AMARE SENZA RIVALI | Chiesi al vento di Tivoli | poesie di Sandro De Fazi

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di Mario Caruso

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Non v’è nulla di più impudico dell’occhio del poeta, pur se nulla ha in sé di turpe. Con impareggiabile foga fruga, prende possesso; ama, come nessuno mai saprebbe fare (Sine rivali se amat). Non si cerchi però di indagare sui nomi dei suoi amanti, né si tenti di indovinare le circostanze che diedero luogo a simili amplessi. Tutto avvenne in un istante che li colse mentre stavano intenti a qualcos’altro…

L’ignaro amato forse non saprà mai di vivere eternato dentro un verso; non saprà mai che un giorno ci fu qualcuno che lo rese simile a un dio.

Son questi “gli amori d’un poeta” che nessuna biografia potrà mai contemplare; nessuna che si limiti al racconto del vissuto esteriore. La biografia di un poeta è colma di “cose nascoste”; di sguardi, baci, anime e corpi rubati. Quelle “cose nascoste” che fecero dire a Kostantinos Kavafis: «Dalle cose che feci o dissi non cerchino d’indovinare chi fui. (…) Dalle mie azioni meno appariscenti e dai miei scritti più velati – da questo solo mi conosceranno.» È ciò che si può dire d’ogni poeta. Ma sviscerare la parola, il verso poetico, è un po’ come tentare di commentare un quadro: il più delle volte ci si riduce a un mero esercizio retorico. Il poeta è sempre anche un pittore e un filosofo. Entrare nel suo mondo significa immettersi in un’altra dimensione, allontanarsi dall’hic et nunc delle nostre blande esistenze.

È così che si compie il viaggio; quel viaggio che per suo tramite ci riporta alla nostra primigenia essenza.

C’è quest’essenza, c’è quell’anima pagana che in tutti noi sonnecchia, c’è l’istinto che predomina sulla ragione – l’istinto folle che fu dei poeti d’ogni tempo, c’è l’amore che osa pronunciarsi – impudico, impavido, spavaldo… nelle liriche raccolte in Chiesi al vento di Tivoli. Potrebbero essere proprio queste gli “scritti più velati” attraverso cui il poeta Sandro De Fazi intende celarsi solo per lasciarsi disvelare. Il titolo allude a un luogo d’elezione, la Villa Adriana di Tivoli, dove il poeta interroga il vento, qui inteso come pneuma nel suo significato stoico di divino “soffio vitale” che tutto anima e dirige. In ascolto di questo vento oracolare il poeta rievoca amori vissuti o appena abbozzati, comunque afferrati nell’intima percezione delle umane cose. Amori che si sostanziano in istanti di sospensione tra la potenza e l’atto, fantasmata, secondo l’accezione che ne dà Domenico da Piacenza a proposito della danza nel De arte saltandi et choreas ducendi.

De Fazi ama alla maniera dei poeti e cosparge i suoi versi di senhal, come ben evidenziato in prefazione al libro da Marco Cappadonia Mastrolorenzi: «Questo segnale è una vera e propria figura semantica» che ha attraversato la storia della letteratura, da Dante fino ai nostri giorni. È quel che Camille Paglia definisce come «Il principio greco della potestà della persona bella, intesa come opera d’arte (…) L’occhio elegge a catalizzatore una certa personalità narcisistica e formalizza artisticamente il suo rapporto con essa.» Il narcisismo è già insito nel senhal, come gioco di specchi in cui l’immagine “amata” altro non è che il riflesso di se stessi, poiché quell’immagine è un’idea, la sublimazione di un desiderio che eccede l’umano, e in quanto tale diventa impraticabile se non in una dimensione Altra. «È privilegio divino dell’uomo poter fare delle idee qualcosa di più grande della natura.», scrive ancora Camille Paglia in Sexual personae (Einaudi, 1993). Così non ci stupiremmo nello scoprire che, in fondo, tanta sublimazione altro non sia che puro artifizio poetico, licenza che il poeta si dà per poter vivere. Un lascivo compiacimento dell’occhio che arriva a toccare, possedere e plasmare l’oggetto su cui si posa.

È proprio dei poeti il riuscire a tramutare anche la mediocrità in qualcosa che ha del divino: la bellezza come creazione e proiezione dell’occhio apollineo, dall’Antinoo amato e divinizzato dall’imperatore Adriano fino al Tadzio di Thomas Mann.

In Sandro De Fazi il dionisiaco e l’apollineo convivono e si fondono in una comune cristallizzazione del desiderio; un’oggettivazione che depreda, al tempo stesso preserva, e infine trasmuta. Il poeta brama ciò che solo nello spazio poetico può afferrare, possedere, far suo: Tornato a casa, maledico il tempo / che ci ha voluti amanti solo in versi (Corpo lepido); ed è in questa terra di mezzo tra il sogno e l’estasi che egli infatti si riaccende d’ineffabile voluttà: Il corpo tuo è un poema squisito, / ogni membro ne è un estivo maggio. Ma l’indirizzo del suo amore resta comunque figura dell’assenza, desiderio frustrato, mai del tutto appagato: Se non ti accosti un poco al mio (cos)petto / tu non sei amore sacro, né profano. / per la tua assenza ormai mi appartengono / freddo invernale e improba fatica. / Non mi dici parole che mi sazino. (Senhal).

In Chiesi al vento di Tivoli la poetica di Sandro De Fazi, è un plurivèrso semantico denso di contaminazioni linguistiche e stilistiche; è esaltazione dell’estasi carnale, azzurra oralità dei sensi.

Mario Caruso


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