ORFANI DI FIGLI | testimonianza di Rossella M.

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raccolta da Simone Daddario

adattamento del testo a cura di Antonino Giordano

Pubblicato sulla versione cartacea di Amedit n. 39 | estate 2019

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«Oggi Salvo, battezzato Salvatore, avrebbe ventotto anni. Siamo rimasti da soli, io e mio marito. Due inconsolabili. Era il nostro unico figlio. Desiderato, atteso, cresciuto sotto una campana di vetro. Aveva solo quindici anni e tutta una vita da vivere. Se ne è andato così, senza che noi potessimo far nulla per trattenerlo. Un incidente con il motorino dopo una serata passata in discoteca con gli amici. Lo squillo del telefono alle quattro del mattino, la corsa in ospedale e quel “Non c’è stato nulla da fare” che ancora oggi, a distanza di così tanti anni, continua a rimbombarmi nella testa. Da allora il tempo si è fermato. Si va avanti perché si deve andare avanti. Non ci sono più i colori, non c’è più il sole.

Non eravamo preparati a una cosa così. Se di mezzo ci fosse stata una lunga malattia forse avremmo avuto il tempo di elaborare la sua perdita, ma un taglio così netto, così improvviso, ci ha resi incapaci di reagire. I primi mesi li abbiamo passati seduti al buio intorno al tavolo della cucina. Mio marito si è chiuso in sé stesso. Si sveglia, porta giù il cane, va al lavoro, rincasa, riporta giù il cane e dopo cena va a coricarsi. Io cerco di tenermi occupata come posso. Lavoro come donna delle pulizie in diverse famiglie e faccio volontariato in oratorio. Più mi stanco e più sto bene. Lo sforzo fisico mi distrae. Soprattutto stare fuori casa mi distrae. Ci resto il meno possibile. Tante volte non prendo i mezzi e torno a piedi, anche se ho le buste della spesa. Rincasare sfinita, con le ossa doloranti, mi facilita il sonno. (…) Tiriamo avanti. Essere sopravvissuti a nostro figlio ci fa sentire in colpa. Io ho sempre bisogno di sfogarmi, di parlare. Lui invece si tiene tutto dentro. Proviamo lo stesso dolore ma lo gestiamo in modo diverso.

Ci eravamo illusi che con il tempo la ferita si sarebbe rimarginata. Ci dicevano tutti così: “È solo questione di tempo”. Ma il tempo, come ho detto, si è fermato. Io vivo ancora nell’estate del 2006. Il mio Salvo ha ancora quindici anni. Gli preparo il caffellatte ogni mattina. Gli raccomando di ricordarsi di comprare il pane. Gli chiedo se ha bisogno di soldi e se le scarpe gli stanno strette. Io parlo ancora con lui. Quando mio marito non c’è entro nella sua cameretta e mi siedo sul suo letto. Lì è rimasto tutto come l’aveva lasciato. I libri sulla scrivania, lo stereo sul comodino, i poster dei suoi cantanti preferiti alle pareti. La sua ultima fotografia, scattata proprio quell’estate, lo ritrae sereno, sorridente, con quella sua espressione buffa. Quando voglio farmi del male apro il suo armadio e tocco i suoi vestiti. Il suo odore non c’è più, nonostante non li abbia mai lavati. Quella cameretta stretta e lunga è tutto quello che rimane di lui. Poi c’è il cimitero, ma lì ci vado di rado e malvolentieri. Non è posto per lui quello. Lui è qui, nella sua casa. (…)

L’anno scorso mia sorella mi ha dato uno schiaffo. “…Devi smetterla! Devi togliertelo dalla testa! Devi riprendere in mano la tua vita!…” Come darle torto? Non sono più una persona piacevole da frequentare. La mia compagnia deprime. E sì che ci provo ad abbozzare sorrisi… Se solo dipendesse da me. Con mio marito ci intendiamo bene perché sappiamo cosa ci frulla in testa. C’è sempre un sottinteso tra noi. Ci parliamo con gli sguardi. Siamo consapevoli che non ne usciremo mai. È più forte di noi. È un dolore troppo grande. Un dolore che non ha nome. Quando i figli perdono i genitori diventano orfani. Ma cosa diventano i genitori quando perdono i figli? È curioso che nella lingua italiana non ci sia un termine specifico. Forse perché è un dolore innominabile, contro natura, un dolore che non ha guarigione. (…) Dentro ti resta come un vuoto, ma un vuoto che pesa. Sei una metà. E vivi a metà. (…)

Salvo era un ragazzo semplice e buono come il pane. Onesto, disponibile, caritatevole verso i più deboli. Era sempre discreto, leggero, conciliante. Amava tanto leggere, amava correre e fare sport. Più di ogni altra cosa amava i suoi amici, l’allegria, la spensieratezza. Non ci ha dato mai un problema Salvo. Mai. Corretto, sincero e con uno spiccato senso del dovere. Ci riempiva di affetto, di attenzioni, di piccoli scherzetti. Cosa darei per sentire ancora il suono della sua risata (…) Eravamo una famiglia. Adesso cosa siamo? Siamo due genitori senza un figlio. No, senza un figlio non si è più genitori. Non si è più niente. (…) La sua assenza è presente, ingombrante, e non faccio che girarci attorno. Vivere nel suo ricordo non mi dà conforto. Provo ancora tanta rabbia. Mi sento colpevole. Colpevole di non aver potuto fare nulla per aiutarlo, per impedirgli di andarsene. È morto da solo, rotolando giù per una scarpata, mentre i suoi genitori dormivano. Il pensiero va sempre lì, si schianta sempre lì. La mente lavora, mastica e rimastica. Gli anni passano ma si ritorna sempre lì, lì dove tutto si è inceppato. (…)

