UNTORI PER FASCINAZIONE | Il confino dei “pederasti” nel Ventennio fascista | Adelmo e gli altri.

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Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali in Lucania | un saggio di Cristoforo Magistro (Ombre corte, 2019)

 

di Massimiliano Sardina

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Tutti gli omosessuali di destra (e ce ne sono tanti) farebbero bene a studiare la storia, soprattutto quella relativamente recente. I rigurgiti fascisti che stanno investendo il nostro paese ci obbligano a una riflessione profonda. La dittatura non muore mai, è una bestia tramortita che sa bene dove cercare cure e nutrimento. In determinate contingenze storiche, quando crisi e malcontento agitano le masse, eccola riaffiorare in tutto il suo vigore. Le dinamiche di persuasione sono sempre le stesse: l’esaltazione di un “noi” contrapposto alla demonizzazione di un “loro”. Per assicurarsi il consenso del popolo bue il primo step è quello dell’instillazione della paura. Una paura qualsiasi, non importa quale. Un’inquietudine capace di trascinarsi con sé il senso di precarietà e di smarrimento, le difficoltà del presente e l’incertezza del futuro. Il secondo step è quello di dare alla paura un volto, una connotazione specifica, creare cioè un orizzonte dal quale far sorgere il problema. Di qui la costruzione ad hoc del nemico: lo straniero, il diverso, l’altro. È un meccanismo ben oliato e funziona sempre. Tutti i regimi dittatoriali che si sono susseguiti nel corso della storia hanno trovato terreno fertile nell’istinto atavico di homo sapiens, creatura facilmente influenzabile e manipolabile che sotto molti aspetti è ancora prigioniera nel recinto rassicurante della sua tribù. L’ultima grande dittatura che ci ha riguardati, la pagina nerissima del fascismo, si offre a storici e sociologi come un’enorme banca dati.

Dalla prospettiva odierna attingiamo da una sterminata documentazione – quella redatta burocraticamente da chi deteneva ed esercitava il potere e quella vergata (più o meno clandestinamente) da chi a questo potere cercava di opporsi e di resistere con ogni mezzo – ed è analizzando il passato (con la sua congerie di abusi, violenze e persecuzioni) che ci è dato di poter comprendere il presente e le sue possibili derive. In una contemporaneità sempre più fluida e digitale dove tutto latita e si sovrappone, solo la storia può offrirsi come maestra e veicolo di verità. Senza punti di riferimento e modelli sani la coscienza civile si appanna (il crescente disinteresse delle nuove generazioni verso la politica ne è la triste conferma). La storia, ovvero il puntuale e ragionato resoconto di quello che è realmente accaduto, può e deve illuminarci, metterci in allarme. Risvegliarci. Sì perché nessuno può dirsi al riparo e, all’occorrenza, ogni categoria umana può assurgere al ruolo di vittima designata, di nemico giurato, di diverso, di straniero, di non assimilabile.

È sotto questa luce che va letto il saggio Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali in Lucania (Ombre corte, 2019), scritto dallo storico Cristoforo Magistro, studioso dell’emigrazione di fine Ottocento, del fascismo e delle lotte per la terra del secondo dopoguerra. Gli spettri omofobici del passato sono ancora tra noi e ricoprono alte cariche istituzionali. Il Ventennio sembra un’entità lontana, ma quanto concreti sono ancora oggi i suoi strali. Se ci fermiamo a considerare le inquietanti derive dell’attuale dibattito civile nel nostro paese constatiamo che, come scrive Lorenzo Benadusi nella prefazione, «la questione di fondo rimane la stessa: la visibilità vista come scandalo, il riconoscimento pubblico inteso come minaccia all’ordine normativo eterosessuale, l’effeminatezza percepita come messa in discussione della mascolinità egemonica, la libera manifestazione della propria affettività come espressione “degenerata” di “perversione”. Basta leggere le dichiarazioni di Papa Francesco, che, dietro un’apparente modernità, ricalcano alla lettera quelle dei suoi predecessori (…)»

