deragliamento, una disobbedienza. Dobbiamo la nostra esistenza alla rottura fortuita di una simmetria. Pievani, molto efficacemente, la definisce «una ribellione senza testimoni, nel cuore della più buia delle notti.» Il quasi-perfetto vuoto primigenio – un vuoto quantistico abitato da energie interne in qualche modo complementari e pacificate – fluttuava in una dimensione al contempo immota e instabile.

Perfetto ma, come abbiamo detto, potenzialmente imperfetto, suscettibile di impreviste cangianze, detentore tanto della staticità quanto della dinamicità. «Perfetto nella sua media energetica globale, ma inquieto, ribollente. In sé portava tutto e il contrario di tutto», simile a un teatro deserto senza quinte né platea dove sarebbe potuta andare in scena ogni sorta di rappresentazione. È bastata una fluttuazione infinitesimale a scombinare l’equilibrio energetico primevo innescando così la scaturigine. Immaginiamoci una trascurabilissima perturbazione capace di deviare la traiettoria di un singolo atomo, e di qui l’effetto domino. «Lo stato perfetto di vuoto quella volta non si ripristinò, – scrive Pievani citando il saggio di Guido Tonelli La nascita imperfetta delle cose (Rizzoli, 2016) – l’equilibrio andò in frantumi e una bolla inflattiva, spinta forsennatamente dall’energia del vuoto, fece esplodere lo spazio-tempo a velocità incalcolabile.» Siamo figli del caso e dell’instabilità. Abitiamo un universo che «è nato, si è evoluto, scomparirà, per morte lenta e fredda o in un gran botto finale.»

Il nostro universo è precario e pericoloso, soggetto a repentini sconvolgimenti quindi imperfetto per definizione. La storia che viviamo è solo una delle tante storie possibili. La realtà è ingannevole e l’evoluzione è tutt’altro che intuitiva. Animismo e teleologia appannano la visione di homo sapiens, lo inducono a ragionare in termini fatalistici e finalistici (la mera ottica antropocentrica è un errore prospettico). Siamo una specie relativamente giovane, passeggiamo sulla Terra da appena 200.000 anni e crediamo che tutto sia stato preordinato per noi, imperfetti divenuti via via sempre più perfetti: nulla di più sbagliato. Siamo solo una delle tante storie possibili che, per puro caso, si è realizzata. Ogni forma di vita terrestre (homo sapiens compreso) discende da un comune progenitore: un archeobatterio che risale a circa 3,5 miliardi di anni fa. La nostra prima madre fu una bolla d’acqua che affinò una sorta di metabolismo primitivo, una protocellula che in una fase successiva imparò ad autoreplicarsi. RNA e DNA ne furono la diretta, imprevista, conseguenza. Leggi fisiche e caso, come Darwin aveva intuito, hanno innescato i primi processi di duplicazione.

Il DNA, com’è noto, lavora per trasmissione fedele come un libretto delle istruzioni; quel che però ne ha decretato il successo evolutivo è la sua saltuaria fallibilità. Il DNA, infatti, non è esente dai cosiddetti errori di copiatura, piccole falle nel sistema che generano mutazioni impreviste (a seconda vantaggiose o svantaggiose). È stabile ma al contempo variabile, ed è questa imperfezione il carburante dell’evoluzione. Il DNA è, in altre parole, un capolavoro imperfetto. La riproduzione per clonazione, sempre identica a se stessa, alla lunga non avrebbe garantito la sopravvivenza; errori e mutazioni nei processi evolutivi sono generativi, introducono nuove chance e potenziali vantaggi adattativi. Per resistere e perpetrarsi in un ambiente che continuamente cambia e si trasforma è necessario variare. «La selezione naturale – scrive Pievani – è il filtro che si ciba del caso, facendo evolvere le popolazioni di organismi. Il suo combustibile sono le leggere imperfezioni innovative, gli scarti dalla media, le disobbedienze generazionali che ogni individuo reca con sé dalla nascita.» L’imperfezione è un’arma generativa ma anche a doppio taglio perché contempla la possibilità di sviluppare tratti svantaggiosi (si pensi alle cellule cancerose). Lo spettacolo meraviglioso della creazione, quello che abbiamo sotto i nostri occhi e di cui facciamo parte, non è il prodotto di milioni di anni di bio-perfezione ma il risultato di una lunga serie di «sconquassi, squilibri e imperfezioni che nonostante tutto hanno funzionato». Un fissismo anticreativo non ci avrebbe garantito un futuro. Il primate bipede homo sapiens, «il più inessenziale, fortunato e creativo sottoprodotto dell’evoluzione imperfetta» non è altro che una summa di rabberci che, alla fine, malgrado tutto, hanno funzionato. Il grande ingegnere progettista non ci avrebbe disegnati così. Anatomicamente siamo tutt’altro che perfetti. Dall’antenato in comune che condividevamo con le cugine scimmie siamo arrivati fin qui, ma a caro prezzo. La postura eretta ci è costata cara recandoci sì vantaggi, ma anche molti svantaggi (si pensi solo al restringimento del bacino che ha reso il parto pericoloso e doloroso). «La selezione naturale non è onnipotente e non è il sostituto laico del grande progettista. Deve scendere a compromessi di volta in volta con il materiale a disposizione, che è pieno di vincoli interni e di limiti fisici. La selezione può migliorare gli organismi solo rispetto a condizioni organiche e inorganiche di vita contingenti, non ambire a un’impraticabile perfezione.»

