L’OCCASIONE IRRIPETIBILE | La prima emozione | un racconto crudele di Octave Mirbeau

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di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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All’appello mirbelliano non è raro che rispondano gli assenti, figure umane talmente labili e impalpabili che a malapena si distinguono dallo sfondo. Esistenze meschine, accigliate, che si insinuano nel mondo senza mai concretamente parteciparvi. Identità latenti, impersonali, buone solo a far numero nelle traiettorie ordinarie della formicolante collettività. Sagome frigide, refrattarie al pensiero e finanche al desiderio, prive di slancio, agite solo dalla meccanicità del proprio respiro. Cittadini ubbidienti, elettori acritici, lavoratori zelanti e cristiani rispettabili: uno di questi è Monsieur Isidore Buche, impiegato al Ministero della pubblica istruzione. Mirbeau ce lo presenta come «un vecchietto un po’ curvo, mitissimo, silenziosissimo, pulitissimo e che non aveva mai pensato a nulla.» Quest’uomo è mera trasparenza, un invisibile. Non ha attributi né segni particolari che lo discriminino dalla folla.

Perfettamente mimetizzato, fagocitato dalla sua diafana inconsistenza, Monsieur Buche faticherebbe a riconoscere la sua stessa immagine riflessa. Metodico, abitudinario, ligio alle mansioni d’ufficio e alla scarna routine casalinga, si conduce con abulico automatismo, reiterandosi giorno dopo giorno e anno dopo anno. «La sua esistenza era meglio regolata d’un orologio, giacché non sono rari gli orologi che si incantano e si guastano. Egli invece non si arrestava mai, né si guastava. Non aveva mai conosciuto né la fretta dell’arrivare, né la pigrizia d’un ritardo, né la musica folle d’una soneria, nell’anima.» Dell’essere umano propriamente detto, il vecchio Buche – ingranaggio efficiente, lubrificato dalla passività – conserva solo l’anonimo involucro. Come Fleury e Gaudon – protagonisti del racconto crudele Deux amis s’aimaient – anche Monsieur Buche è un soggetto mancato, entità aleatoria ed effimera. Lo stesso cognome Buche – una dichiarata allusione al ciocco di legno, al ceppo – ne sottolinea la natura quasi inanimata, collodiana; Buche rimanda anche allo “sgobbare”, quel faticare sfiancante e metodico che non necessariamente implica un coinvolgimento emotivo (Sgobba è infatti il cognome scelto da Sergio Cinti nella traduzione italiana del 1920).

Ceppo che arde senza emettere né luce né calore, Monsieur Buche brucia la sua esistenza nell’ignavia. Nessuna ambizione, quindi nessun rimorso. È l’uomo senza idee, una parentesi vuota tra il bene e il male. Di idee «non gliene veniva nessuna. L’intrusione di alcunché di nuovo nella sua esistenza l’avrebbe più spaventato della morte stessa.» Cristallizzato nella muta quiete della noncuranza, indifferente tanto al bello quanto al brutto, disinteressato a prescindere, Monsieur Buche non vibrerebbe neanche a seguito di un fremito involontario. La sua sola occupazione – una didattica strutturata alla stregua di una pedante liturgia – è quella di reiterarsi a oltranza sul medesimo rettilineo: «… si alzava alle otto, tanto d’inverno come d’estate, si recava al suo ufficio percorrendo le stesse strade, senza mai soffermarsi davanti a una bottega, senza voltarsi mai dietro un passante, senza baloccarsi a seguire i passi lesti d’una donna o ad ammirare la bellezza di un affisso murale. E per le stesse strade pure, la sera, alle sei, se ne tornava a casa, con lo stesso passo misurato, meccanico e sempre uguale.» Alle nove in punto, dopo aver consumato un pasto frugale e sfogliato un quotidiano altrettanto trascurabile, – la frecciata di Mirbeau va a Le Petit Journal (il quotidiano repubblicano e conservatore fondato dal giornalista e banchiere Moise Polydore Millaud nel 1863) – l’imperturbabile sessantenne si consegna placidamente a un sonno senza sogni.