Il fascismo agì sulle persone omosessuali con sistematiche azioni di schedatura, persecuzione ed esclusione. Il confino, instituito ufficialmente nel novembre 1926, non è una sanzione penale vera e propria, non richiede cioè una responsabilità accertata per via giudiziaria in merito a episodi considerati dalla legge come reati, ma punisce quelle condotte indesiderate (non ossequiose sul piano politico o indecorose sul piano morale) che minano la sicurezza pubblica e per riflesso la stabilità del regime. Il confino, che Mussolini considerava una pratica repressiva “molto intelligente”, non è di fatto una carcerazione ma un allontanamento, un’azione di espulsione ed emarginazione la cui durata poteva oscillare (a seconda della gravità) da uno a cinque anni. Estirpato dal contesto d’appartenenza (quasi sempre il luogo natio), l’indesiderato è spedito altrove, perlopiù sulle isole o in paesini sperduti del meridione e qui sottoposto a rigida sorveglianza. Privato dei suoi affetti, delle sue relazioni sociali, delle sue comodità, del suo diritto a una cittadinanza attiva, il confinato si ritrova catapultato in un non-luogo dove è costretto a barcamenarsi per sopravvivere. Il sussidio di poche lire lo condanna a un’esistenza durissima. Confinati politici e confinati comuni; questa seconda categoria, più ampia, comprendeva i disonesti (speculatori, strozzini, affittuari esosi, vagabondi, prostitute, teste calde…) e gli “anormali”, comunemente etichettati con il termine spregiativo di “pederasti”. Per comprendere com’era percepita l’omosessualità nel Ventennio fascista è necessario calarsi nelle tare di quegli anni.

Dal punto di vista strettamente politico il fascismo – promotore di donnine-vacche da focolare e di maschietti-soldati allineati e combattenti – non poteva che ravvisare nell’omosessuale (figura libera e godereccia) una minaccia al suo progetto di assoggettamento e omologazione del popolino. L’uomo virile fascista non poteva e non doveva essere omosessuale. L’esistenza stessa dell’omosessualità sul maschio suolo italico veniva puntualmente negata, taciuta (sulla stampa, controllata dal regime, era argomento tabù). «Percepita come un fenomeno che si situava tra malattia e vizio – scrive Magistro – e di cui era meglio non parlare, era considerata pressoché contagiosa dalla mentalità dell’epoca.» Se l’omosessualità non esisteva allora non avrebbe avuto senso creare una legge specifica per punirla. Il confino, riformulazione del domicilio coatto, offrì ai fascisti la soluzione più indolore per tentare di arginare il fenomeno, tanto più che le cure psichiatriche e manicomiali per redimere gli “invertiti” si erano negli anni rivelate fallimentari (il recente fenomeno delle “terapie riparative” ci dà la misura di quanta arretratezza civile e morale serpeggi ancora tra noi). Il fascismo tentò con ogni mezzo di eludere la presenza degli omosessuali, guardandosi bene dal connotarli circoscrivendone il reato specifico; le accuse, stilate con astuta e calcolata vaghezza, indicavano generalmente: atti osceni, attentato all’integrità della razza, condotta immorale, atteggiamenti e comportamenti oltraggiosi verso lo Stato o minaccia alla sicurezza pubblica. «Nel caso di individui accusati di altri reati, – scrive Magistro – l’omosessualità era citata come elemento integrativo di vita vissuta ai margini della società.» Il confino di polizia – gestito da zelanti commissioni provinciali presiedute dal prefetto e coadiuvate da una rosa di autorità preposte (il questore, il comandante dei carabinieri, il procuratore del re e l’ufficiale della milizia) si palesa dunque quale atto di rimozione formale del problema. A farne le spese furono centinaia di povere vittime costrette a scontare una “colpa” mai commessa.

Lo studio di Magistro – preceduto da una mostra foto-documentale allestita nel maggio 2017 presso il Museo Diffuso della Resistenza di Torino – si focalizza su una quarantina di casi di “confinati per pederastia” in Basilicata. Analizzando i singoli fascicoli dei “pederasti” compilati dalle questure (e corredati di fotografie segnaletiche), Magistro ricostruisce le storie di tanti disperati, figure spesso ai margini ma anche perfettamente integrate al tessuto sociale. Il più giovane ha diciotto anni, il più anziano sessantatré. Troviamo Adelmo l’operaio, Alberico il bracciante, Aldo il mercante, Antonino il muratore, Antonio il legionario, Armando il falegname, Rigoberto l’antennista, Augusto il fattorino, Nicola il pittore, Cosimo il sarto, Dino il fabbro, Elio il ceramista, Rocco il caramellaio, Paolo il tipografo, Emilio il calzolaio, Ernesto il bancario, Gaetano il proiezionista, Giovanni il decoratore, Mario il merciaio, Giuseppe lo studente, e poi il ladruncolo, il prostituto, il sagrestano, il contrabbandiere, lo strozzino, il questuante, finanche il fascista e lo squadrista. Persone comuni, alcune agiate altre meno abbienti, alcune oneste altre dedite a traffici illegali, alcune moderate altre promiscue, persone normali insomma, ma ree per l’appunto di essere omosessuali. Nell’Italia fascista non c’era posto per i “degenerati” corruttori della razza. Dei casi esaminati da Magistro circa la metà furono condannati a cinque anni di confino. Più lievi furono le misure riservate ai più giovani e ai prostituti attivi (sì perché il fascismo distingueva tra omosessuali attivi, meno colpevoli, e omosessuali passivi, più colpevoli). Gran parte dei condannati dopo il 1940 poté godere di uno sconto della pena grazie a una circolare emanata il 28 giugno 1943 che commutava il confino in ammonizione. Alla fine del giugno ’43 i “confinati per pederastia” poterono rientrare a casa ma, essendo schedati, vissero per anni sotto stretta vigilanza.

