AVVAMPATA DI FURORE DIVINO | Silvana Grasso, Me pudet. Poesie 1994 – 2017 | a cura di Gandolfo Cascio

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di Gaetano Platania

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 40 | autunno 2019

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Cosa sono gli amori d’un poeta? Quale materia plasma i suoi sentimenti? E ancora, ancora vien da chiedersi, perché mai un poeta decida a un certo punto di darsi in pasto agli avvoltoi. Perché questo siamo, quando ne manduchiamo i versi. Manducare, non leggere. La poesia va masticata, impastata con la saliva, ingurgitata e fatta fluire col sangue. Non letta. Perché un poeta non fa poesia, non la scrive, meno ancora la compone. Un poeta è verbo incarnato a cui deprediamo anima e corpo. Mentre ci sfama coi suoi versi fatti di carne e sentimenti a brandelli, la sua di fame resta inappagata, perché non abbiamo alcun cibo da dargli. Beninteso, bisogna sentire alla maniera dei poeti perché il verso produca effetto; perché possa parlare ai nostri sensi, e stordirli, sconquassarli, scorticarli, metterli a nudo; e perché possa suscitarci finalmente quel disagio, quella vergogna, per ciò che ancora non sospettavamo di noi stessi.

È certamente frutto d’una momentanea incoscienza la decisione di Silvana Grasso a dar via i suoi versi. Decisione segnata dall’ultimo residuo di pudore che si esaurisce in quel Me pudet, in quel “mi vergogno” che chiama a raccolta le 52 liriche concepite nell’enorme-immemore tempo e partorite in una manciata di anni. “Galeotto fu Gandolfo”, potremmo far dire col senno di poi alla Grasso, giacché dobbiamo proprio alle insistenze di Gandolfo Cascio (docente di Letteratura italiana all’Università di Utrecht, dove dirige l’Observatory on Dante Studies), la pubblicazione di questo suo prezioso e urticante canzoniere (secondo volume della collana “Archivio Silvana Grasso”, edito da ETS).

Dentro c’è la sicilianitudine dell’autrice, ovvero molto più di una qualunque altra contingenza geografica. C’è la sicilianità come identità universale, meticciato di lingue e culture; e c’è soprattutto quel sentire cosmico, ancestrale, che fu e sarà sempre dei poeti di questa terra. Di quell’osmosi semantica-esistenziale per la quale mitostorialeggenda sono tutt’uno, proprio come ciò che si crede per sentito detto; come quei sembianti di legno o di carne e ossa, indifferentemente pupi; come odioamore, vitamorte che si sostanziano nello stesso dolceamaro patimento. C’è tutto questo e altro ancora, nella poesia di Silvana Grasso.

Ne è conscio Gandolfo Cascio, che nelle note di ecdotica in postfazione tenta di tracciare genesi e sviluppo di un qualcosa che parte da molto lontano, anche quando sembra esser frutto d’un semplice “passatempo” (come candidamente ammesso dalla stessa autrice). Forse è più il verificarsi di inattesi eventi epifanici, lo strabordio di cose che mentre premono sulla pagina vorrebbero veramente ammazzare il tempo, sfinire-sfinirsi, bramando altri cieli, altri mondi, corpi-sessi-animi-cervelli possibili solo in un altrove. E questa poesia che la Grasso ci consegna arde di quell’inquieta ebbrezza dionisiaca che fu degli antichi, e di quanti ancora, con anima pagana, celebrano la carnale sacralità dei corpi (Cascio usa la bella espressione «avvampata di furore divino»).

È un eros più evocato che consumato; poche volte «trionfante», il più delle volte «insoddisfatto, disiato o schernito»; un eros che travalica sessi, generi, età perché, appunto, irrefrenabile-inappagabile-inconfessabile istinto. Forse proprio per questo son chiamati a rappresentarlo delle sexual personae, figure en travesti (come in Enrichetta sul corso e in Atthis) e corpi offesi, dilaniati, evirati. In ogni amplesso, consumato o fantasticato che sia, torna l’impossibilità di darsi totalmente, si riaffaccia il desiderio frustrato o mai completamente appagato: Al tuo corpo ora chiedo gli avanzi / sfuggiti all’amplesso distratto (Al tuo corpo); Fu bruma e sconfitta / ramo ombreggiante di meli / la verginità che chiedevi / Fu. (Aidòs); Cadevano / abeti dal fusto di paglia / dejecti / da infame radice. (Anabasi). L’evirazione di eroi e semidei del mito si palesa in nuove e risolutive castrazioni: … il suo membro di maschio ha perduto / il giovane frigio (Smemoranda); … del membro virile / ingrassi la lama / e senza l’ingombro / del Genio / tra Gallae evirati / amministri / Cibele / divina. (Atthis); L’assalto al fortino è compiuto / non manca che fulgida insegna / di chela / vessillo fatale sul tenero pene / ferito (Fornicazione).

Continui richiami al mito, alla natura, al divino che nella poetica di  Grasso si fanno «metafora dell’imperfezione esistenziale» – come messo in luce da Gandolfo Cascio – «L’a-normalità d’Enrichetta, la menomazione di Atthis, sono un graffio nella compattezza della perfezione, sono anime corrotte, guastate solo per chi non ha lo sguardo del poeta.» Sono figure epifaniche chiamate a rappresentare dei «vessilli d’indipendenza» all’interno di un universo in cui «il meraviglioso col mostruoso, l’umorismo con il grottesco» si fondono e si confondono, in una deroga dalla norma che diventa «allegoria della riacquisita libertà, stoica emancipazione da qualsiasi dipendenza (formale o biologica)».

La poesia di Silvana Grasso è parola che s’immusica in un ardito “intrigo barocco”; è flusso inarrestabile di umori (mentali e corporei) scaturente da un intrauterino dionisiaco; è natura morta che profuma di torba, di frutti autunnali maturi; è vita-sesso-morte. Con impeto di ditirambica potenza, è poesia che scombussola, irretisce, libera.

Gaetano Platania


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