L’evoluzione non inventa dal nulla ma riutilizza strutture già esistenti (lo testimonia lo stesso DNA, costellato com’è di sequenze disattivate e sopite, pronte a risvegliarsi all’occorrenza). «La natura non fa progetti, trova espedienti.» L’evoluzione, in altre parole, lavora su compromessi. Ogni genoma è un ricettacolo di ridondanza, pieno zeppo di materiale in disuso. Un gene, all’occorrenza, può venire “ri-funzionalizzato” e cooptato così per nuovi usi. Rattoppi, riconversioni, adattamenti, compensazioni: il nostro genoma e il nostro cervello pullulano di imperfezioni funzionali. Un tratto vantaggioso può evolvere anche causando al contempo negativi effetti collaterali. Come abbiamo già osservato la nostra transizione al bipedismo non è stata indolore: la colonna vertebrale «è stata raddrizzata alla bell’e meglio e il peso dell’intero corpo grava ora su un unico asse, scaricandosi su due gambe. Di conseguenza la colonna si incurva e le vertebre sono sottoposte a pressioni indebite. Nervi e muscoli si sono riadattati per quanto possibile, ma non ci esimono da sciatiche, ernie e piedi piatti.» Nel mondo naturale l’imperfezione «nasce dall’esigenza di trovare compromessi tra interessi diversi e tra spinte selettive antagoniste.»

Anche il nostro linguaggio è figlio dell’imperfezione. Conquistato il bipedismo, il linguaggio è stato reso possibile in seguito all’abbassamento della laringe, un tratto vantaggioso che però ci ha resi più soggetti al pericolo di soffocamento quando ci nutriamo (solidi e liquidi scorrono infatti vicinissimi all’apertura della trachea). La capacità di articolare il linguaggio si è tradotta quindi in un adattamento assai costoso (un bravo progettista avrebbe operato diversamente). Ecco un altro “aggiustamento”, «malriuscito ma funzionante», cooptato per associare due funzioni distinte: respirare e pronunciare parole. Il processo evolutivo ha lavorato da artigiano, sfoderando di volta in volta arrangiamenti, ricicli, rabberci e cooptazioni funzionali. L’imperfezione ci ha resi elastici, regalandoci più chance di sopravvivenza. Dobbiamo quello che siamo a «fecondi incidenti di percorso» e a una lunga «sequenza cosmica di imperfezioni e biforcazioni». Grazie al nostro cervello abbiamo evoluto tecnologie avanzatissime, ma anche l’intelligenza umana ha il suo lato oscuro, il suo tratto svantaggioso: progettiamo viaggi interstellari, studiamo il bosone di Higgs, investiamo nella ricerca medica ma al contempo abbiamo posto le basi per la sesta estinzione violentando il pianeta che ci ospita. Di qui la domanda cruciale posta ironicamente da Pievani: «Comprereste un’auto usata da homo sapiens?» In tre miliardi e mezzo di anni l’evoluzione ci ha portati dall’ameba a Donald Trump (ognuno ne tragga le proprie conclusioni). Homo sapiens è l’imperfetto per definizione: creatura prodigiosa, creativa, curiosa ma con forti limiti sia sul piano fisico che psichico. È l’incarnazione di come ha lavorato e lavora l’evoluzione. Nei grandi numeri il suo limite è l’apofenia, ovvero la tendenza a ravvisare schemi di significato in quel che invece è meravigliosamente casuale.

A dispetto di tutte le conquiste sul versante scientifico (specie di questi ultimi due secoli) homo sapiens resta nei grandi numeri un credente, sempre disposto a riconoscere un fine, un disegno, un destino (torna qui il nostro cervello imperfetto, contaminato da atavismi duri da estirpare). Il viaggio nel pieno-tutto imperfetto ci riconduce al vuoto-nulla primordiale, dimensione quantistica perfetta avulsa dallo spazio-tempo e compiuta in se stessa. Ma, come abbiamo osservato, anche il vuoto pre-scaturigine era a suo modo instabile, inquieto, presago. Dunque a chi appartiene davvero la perfezione? «Darwin l’aveva capito: dove c’è perfezione non c’è storia. (…) Dove c’è imperfezione, c’è qualcosa che accade, un evento, un processo, un mutamento, una relazione. (…) Dove c’è perfezione, è già successo tutto. L’ingranaggio non fa gioco. Le alternative sono finite. Non rimane più nulla da narrare.»

Indagando l’imperfezione come “sorgente di evolvibilità” il filosofo della scienza ed evoluzionista Telmo Pievani ci induce a una riflessione profonda e disincantata sulla natura umana. A emergere è anche il ritratto di un antropocene sempre più sconsiderato e irresponsabile dove vige la legge egoista del qui e ora, senza rispetto e pietas per le generazioni future. Un viaggio illuminante dove variazione e diversità si palesano quali veri motori della vita sulla Terra.

Cecily P. Flinn


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