Ustica, Favignana, San Domino… all’acqua purificatrice del mare era affidato il compito di isolare, in un’accezione se vogliamo anche simbolica. Molti confinati omosessuali ebbero le isole come prima destinazione (l’acqua salata disinfetta, rimargina, si offre come rimedio all’infezione), ma isole si rivelarono anche i borghetti sperduti nell’entroterra lucano, isole senza mare, bagnate dalla desolazione e dalla miseria. Carlo Levi, confinato politico, usò l’efficace espressione “isole di terraferma”. Per comprendere l’esperienza totalizzante del confinamento è necessario calarsi nella geografia territoriale di quegli anni; vastissime aree depresse del Mezzogiorno, specie quelle più lontane dal ristoro delle coste, erano prive delle più elementari infrastrutture come fogne, strade, condotti idrici. Le case stesse, ricettacoli di muffe e parassiti, offrivano poco più che un tetto sulla testa e un pagliericcio dove coricarsi. Qui la fame, unitamente alla scarsità d’igiene, favoriva ogni genere di malattia e di infezione. Le popolazioni meridionali erano sì le più prolifiche, ma la mortalità infantile era frequentissima. Finire al confino in questi luoghi talvolta era peggio che finire in carcere. Il regime fascista non li scelse a caso. Ne valutò sì la “debita lontananza”, ma anche la valenza purgatoriale e punitiva. Il problema di dove piazzare la malarazza dei “viziosi pederasti” si pose subito all’indomani dell’istituzione del confino. Venne subito scartata l’eventualità di inviare gli omosessuali nelle colonie, luoghi ad alta densità maschile dove la contaminazione si sarebbe potuta nientemeno che propagare a dismisura. Percepita come “malattia trasmissibile e contagiosa” richiedeva collocazioni e ghettizzazioni quanto più dislocate e periferiche che ne neutralizzassero gli effetti. Le desolate e rurali terre lucane, sprovviste di strade e di ferrovie, decentrate e malariche, parvero subito al Ministero degli Interni il luogo ideale. I piccoli paesi del materano e del potentino – Aliano, Ferrandina, Grassano, Craco, Grottole, Palazzo San Gervasio, Rotondella, Avigliano, Bernalda, Banzi, Montescaglioso, Tursi, Miglionico, Nova Siri, Salandra, Forenza, Colobraro, Stigliano, Genzano di Lucania, San Mauro Forte, Accettura, Pomarico, Gorgoglione, Viggiano, Garaguso, Montalbano, Rivello… – si distinguevano per l’altissima natalità e per la resistenza dei “vecchi e sani valori tradizionali”.

Incuriositi e tutt’altro che ostili, i lucani si dimostrarono molto accoglienti verso i nuovi arrivati, un aspetto che lenì solo lievemente le sofferenze di chi patì l’esilio. Tutt’altro che una villeggiatura, il confino per la quasi totalità di chi lo subì si tradusse in un drammatico isolamento ai limiti della sopravvivenza. Le lettere che i confinati indirizzavano ai loro familiari (cercando conforto) o alle autorità (invocando clemenza o qualche lira in più di sussidio) testimoniano condizioni di vita tragiche e dolorose. Scrive Giuseppe, uno studente romano confinato ad Aliano nell’aprile del ’39: «…Ho la penosissima impressione di essere arrivato nel paese del Silenzio. (…) Qui si è veramente segregati dall’umanità fra montagne logore di silenzio e di desolazione. Sento di essere un estraneo nell’ambiente in cui ho la vaga sensazione di vivere. Mi sembra di essere in preda ad un incubo di oppressione, d’essere uscito dai confini del mondo (…) Che mondo mostruoso è questo?…» L’accanimento persecutorio verso i confinati omosessuali era più o meno severo a seconda delle figure istituzionali incaricate della gestione del problema.

Magistro segnala lo zelo persecutorio del prefetto di Potenza (dal ’28 al ’30) Ottavio Dinale, un amico di vecchia data di Mussolini, secondo il quale: «…il pederasta aguzza lo sguardo, eccita i sensi, protende tutto se stesso verso una nuova preda che sfoghi il suo insopprimibile bestialismo.» Il Dinale – con molta probabilità un omosessuale represso, come gran parte degli omofobi (qual miglior maschera per assicurarsi l’insospettabilità) – definisce gli omosessuali “untori per fascinazione”, seducenti corruttori dell’umanità ingenua e influenzabile. Contrario all’efficacia del confino, che a suo dire non risolveva il problema ma anzi contribuiva a diffonderlo trovando terreno fertile in aree incontaminate, proponeva l’alternativa della segregazione nelle carceri e nelle colonie penali.