In Isidore Buche, affezionato consumatore di quella cultura media veicolata dalla stampa a più larga diffusione – Le Petit Journal, pubblicato fino al 1944, raggiunse un milione di copie di tiratura nel 1890 – Mirbeau delinea il lettore «che non pensa mai a nulla». L’assenza di un pensiero intenzionale faceva sì che questo grigio e attempato signore, ormai prossimo alla pensione, fosse del tutto incapace di cattiveria come, d’altra parte, di bontà. Passava però per quel che si dice un brav’uomo, pacifico e inoffensivo, rispettoso verso i suoi superiori e sempre conciliante con i colleghi. Se non odiava è perché non aveva nessuno da odiare. Se non amava è perché «non aveva nessuno da amare: né moglie, né figlioli, né un parente, né un amico, né un cane, né un povero, né un fiore!» Per arrotondare il modesto stipendio da impiegato lavorava sette giorni su sette, quindi neanche i trastulli di una domenica oziosa intervenivano a turbare la sua rigida routine. Davvero difficile immaginare un’esistenza più inquadrata e più inespressiva di quella condotta da Monsieur Buche.

«Tuttavia un giorno, improvvisamente, andandosene all’ufficio per la solita strada, stupì di veder in aria qualche cosa di molto alto (…) qualche cosa di improvviso, di insolito che sbarrava il cielo…» Parigino dalla nascita, della Ville Lumière «non conosceva, non aveva visto mai nulla», né Notre-Dame, né il Louvre, né l’Obelisco, né il Pantheon, né l’Arco di Trionfo… «Era passato accanto a questi monumenti senza guardarli, senza vederli e, per conseguenza, senza domandarsi perché fossero lì e che cosa significassero.» Ne aveva sì avvertito l’ingombro fisico ma come di straforo. «Quelle facciate istoriate, quelle cupole, quelle guglie, quei massi quadrati di pietra, quelle volte aperte sul sogno azzurro del cielo, quei corsi, quelle piazze, quegli orizzonti, tutto ciò si unificava nell’enorme nulla che per lui rappresentava la città, la natura, tutte le cose, tutti gli esseri, tutto quanto era al di fuori del suo ufficio, della sua camera, degli usceri del Ministero, della sua portinaia e del Petit Journal…» Sarà proprio il Petit Journal a informarlo che quel «qualche cosa di molto alto» che si stagliava nel cielo altro non era che la Torre Eiffel. Questa inattesa visione irrompe nell’immaginario piatto di Monsieur Buche come una rivelazione.

Qui il racconto mirbelliano fotografa quella Parigi che letteralmente si divise intorno alla “questione Torre Eiffel”: quelli contrari al suo ingombro troppo impattante – uno fra tutti Charles Garnier, architetto dell’Opéra di Parigi, che la definì senza mezzi termini un «imbuto» – e quelli favorevoli alla nuova estetica della modernità. Il 14 febbraio 1887 il giornale Les Temps pubblicò una lettera (indirizzata al funzionario della municipalità di Parigi Adolphe Alphand) sottoscritta da un gran numero di intellettuali e artisti, contrari all’erezione dell’«odiosa colonna di metallo imbullonato». Eccone un estratto: «… Noi scrittori, pittori, scultori e architetti, a nome del buon gusto e di questa minaccia alla storia francese, veniamo a esprimere la nostra profonda indignazione perché nel cuore della nostra capitale si debba innalzare questa superflua e mostruosa Torre Eiffel, che lo spirito ironico dell’anima popolare, ispirata da un sano buon senso e da un principio di giustizia, ha già battezzato la torre di Babele (…)»

Simbolo e totem della civiltà industrializzata, la Torre Eiffel (inaugurata nel 1889) produce una scossa nell’animo atrofizzato di Monsieur Buche. L’imponente struttura di ferro battuto trionfa laddove aveva inesorabilmente fallito Notre-Dame. Stupefatto e scombussolato da una crescente «angoscia torturante», l’uomo che non aveva mai pensato a nulla comincia a pensare, a porsi delle domande. Che cos’è quella torre, a cosa serve e perché si chiama Eiffel? Domande a cui non può trovare risposte. A prevalere, e a sedimentarsi, è dunque solo uno sterminato e ingestibile stupore: la facoltà improvvisamente acquisita di meravigliarsi e di provare paura. «Fu il solo momento della sua vita in cui il suo cervello fu agitato da un intellettuale tumulto. Ebbe coscienza di una vita probabile, all’infuori della sua, di una vita possibile oltre quella della sua portinaia…» La visione della torre – temibile e svettante enigma – non tarda a contaminarsi di «reminiscenze bibliche», così Monsieur Buche, mosso dall’insopprimibile urgenza di condividere questo suo primo vero turbamento, prende a confidarsi con gli usceri del Ministero e con la portinaia ripetendo: «Ho rivisto la Torre di Babele!» (abbiamo già incontrato questa espressione, partorita dallo «spirito ironico dell’anima popolare», nella sopracitata lettera ad Adolphe Alphand). Lo «straordinario sconvolgimento» si ripercuote a intermittenze anche nel quotidiano: Monsieur Buche comincia a provare piccole curiosità verso un passante o un manifesto. Raggiunto il culmine, però, questo stato di eccitazione andò man mano affievolendosi riportandolo presto nel suo antico torpore. «A poco a poco ritornò a non dir più nulla, a non sentir più nulla, a non soffermarsi più davanti a un affisso, a non sentir più la commozione d’uno sguardo umano.» La Torre scompare, sprofonda, riassorbita da tutto il resto. Monsieur Buche torna vuoto e ritrova «il ticchettio regolare del suo orologio interiore.» La crisi però, dopo un periodo di calma apparente, riaffiora in chiave onirica.