Per un periodo abbiamo frequentato un’associazione di genitori che hanno vissuto il nostro stesso dramma. Ricordo in particolare il volto di una donna. Una ex madre come me. Mi sembrava di guardarmi in uno specchio. Lo stesso sguardo privo di espressione, accecato dal dolore. C’è poco da condividere. Ogni grande dolore resta un fatto privato. Ora come ora, lo dico più per mio marito che per me, spero solo che il tempo in un qualche modo aiuti. Con la ragione ci arrivi a capire che devi reagire, che devi fartene una ragione, che la vita non è tutta rose e fiori, che le tragedie non capitano solo agli altri, che la morte fa parte della vita, e tante altre belle parole. Ma non siamo fatti solo di ragione. Subire il lutto del proprio figlio svuota di senso la vita stessa. Come posso mangiarmi una pizza? Come posso andare al cinema? Come posso presentarmi a una festa? Come posso? Come posso fare l’amore con mio marito? Come posso provare piacere se provo solo dolore?

Quando, preda della disperazione più nera, ho tentato di aggrapparmi alla fede, ho scoperto di non averne più. Che Dio è quello che toglie un figlio ai suoi genitori? Che Dio è? Quale preghiera può mai meritarsi questo Dio? Non la mia. Non la mia. In chiesa sento solo freddo e indifferenza. Cose così non dovrebbero accadere, ma accadono. Quando le vivi in prima persona non puoi più tornare ad essere quello che eri prima. Diventi un’altra cosa. Diventi un essere che soffre. Ecco, questa sono io. Una che soffre. Anche mio marito, che parla poco, sintetizzerebbe così la sua condizione. Siamo due sopravvissuti a un dramma che è più grande di noi. Nostro figlio non ce lo ridarà nessuno, quindi di che cosa stiamo parlando? Come ho detto, tiriamo avanti. Viviamo la giornata. Ci adoperiamo come meglio possiamo affinché la giornata passi in fretta, affinché questa vita passi in fretta. Abbiamo smesso anche di onorare la tavola di Pasqua e di Natale insieme ai nostri parenti. Amiamo i nostri nipoti, ma in quelle sante ricorrenze il nostro dolore subisce un’impennata che non sto a descrivere. Siamo diventati molto abili a inventarci brutte influenze e colpi della strega. Ce ne stiamo rintanati a casa, seduti sulle nostre sedie. Il periodo di Natale è quello più difficile da affrontare, secondo solo al giorno del compleanno di Salvo. La felicità degli altri ci offende. Cosa abbiamo fatto noi di così mostruoso per meritarci tutto questo? Quale imperdonabile sacrilegio? …Punizioni così ti convinci quasi di essertele meritate, e allora scavi nel tuo passato, nelle tue azioni, nelle tue mancanze. Scavi, scavi, ma non trovi nulla, solo vite simili a tante altre vite. Perché proprio a noi? Perché proprio Salvo? (…)

Al dolore non ci fai mai l’abitudine. È sempre nuovo, ti coglie sempre di sorpresa. Ogni volta ti strattona e ti atterra in modo diverso. Ti coglie alla fermata dell’autobus, alle casse del supermercato o mentre ti chini a raccogliere la cacca del cane. Ti tiene in pugno, non ti molla un attimo. È un rapporto servo-padrone. Tu devi solo obbedire e parare i colpi. Tornassi indietro non avrei partorito. Tornassi indietro avrei fatto scelte diverse. Bisogna che chiunque lo metta in conto, chiunque genitore. Accade di rado ma accade. La vita con me e mio marito è stata ingenerosa, anzi oserei dire crudele. L’unica consolazione è che nient’altro di più brutto ci potrà mai succedere. Bella consolazione. (…) Forse qualcuno da me si sarebbe aspettato parole diverse, ma purtroppo non ho parole diverse da queste. Non sono qui per dare messaggi di speranza. Non posso che testimoniare lo stato di desolazione in cui versa la mia esistenza. Ho parlato io, ma è come se avesse parlato anche mio marito. Ci ha uniti l’amore così come ora ci unisce il dolore. Auguro il meglio a tutti quelli che vivono la nostra stessa sofferenza, lo auguro di tutto cuore. C’è chi ha strumenti per riemergere e chi no. Noi evidentemente non ne abbiamo avuti e con molta probabilità non ne avremo. (…) Mentirei se adesso dicessi di non sentirmi un tantino più leggera. Diversamente da mio marito io parlo, ho bisogno di parlare, di smaltire, di buttare fuori. Il dolore è qualcosa che riempie. (…) Questo è Salvo, ma vorrei non pubblicaste la sua foto. Lui deve restare lontano dal dolore. Lui deve sorridere. Ovunque adesso si trovi.»

Rossella M.


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