La repressione fascista dell’omosessualità interessò tutta la penisola, dalla gaia Venezia alla gaia Taormina passando per la gaia costiera amalfitana. Dal Rinascimento alla Belle Époche, contrariamente a quanto il fascismo volle far credere, l’Italia si era sempre contraddistinta come paese accogliente e tollerante, oggi diremmo gay friendly. Dal Tadsio di Thomas Mann ai bacchini arcadici del Barone von Gloeden (archetipi recenti di un immaginario omoerotico ben più antico e stratificato), l’Italia vantava una mascolinità felicemente varia e articolata, tutt’altro che assimilabile a quella fascista. Va compresa in quest’ottica anche la lettura fuorviata che i fascisti si fecero della Lucania, terra rurale sì, ma soprattutto terra di pastori, quindi di maschi che per generazioni ebbero modo di sperimentarsi a vicenda nei lunghi periodi di lontananza dalle famiglie. Attraverso la pratica disumana del confino – che di fatto privava le vittime non solo del diritto di cittadinanza ma anche del diritto all’identità nella sua accezione più ampia – il fascismo volle operare un’epurazione. Con la caduta di Mussolini, come si è detto, il confino cessò, la morsa sui “deviati sessuali” si allentò ma una persecuzione sotterranea si mantenne costante per decenni. Chi oggi si ostina a negare anche un solo diritto alle persone non eterosessuali, per convinzioni ideologiche o religiose che siano, appartiene alla stessa schiatta degli Ottavio Dinale.

L’analisi su scala locale di Cristoforo Magistro, concentrata in particolare sul materano, illumina aspetti inediti della storia dell’omosessualità negli anni della dittatura fascista. Molta documentazione è andata perduta, ma da quella pervenutaci, seppure lacunosa, è possibile ricavare informazioni preziose. In appendice al saggio troviamo le brevi biografie dei confinati sopraelencati. Incrociando i dati riportati sulle schede dalle questure con altra documentazione (lettere, diari, articoli e altre fonti), Magistro ridona voce a esistenze taciute. A emergere è un sottobosco remoto di storie simili e al contempo diverse, dove la sessualità trova spesso modo di esercitarsi solo nel losco e nel furtivo (com’è il caso dei prostituti veneziani che ricattano i loro clienti). Non mancano il prete pedofilo, l’altolocato intoccabile, l’adescatore e, in generale, chi persegue il piacere attraverso l’abuso e la violenza. Categorie criminali, queste, diffuse in egual misura tra gli eterosessuali. Nei grandi numeri, inutile ribadirlo, i confinati omosessuali erano cittadini più o meno onesti e più o meno comuni. Il loro era un reato a prescindere, e il confino ne avrebbe comunque tamponato i potenziali danni verso terzi. Il fascismo, per questa categoria, faceva poca distinzione tra buoni e cattivi. I “dediti alla pederastia” erano considerati socialmente pericolosi perché dominati da un istinto insopprimibile.

Ecco un breve estratto del profilo psicologico che la questura fascista fa del diciannovenne romano Adelmo P., diplomato e impiegato presso la fabbrica d’armi Breda: «Il suo istinto pervertito lo spingeva ovunque è facile contrarre amicizie con uomini: sosta quindi spesso e volentieri nei caffè, nei giardini pubblici, nei mercati rionali, dentro i filobus e, come una vera e propria meretrice, s’intratteneva anche nelle vicinanze di caserme. Fisicamente delicato e privo di volontà, non è capace di reprimere la sua perversa libidine (…)». Adelmo, un bravo giovane, un lavoratore onesto e molto legato alla famiglia, ha una sola colpa: quella di girare talvolta per la sua città non in cerca di ragazze ma di ragazzi. Finisce schedato, per quelle che venivano chiamate “misure di moralità”, nel luglio del ’42. La prefettura di Roma lo condanna a tre anni di confino da scontare a Bernalda. Adelmo però può dirsi fortunato rispetto a tanti altri suoi compagni di sventura. La sua condanna si estingue infatti in pochi mesi a seguito della già citata circolare ministeriale del 28 giugno 1943 che trasformava il confino in semplice ammonimento. È quindi a casa, immaginiamoci con quale stato d’animo, che Adelmo sconta il resto della pena.

La sua storia si somma a quella di tante altre, passate e purtroppo drammaticamente presenti. Il monito dello scrittore Andrea Camilleri, scomparso a luglio, è un invito a non abbassare la guardia: «Il fascismo è un virus mutante. Non è mai morto. Non l’abbiamo mai ucciso. Ed ora è tornato, mutato.»

Massimiliano Sardina


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