Laddove non osa il pensiero razionale non è raro che talvolta operi quello subcosciente, così «una notte egli sognò!» Un sogno tanto elementare quanto misterioso: sognò di pescare sulla riva di un fiume. Naturalmente ne fu turbato. Perché aveva sognato? Tutte le sue notti erano sempre state «vuote di sogni come i suoi giorni di pensieri». E perché mai aveva fatto proprio quel sogno, lui che non aveva mai pescato in vita sua? «Gli parve un avvenimento grave, un fatto terribile l’intrusione d’un sogno nella sua vita notturna, importante e terribile quanto era stata l’intrusione d’un pensiero nella sua vita diurna.» Prima la torre e ora la lenza.

Il sogno divenne ricorrente: «… si vedeva seduto su un greto fra le erbe odorose e fiorite. Teneva in mano una lunga canna da pesca, dall’estremità della quale pendeva un sottile crine brillante che attraversava lo spessore di un grosso sughero rosso galleggiante sull’acqua. (…) Il crine si tendeva, la canna si incurvava ed egli rimaneva così delle ore, facendo sforzi vani per tirar su il pesce invisibile.» Ogni notte lo stesso sogno, la stessa attesa, con quell’incognita sospesa sullo specchio d’acqua. Si svegliava poi di soprassalto, tutto sudato, domandandosi se sarebbe mai riuscito a prenderlo quel «pesce invisibile». Se fosse dipeso da lui avrebbe preferito non pensare a nulla, ma adesso doveva render conto a quel sogno che lo perseguitava notte dopo notte, sempre uguale, interrotto nell’istante cruciale. «… Lo prenderò mai?» E accadde che, a furia di pensarci, finì davvero per appassionarsi alla pesca. Eccolo dunque, un bel mattino, deviare dal suo rettilineo ed entrare in un negozio di articoli per pescatori. «Provò un emozionante piacere a contemplare un carpione di cartone dorato che si dondolava al sommo della vetrina, sospeso ad un filo di seta.» L’indomani, armato di lenza ed esche e bardato di tutto punto, Monsieur Buche si incammina lungo la Senna fino a raggiungere le amene rive di Meudon. «La mattinata era festosa, l’acqua cantava dolcemente sul greto, in un ciuffo di canne. Sulla sponda, dei gitanti andavano a zonzo e coglievano i fiori.» Qui Mirbeau dipinge sapientemente (con sottile e sprezzante ironia) il tipico quadretto accademico, dettagliato e manierato sia in quello che descrive sia in quello che si propone di suscitare: null’altro che un’oziosa domenica borghese sulle rive del fiume. Il protagonista non è che una comparsa in uno scenario agreste stucchevole. Anche l’attività amatoriale della pesca in sé assurge qui, per esteso, a stereotipo delle attitudini domenicali piccolo-borghesi: Isidore Buche assomma in sé tutta una collettività deficitaria di stimoli e motivazioni profonde.

Non è un caso isolato, mostrato nella sua stramba eccezionalità, ma un cittadino tipico, uno dei tanti lettori del Petit Journal. In un respiro più astratto e meno circostanziato incarna la diffusa umana inconsapevolezza, il demone frigido dell’accidia che alberga in generosi strati della società. È un invisibile, ma la sua pericolosità sociale (ci avverte Mirbeau) è tangibile. Nell’offrircelo per quello che è – un essere umano che di fatto non esiste, contentandosi solo di vegetare nell’esercizio della sua passiva efficienza impiegatizia – Mirbeau ci induce a non provare sentimenti per lui, nemmeno la pietà. Al cospetto di tanta impermeabilità emotiva il lettore è legittimato a interporre un certo distacco, mantenendosi a debita distanza. Quale coinvolgimento può muovere un essere che non ha mai pensato a nulla? Mirbeau, d’altra parte, ce lo presenta così fin dalle prime righe, tarpando già dalle premesse ogni trasporto.

Eppure, da qualche parte, tra le righe, trapela da quest’omino grigio un ché di indifeso e di terribilmente umano, un’innocenza violata da una certa cultura dominante e tutto un pregresso di opportunità negate. Questo però non basta a renderlo amabile. Isidore Buche paga, fino all’ultimo, il prezzo della sua gratuità. Di fronte allo specchio d’acqua, impugnando un’arma spuntata (lo strumento mancante che vanifica una sua evoluzione) egli si riflette per quello che è, ossia null’altro che una transitoria oscillazione, un vacillamento. Se sia più ridicolo che grottesco è difficile stabilire. Avvertiamo tutta la sua inadeguatezza nel vederlo trapiantato a Meudon, «fuori del chiostro della sua camera, oltre i soffitti sporchi del suo ufficio». Presagiamo che qualcosa di fatale sta per compiersi. Una svolta. Un epilogo.

Con cura, Monsieur Buche «scelse un posto dove l’acqua gli sembrò profonda, dove l’erba era dolce. E preparando la sua lenza, seguendo diligentemente le indicazioni suggeritegli al negozio, si diceva tra sé: «O vediamo! Vediamo un po’… Non ne prenderò proprio mai?…» Ansioso, fremente, più che mai determinato a catturare il suo «pesce invisibile», e continuando a ripetersi ossessivamente: «… Non ne prenderò proprio mai?», il dilettante guadagna la postazione e passa finalmente all’azione. Il sughero oscilla sulla superfice dell’acqua e sprofonda generando «un lieve gorgoglio». È il momento. Quell’immagine più volte sognata ora si sovrappone a quella reale. Monsieur Isidore Buche, con il cuore contratto da un’oscura angoscia, è attraversato da un brivido presago. Quello che ha tanto desiderato ora si sta compiendo: il pesce invisibile emerge, ma in quello stesso istante «… un sudore freddo gli scivolò sulle tempie… ed egli cadde, sulla sponda… morto!» No, non ne prenderà proprio mai, il vecchio Buche. La parabola della sua non-esistenza si chiude così, nell’impossibilità di gestire la prima emozione. Semplicemente non la regge, non è in grado di incamerarne il mistero che vi è riposto. Sopraffatto dalla première émotion, Monsieur Isidore Buche collassa su sé stesso, implode, si ricongiunge al suo nulla connotante. A suo modo, contemplando la torre svettante, aveva provato ad elevarsi dalla sua condizione; così pure, assecondando il messaggio del sogno, si era illuso di poter far riemergere quanto era già definitivamente sprofondato.

Il sogno di Isidore Buche sembra rimandare a quell’antico proverbio italiano che recita: “Chi dorme non piglia pesci” (traducibile grossomodo nel francese di Mirbeau: Qui dort n’attrape pas de poisson); nella commedia Rudens di Plauto si rintraccia un motto analogo: nam qui dormiunt libenter, sine lucro et cum malo quiescunt. Il celebre adagio popolare, diffuso in Europa sotto diverse declinazioni, deplora l’attitudine all’indolenza di chi indugia ed esita ad oltranza, finendo preda dell’accidiosa e compiaciuta inazione. In altre parole, solo chi è vigile, guardingo e intellettualmente curioso può afferrare e far propria l’occasione irripetibile della vita (l’emozionale esperibile attraverso i sensi). La première émotion, racconto breve ma estremamente denso, vanta la potenza di un romanzo. Mirbeau vi condensa tutta la sua lucida e disincantata weltanschauung sull’uomo e sulla società.

Nei Contes cruels (Racconti crudeli) – apparsi in vari quotidiani dell’epoca e successivamente pubblicati in volume con i titoli Lettere dalla mia capanna (1885) e Racconti dalla capanna (1894) – Octave Mirbeau enfatizza il lato oscuro della natura umana creando nel lettore quello che Pierre Michel definisce uno «shock pedagogico». Ogni singolo racconto si offre come tassello di una sofferenza universale, una condizione esistenziale patita e inferta da una collettività connivente destinata a progressiva frantumazione. Leitmotiv della disamina mirbelliana è la ferocia sempre sottesa alla natura umana, la barbarie che sonnecchia nell’etica. Il racconto La première émotion è contenuto nella raccolta La pipe de cidre (Ed. Flammarion, 1919); al momento la sola traduzione italiana è quella di Decio Cinti: La prima emozione, in La botte di sidro (Sonzogno, 1920). Per ogni approfondimento sulle opere di Octave Mirbeau si rinvia al nutrito archivio storico-critico curato da Pierre Michel. È possibile inoltre consultare su internet il portale “Studi Mirbelliani Italia” e l’esaustivo “Dictionnaire Octave Mirbeau”.

Massimiliano Sardina


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